The Aviator

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Un film di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Cate Blanchett, Kate Beckinsale, John C. Reilly, Alan Alda.
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Biografico, Ratings: Kids+13, durata 160 min. - USA, Giappone 2004. - 01 Distribution uscita venerdý 28 gennaio 2005. MYMONETRO The Aviator * * * 1/2 - valutazione media: 3,79 su 110 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Megalomane, paranoide, a suo modo uomo eroico. Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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lunedý 28 novembre 2016

 

THE AVIATOR (USA, 2004) diretto da MARTIN SCORSESE. Interpretato da LEONARDO DICAPRIO, CATE BLANCHETT, KATE BECKINSALE, JOHN C. REILLY, ALEC BALDWIN, DANNY HUSTON, MATT ROSS, ALAN ALDA, IAN HOLM, JUDE LAW

Un ventennio nella tormentata esistenza di Howard Hughes (1905-76), erede di una famiglia di petrolieri, produttore hollywoodiano, aviatore, ideatore di aerei di avanguardia e proprietario della compagnia aerea TWA. Il film parte dalla difficile ma vincente lavorazione del film avventuroso Gli angeli dell’inferno (1927-30), prima e penultima pellicola del regista-produttore, e prosegue poi con gli amori coltivati ferocemente con varie star del cinema (Jean Harlow, Katharine Hepburn, Ava Gardner), gli scontri con la censura per il western erotico Il mio corpo ti scalderà (1943), l’inchiesta parlamentare dove fu querelato di aver fatto finanziamenti pubblici durante la guerra, le accuse di corruzione, l’esperienza in cui rischiò di morire successivamente ad un incidente aereo nel 1946, l’insorgenza del disturbo ossessivo-compulsivo in seguito alla sua innata fobia della sporcizia e alla sua mania dell’ordine, per concludersi con l’autodifesa trionfante durante un’udienza nel 1947, davanti al senatore Owen Brewster che gli muoveva imperterrito numerose diffamazioni, e il primo volo dell’idrovolante di gigantesche dimensioni Hercules, da lui progettato per intero e pilotato nel battesimo dell’aria. Il film s’apre con Howard bambino che viene lavato in una tinozza d’acqua dalla madre e messo in guardia da una serie di malattie contagiose, e si chiude con lo sfondo nero in cui lo Hughes ormai invecchiato ripete, come una nenia ossessiva, la sua passione per i mezzi di trasporto avveniristici, da lui considerati come la porta verso un brillantissimo futuro tecnologico. Personaggio di difficile classificazione, visionario, misogino, autolesionista e terribilmente paranoico, Hughes è interpretato da un efficace L. DiCaprio che sa sia adattarsi alla faccia d’angelo che giocare il triste ruolo della maschera di dolore, in qualche modo restituendo pure dignità ad una figura fra le più controverse della storia americana, inserendola nell’ennesima versione del sogno americano trasfigurato in incubo, ma con una correttezza, uno slancio e una carica di sincerità che il personaggio principale e il contesto appaiono straordinariamente descritti, rivalutati e magnificati. Per contro, il difetto fondamentale del film di Scorsese, nel quale il carattere di Hughes trova comunque pane per i suoi denti e un terreno certamente fertile, è il torto di aver trasformato in statuine, comparse e caricature le star di Hollywood (esclusa l’ottima K. Hepburn di C. Blanchett), col rischio centrato in pieno di ridicolizzarle e far loro perdere spessore narrativo. Sebbene manchi poi un reale contatto fra la mentalità del protagonista e il riscontro soggettivo del pubblico, Scorsese riesce a dare un tocco di umanità ad un uomo che ha trovato le sue quattro ragioni di vita nel denaro, nelle donne, nel cinema e nei velivoli, elevandoli a idoli da adorare senza nessuno scrupolo e rendendoli talmente opprimenti e trasgressivi che la loro prosecuzione ha avvelenato l’animo del loro possessore. Per l’appunto: un uomo che voleva possedere tutto, dalle persone fisiche alle passioni, e che si è quasi ritrovato a rimanere con la sabbia fra le dita, con una probabilità di salvezza in extremis per redimersi da un’esistenza fatta di errori, eccessi, parabole distorte, delusioni, ma anche di sogni pienamente realizzati e appagamenti di ambizioni portate avanti con la consueta testardaggine (il tag-line per la promozione dell’opera è: Certi uomini sognano il futuro – Lui lo ha costruito). Oltre ad un DiCaprio che vi ha fatto, insieme alla recente perfomance in Revenant – Redivivo, la prova vincente della sua carriera (forse più per questa avrebbe meritato l’Academy Award, piuttosto che per il film di Iñarritu), c’è un cast infinito di professionisti della recitazione che si distinguono per un talento che, in quanto a spocchia e arroganza, rivaleggia con l’ambivalente personalità di Hughes: la Gardner della Beckinsale, ben decisa a non innamorarsi, ma in fondo affezionata al protagonista e desiderosa che non gli capiti alcunché di male; lo spietato e determinato Juan Trip, titolare della PanAmerican, compagnia aeronautica nemica giurata della TWA di Hughes e pronta ad inglobarla al primo scivolone; il collaboratore fedele impersonato da Reilly, