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flaw54
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martedì 10 aprile 2018
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non è un giallo
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Film di atmosfere e rilessioni. La trama del thriller é soltanto la forma esteriore per mettere in mostra la bellezza , la dolente malinconia e la profonda solitudine di un estremo lembo di America, nello Wyoming, dove sono stati confinati i discendenti di alcune tribù indiane. Belli i dialoghi, i volti dei personaggi e la fotografia in genere. Inaspettata almeno per me la recitazione di Jeremy Renner, un "cowboy" triste e disincantato, ma profondamente legato alla sua terra. Da vedere.
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andreasberna
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martedì 10 aprile 2018
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i segreti di wind river - taylor sheridan (8)
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Un thriller giallo che riesce a tenere il fiato sospeso. La struttura non è nè un poliziesco, anche se lo ricorda vagamente, nè una corsa all'inseguimento non-stop. Caratteristica principale è un personaggio fuori dal comune, la location, che risulta preminente e fondamentale, senza peró scadere nel banale video promozionale dei BBCC. I protagonisti sono ben descritti, e hanno una metamorfosi appena accentuata, senza lasciare traccia di traumi o esasperati miglioramenti, ma segnandolo sicuramente. Le prove attoriali sono buone ma non brillano, soprattutto, con mia grande sorpresa, quelle del protagonista maschile. I personaggi secondari vengono visti dal regista come meri e semplici strumenti, lasciato allo sbando, senza una chiara descrizione, una storia o un interessamento di alcun tipo, tanto che alla fine non si sa che fine fanno, spesso spuntando in una scena e mai più visti.
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Un thriller giallo che riesce a tenere il fiato sospeso. La struttura non è nè un poliziesco, anche se lo ricorda vagamente, nè una corsa all'inseguimento non-stop. Caratteristica principale è un personaggio fuori dal comune, la location, che risulta preminente e fondamentale, senza peró scadere nel banale video promozionale dei BBCC. I protagonisti sono ben descritti, e hanno una metamorfosi appena accentuata, senza lasciare traccia di traumi o esasperati miglioramenti, ma segnandolo sicuramente. Le prove attoriali sono buone ma non brillano, soprattutto, con mia grande sorpresa, quelle del protagonista maschile. I personaggi secondari vengono visti dal regista come meri e semplici strumenti, lasciato allo sbando, senza una chiara descrizione, una storia o un interessamento di alcun tipo, tanto che alla fine non si sa che fine fanno, spesso spuntando in una scena e mai più visti. Il problema è che vengono presentati allo spettatore con una parvenza di impoetanza, e questo abbandono fa storcere non poco il naso. Le musiche posso essere definite una discreta colonna sonora, accompagna bene ma non descrive più di tanto la location, facendosi sentire soprattutto nelle scene salienti. Una critica da smuovere a questo proposito è il fatto che in alcuni casi, sporadici, la musica risulta essere di premonizione, facendo già capire allo spettatore quello che sta per succedere, caratteristica non degna nemmeno del più pessimo horror da due soldi. Le inquadrature sono pessime, con una costruzione dell'immagine che tenta di mettere in primo piano il paesaggio, ma scordandosi delle regole basi, cercando di innovare e, purtroppo, il piú delle volte fallendo. Non parlo poi della prova dei cameramen,sicuramente a livelli amatoriali, non riuscendo attenere l'inquadratura ferma o quanto meno visionabile senza il mal di mare, riuscendo contemporaneamente a rompere con le statiche fisse panoramiche prima accennate. Il ritmo è ben studiato e adattato perfettamente agli esempi di manuale, qualità che sinceramente non mi dispiace. I colpi di scena ci sono, i momenti di pathos pure, ma non si fanno mancare gli attimi di riflessione e di pausa, che sono comunque ben strutturati e intervallati come la piú vecchia tradizione cinematografica. A tal proposito, posso confermare il mio completo sbigottimento per dei momenti di pathos ben strutturati, interpretati al meglio e lasciando lo spettatore con la bocca aperta e un pugno allo stomaco alquanto forte, abbastanza da sballottolarlo ma non tanto da stenderlo. Il finale non è nulla di eccezionale, soprattutto per l'infelice scelta registica di farlo finire con scritte in sovrimpressione che, comunque, non dicono nulla di importante e spezzano solamente il senso della catarsi finale. A questo punto devo purtroppo sottolineare la nota dolente della prova riflessiva che tenta di dare il film. Siamo infatti immersi in un soliloquio alquanto filosofico all'inizio della pellicola che, per quanto poi venga collegato con i fatti narrati, è estremamente fuori luogo per quello che effettivamente poi procedere a schermo. Se poi lo scopo del film diventa quello di denuncia sociale e non più quello di narrare una storia che, per quanto basilare poi risulta intrigante, non posso che essere fortemente critico e rammaricato. Se questo è davvero lo scopo, il regista può ritenerlo più che fallito; se invece il fine è quello di raccontare un caso di omicidio "strano" ma non impossibile (alla CSI o Dr House), allora non posso che applaudire a questo regista di cui sicuramente seguirò la carriera.
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elpiezo
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lunedì 9 aprile 2018
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una profonda caccia all'uomo!!!
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Un esperto cacciatore ed una giovane agente dell’F.B.I. indagano su un brutale omicidio avvenuto nella gelida immensità del Wyoming.
Dalla neve di una terra fredda ed inospitale riaffiorano odio e rancore, confinati a forza tra il gelo ed il silenzio di desolanti riserve indiane che rimandano a noia e sconforto.
Una minuziosa caccia all’uomo che scava tra le scorie di un’umanità sofferente ed inerme alle asprezze causate dai luoghi in cui è costretta a vivere.
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diveboy
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lunedì 9 aprile 2018
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una bella storia, semplice, e una splendida ambientazione
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Una giovane agente FBI di Ft. Lauderdale si ritrova ad indagare tra le bianche montagne del Wyoming. Un film che tratta di parecchi temi: la solitarietà della vita e l'emarginazione, la durezza dei rapporti umani, le diversità culturali, la natura... tutto narrato con sguardi intensi, silenzi e panorami mozzafiato. Una fotografia "sulla tonalità del bianco", magica, contrapposta ai crudi colori del dramma. Colonna sonora avvolgente ..
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lbavassano
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domenica 8 aprile 2018
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mi ha lasciato molti dubbi, e non è un male
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Ambientazione affascinante, ma personaggi piuttosto stereotipati, e vicenda fin troppo lineare (il che, però, potrebbe non essere un difetto). Molto ben girato, ben lontano però dai modelli cui, a proprio danno, esplicitamente si richiama. Promette più di quanto mantenga. Proprio per questo merita una controprova. Non mi sento di esprimere un voto.
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andrea
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domenica 8 aprile 2018
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un thriller gelido, crudo ed agghiacciante
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Siamo nel Wyoming, durante un inverno gelido e tempestoso, quando il cacciatore e protagonista della storia Cory Lambert mentre stava andando a caccia di alcune prede che hanno ammazzato del bestiame nella riserva indiana di Wind River, scopre il cadavere di una giovane adolescente. Sulla scena del delitto viene mandata Jane Banner, una giovane agente dell’FBI ancora inesperta e spaesata tra la solitudine di quelle fredde terre selvagge. Le prove sono pressochè nulle, nessun testimone, le tracce stanno per essere coperte dalla tormenta. All’inizio si pensa ad un omicidio. L’agente dell’FBI sceglie di farsi aiutare dal cacciatore per scovare il possibile killer, ma le indagini seguenti porteranno ad una verità ben più cruda ed inquietante.
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Siamo nel Wyoming, durante un inverno gelido e tempestoso, quando il cacciatore e protagonista della storia Cory Lambert mentre stava andando a caccia di alcune prede che hanno ammazzato del bestiame nella riserva indiana di Wind River, scopre il cadavere di una giovane adolescente. Sulla scena del delitto viene mandata Jane Banner, una giovane agente dell’FBI ancora inesperta e spaesata tra la solitudine di quelle fredde terre selvagge. Le prove sono pressochè nulle, nessun testimone, le tracce stanno per essere coperte dalla tormenta. All’inizio si pensa ad un omicidio. L’agente dell’FBI sceglie di farsi aiutare dal cacciatore per scovare il possibile killer, ma le indagini seguenti porteranno ad una verità ben più cruda ed inquietante.
