Caos calmo

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Un film di Antonello Grimaldi. Con Nanni Moretti, Valeria Golino, Alessandro Gassmann, Isabella Ferrari, Blu Yoshimi.
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Drammatico, durata 112 min. - Italia 2007. - 01 Distribution uscita venerdì 8 febbraio 2008. MYMONETRO Caos calmo * * 1/2 - - valutazione media: 2,85 su 226 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il bisogno di accettarsi per continuare il cammino Valutazione 4 stelle su cinque

di Great Steven


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domenica 20 giugno 2021

CAOS CALMO (IT, 2008) di ANTONELLO GRIMALDI. Interpretato da NANNI MORETTI, ALESSANDRO GASSMAN, VALERIA GOLINO, SILVIO ORLANDO, ISABELLA FERRARI, BLU YOSHIMI, HIPPOLYTE GIRARDOT, KASIA SMUTNIAK, ROBERTO NOBILE, MANUELA MORABITO, ALBA ROHRWACHER, DENIS POLYDADES, CHARLES BERLING, ANTONELLA ATTILI, ROMAN POLANSKI ● èsicuramente il migliore dei 7 film diretti dal sardo Grimaldi, ma, senza la fondamentale sceneggiatura che Moretti, Laura Paolucci e Francesco Piccolo hanno tratto dal poderoso romanzo (premio Strega 2006), dall’omonimo titolo, di Sandro Veronesi, avrebbe fatto ben poca strada, e infatti lo zampino dell’attore-regista romano si fa presto notare per il suo peso considerevole e, al contempo, delicatamente pregnante. Come ne La stanza del figlio (2001), il tema è quello della perdita, di un lutto difficile da elaborare, di una vita che si ferma all’improvviso davanti a un ostacolo alquanto ostinato che però occorre abbattere o, per dir meglio, superare per riacquistare la gioia di vivere. Per l’appunto, all’autore televisivo in carriera Pietro Paladini muore la moglie Lara a causa di un incidente domestico mentre lui, ironia della sorte, è impegnato in spiaggia a salvare la vita ad una sconosciuta. Alla morte della consorte assiste la figlia Claudia, di dieci anni. Allora Pietro prende una decisione: promette alla bambina di rimanere ad aspettarla fuori dalla scuola fino alla fine delle lezioni, standosene comodamente seduto su una panchina del parco. I giorni passano e Pietro, volontariamente deciso a trascurare il suo lavoro mentre in azienda gli alti dirigenti sono molto preoccupati per la fusione del gruppo aziendale con una multinazionale USA, mantiene la sua parola, e il compito sarebbe anche semplice da eseguire, se non fosse per i colleghi, parenti e amici che sempre più accorrono a tormentarlo, rovesciandogli addosso i propri guai, desideri irrealizzati, prospettive impossibili, ambizioni lasciate a metà, perplessità, ansie e dolori in apparenza insormontabili. Trasgredite le regole dell’efficienza e della produttività e abitato da una calma interiore che crea in chi gli sta vicino preoccupazioni via via più infastidenti, Pietro trova la risposta finale in un desiderio implicito di Claudia: affrontare il dolore a piene mani, a costo anche di soffrire, e ripartire. La summenzionata potenza narrativa del libro di Veronesi è impossibile, almeno da un punto di vista fattuale, da tradurre nel linguaggio cinematografico, poiché una buona parte delle pagine espressamente introspettive riporta i pensieri di Pietro Paladini (tanto per fare un esempio, la sceneggiatura del film vi trasferisce dentro alcuni degli elenchi riguardanti l’esistenza del protagonista, fatti proprio da lui in momenti meditabondi), il che forma una sorta di "dipendenza" fra il libro e l’opera audiovisiva di cui la seconda paga lo scotto. Ma l’assenza di "autarchia" dell’occhio morettiano, che qui appare molto più ripiegato su sé stesso, meno provocatorio, meno giudicante e pertanto più indagatore, consente di cogliere, senza togliere quel troppo che avrebbe stuccato nel passaggio dalla pagina scritta alla pellicola, elementi che vanno ad incidere sull’interiorità di cui il messaggio conclusivo si fa portatore. E qui mi riferisco tanto a quel linguaggio codificato che gli spettatori di Moretti conoscono pressoché a menadito e nel quale lo stesso regista si identifica quando comunica con loro (le scarpe, un bicchiere d’acqua, la citazione di un aforisma), quanto ad altri escamotages meno estemporanei di quel che appare, ripetuti ogni volta al tempo giusto per ribadire coerenza e continuità (il bambino down che guarda le luci di posizione, la giovane donna che porta ogni mattina a passeggio il suo cane San Bernardo, il proprietario del chiosco in mezzo alla piazza del parco). Nella bella (nel libro) sequenza in cui Pietro si tuffa in mare per salvare la ricca ereditiera Eleonora Simoncini (I. Ferrari), manca la contropartita del fratello Carlo (A. Gassman) che si butta anch’egli fra le onde in tumulto per salvare un’altra donna. La tanto conclamata e chiacchierata scena di sesso che coinvolge Pietro ed Eleonora, nel film è ingiustificata: perché inserirla, dato che nel film manca la parte corrispondente che in sostanza equivale al corpo a corpo involontario che i due hanno in acqua durante il salvataggio? Un’ottima costruzione aggiunta a quella d’un intreccio che brilla di luce propria è la direzione degli attori, un piccolo grande merito per Grimaldi che ha saputo affidare a ciascuno di essi un personaggio appropriato, dalla cognata nevrotica interpretata da V. Golino al collega che informa il protagonista sull’andazzo della malvoluta fusione (S. Orlando), dal Jean-Claude di H. Girardot, la cui bizzarra e spassosa contesa fra l’insicuro e il risoluto è una meraviglia di puro cinema, al già nominato fratello Carlo (Gassman premiato nel 2008 col Nastro d’Argento al miglior attore non protagonista), un po’ infrollito dal successo (e dagli spinelli che fuma nei ritagli di tempo), ma dopotutto legato a Pietro da un affetto profondo che vale anche per la nipotina, per la quale è un idolo. Tornando un momento al discorso precedente, in quanto non è possibile affrontare il Caos calmo cinematografico senza affiancargli la provenienza letteraria, l’esteriorizzazione dell’interiorità costituisce, com’è naturale, per Grimaldi regista una prova ardua da vincere, poiché ricorrere alla facile scappatoia della voce fuori campo avrebbe stonato: ma ecco che i tre sceneggiatori gli vengono in aiuto rievocando l’atmosfera propria del Veronesi scrittore che a sua volta si rifà alla morale de La stanza del figlio. Se dapprima consideriamo che nel film la dimensione della socialità diventa la soluzione praticabile per vivere il dolore della perdita e andare perciò avanti, notiamo che tale dimensione, nel film morettiano del 2001 presentato a Cannes, è completamente assente: là la cognizione del dolore si trasmetteva in modo asociale. Laddove regnavano nichilismo e chiusura, qui invece trionfa l’apertura al proprio prossimo e alla possibilità tangibile, davvero molto tangibile, di ricominciare a partire in effetti da quella umanità che consente a Pietro Paladini di trasformare l’ozio sulla panchina in un impegno dialettico, tutto da esperire. Moretti, come attore e protagonista assoluto, non sbaglia un colpo; il resto del cast gli tiene testa con rigore, toccando vette di eccellenza. Per altro, anche uno spettatore distratto o incompetente si accorgerebbe che il punto di vista del personaggio principale fa da filo conduttore nella misura in cui le figure di contorno influenzano il punto di vista medesimo. Morale consolatoria? No, direi piuttosto educativa: quando un dolore colpisce un padre (o un genitore in linea di massima), non bisogna far qualcosa dicendo che la si fa per amore di padre nel momento in cui la si fa per sé stessi, perché aiuta molto di più accettarsi per guarire dalla ferita. Altri 2 David di Donatello sono andati a Paolo Buonvino (musica) e a Ivano Fossati (canzone originale, "L’amore trasparente").

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