Il nuovo thriller di Taylor Sheridan (già creatore di “Sicario” ed “Hell or high water”) porta sullo schermo una vicenda ispirata ad eventi realmente accaduti. La storyline è chiara, semplice e fluida, ma come ci hanno insegnato vecchie pellicole, la “semplicità” può portare a dei risvolti ben più inquietanti di quelli che sembrano dopo una prima occhiata: quello che all’inizio sembra un semplice omicidio, nell’assordante silenzio di quelle terre isolate dove “o vivi, o muori” è l’unico motto che passa al convento, nasconde una sconvolgente verità. Il fatto è rappresentato con una dose di elevato realismo e crudismo, capace di contorcere la psiche dello spettatore: egli infatti si sente coinvolto nel fatto, ma tra quegli scenari infiniti e ghiacciati dimenticati da Dio e soprattutto dall’uomo, inizia a perdersi un po’ come avviene con la giovane recluta dell’FBI. Un caso apparente semplice si trasforma in una corsa per le sopravvivenza proprio per il luogo in cui è avvenuto, dove la solitudine e l’evasione sociale porta alcune persone alla follia, alla perdità dell’io, portanto a commettere efferati atti. Il lento crescendo delle situazioni tiene lo spettatore incollato sulla sedia, incapace di percepire la vera verità, fino all’inevitabile, forte e cruda scena finale che si tinge di una drammatica, e da un certo senso legittima, giustizia privata che ogni uomo al mondo farebbe senza pensarci due volte quando vi è in ballo la propria sopravvivenza e la perdita di una persona cara. Come dice anche la tagline del film: se ti concentri sugli indizi, perdi le tracce.
Sheridan in tutto questo ci offre un buon thriller, paralizzante ed inquitante, capace di trasformare una semplice vicenda in qualcosa di più profondo e soprattutto umano.
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luigagli
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sabato 7 aprile 2018
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il freddo che gela l'anima
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Dolore di ghiaccio che cristallizza il ricordo: e nulla può aiutare ad elaborarlo. Le cause sono insulse ma la natura dei luoghi e dell'uomo non si mettono in discussione. Si può solo soccombere o difendersi cercando di sfuggirne. Misurati gli attori e le emozioni nonostante il contesto scenograficamente estremo; anche se purtroppo il grande freddo descritto non si sente e non si vede.
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carlosantoni
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sabato 7 aprile 2018
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uomini che macchiano di rosso la neve
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Film solido, avvincente e commovente, e soprattutto convincente. La linearità della trama non toglie niente al pathos, amalgamando al meglio una storia (ma a dire il vero le storie sono due, diverse eppur parallele) di violenza e assassinio, con la descrizione della condizione in cui ancora vivono i superstiti nativi nelle loro riserve: il tutto in mezzo ad una natura davvero selvaggia, splendida, in cui molti momenti diventano episodi di vera avventura. Una natura fatta di “neve e silenzio”, che però non induce solo ad essere ammirata, ma anche al favorire il dispiegarsi della violenza di gruppo, brutale fino all’assassinio, pur d’impossessarsi del corpo di una giovane donna.
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Film solido, avvincente e commovente, e soprattutto convincente. La linearità della trama non toglie niente al pathos, amalgamando al meglio una storia (ma a dire il vero le storie sono due, diverse eppur parallele) di violenza e assassinio, con la descrizione della condizione in cui ancora vivono i superstiti nativi nelle loro riserve: il tutto in mezzo ad una natura davvero selvaggia, splendida, in cui molti momenti diventano episodi di vera avventura. Una natura fatta di “neve e silenzio”, che però non induce solo ad essere ammirata, ma anche al favorire il dispiegarsi della violenza di gruppo, brutale fino all’assassinio, pur d’impossessarsi del corpo di una giovane donna.
Jeremy Renner è asciutto ed estremamente efficace, tanto quando parla che quando spara, e la giovane Elizabeth Olsen interpreta in maniera convincente il suo ruolo di detective dell’FBI alle prime armi; ma bravi anche i comprimari, a cominciare dal Graham Greene, della tribù Oneida, già “Uccello Scalciante” in “Balla coi lupi”.
Bellissima la fotografia di Ben Richardson, che subito dà prova di sé nella stupenda sequenza iniziale, così come nella straordinaria scena del conflitto a fuoco, ma anche nelle riprese dei dialoghi, dove la mdp a spalla con i suoi lenti movimenti sembra cercare di catturare la commozione di uno sguardo, l’intensità di un racconto doloroso. Simpatica la scena del congedo tra i due protagonisti, che forse (ma soltanto forse) allude ad un futuro happy end condiviso, e intensa la scena finale tra il protagonista cacciatore (Renner) e il padre della ragazza indiana cui un branco di manigoldi aveva usato violenza efferata, causandone la morte.
Da vedere perché è bello da vedere, e anche perché fa riflettere.
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no_data
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sabato 7 aprile 2018
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soap-opera
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Inquadrature, dialoghi, recitazione....il cinema è altro
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eugenio
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domenica 18 febbraio 2018
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buon thriller-western tra i ghiacci del wyoming
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Il primo piano di una figura spaventata, una giovane donna scalza in un’enorme distesa di neve illuminata da una pallida luna nel gelido inverno, fa venire in mente quei gialli nordici scritti da Jo Nesbo o Camila Laksberg.
Eppure no, ci sbagliamo. Siamo nella nella desolata riserva di Wind River, nel Wyoming. Ghiaccio e steppe infinite sono lo sfondo di una vicenda che trova proprio nel paesaggio la sua natura di vita.
Un tiratore esperto Cory Lambert (Jeremy Renner), sulle tracce di un leone di montagna che sta assalendo i radi pascoli della zona,si imbatte in mezzo a questa enorme coltre bianca di neve, nel cadavere di un’adolescente locale.
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Il primo piano di una figura spaventata, una giovane donna scalza in un’enorme distesa di neve illuminata da una pallida luna nel gelido inverno, fa venire in mente quei gialli nordici scritti da Jo Nesbo o Camila Laksberg.
Eppure no, ci sbagliamo. Siamo nella nella desolata riserva di Wind River, nel Wyoming. Ghiaccio e steppe infinite sono lo sfondo di una vicenda che trova proprio nel paesaggio la sua natura di vita.
Un tiratore esperto Cory Lambert (Jeremy Renner), sulle tracce di un leone di montagna che sta assalendo i radi pascoli della zona,si imbatte in mezzo a questa enorme coltre bianca di neve, nel cadavere di un’adolescente locale. La ragazza che potrebbe essere stata violentata, sembra essere fuggita da qualcosa o qualcuno che voleva farle del male.
Cory con l’aiuto della tosta recluta dell’FBI Jane Banner (Elizabeth Olsen) dovrà scoprire non solo il responsabile dell’omicidio ma cosa ha terrorizzato la giovane al punto da morire, secondo il coroner, di trauma polmonare, avendo inalato troppa aria sotto zero e finendo affogata nel suo stesso sangue dopo la “rottura” dei polmoni.
Scopriamo a breve che la ragazza amerinda era la migliore amica della figlia di Cory, che morì tre anni prima in circostanze simili. L’empatia col caso del protagonista è quindi forte, la ricerca affannata -tra droga, violenza nei confronti delle donne indiane della riserva e illegalità- di un colpevole, finisce per essere sommersa da un ambiente apparentemente asettico e ovattato ma in realtà marcio sino al midollo dove i deboli, spesso donne di estrazione sociale disagiata, sono sottomesse e brutalmente uccise.
Il nulla ha il colore del bianco. Taylor Sheridan non ha paura di abbracciare la narrativa di genere in un soggetto convenzionale nella sua linearità. Il suo Wind River suona più come un episodio insolitamente ben fatto di CSI ma lo sceneggiatore di Sicario e Hell or High Water qui alla sua prima regia, non è intenzionato a scoprire l’assassino, tutt’altro.
Tra abeti dai tronchi sepolti dalla neve e corse in motoslitte nel mare colore del bianco, Sheridan si concentra sulla psicologia dei personaggi e appunto, sull'ambientazione. I paesaggi di Wind River sono proibitivi ma non per questo simbolici nella ricerca della verità, capaci di catturare l'uomo selvaggio che si dibatte contro la naturale essenza del desolato, deserto impoverito conosciuto come la riserva indiana di Wind River.
Grintoso, intricato thriller di strutturato con sottile sensibilità e finezza, Wind River ha tra i suoi pregi una sceneggiatura ben congegnata che sa esattamente dove andare, con personaggi adeguatamente delineati lungo il percorso e riesce, cosa non banale, a rimanere coinvolgente dall'inizio alla fine. Grazie al cast di supporto, tra cui i nativi americani attori Graham Greene e Gil Birmingham, il ritmo della pellicola è azzeccato, malgrado un’esitazione di troppo nella poetica lentezza di un toccante dialogo tra Jane e Cory e una sparatoria tarantiniana nel finale.
In Hell o High Water, Sheridan ha reinventato gli archetipi di genere (l'anziano legale, il fuorilegge in fuga, il fedele compagno, ecc.) con tale vigore che il film è diventato in gran parte una pellicola incentrata sulle loro interazioni. Wind River è il suo fratello diverso; gli archetipi della letteratura di genere sono efficaci nel fornire una narrativa thriller e western familiare - violenta, anche se alla fine alla lunga, purtroppo, dimenticabile.
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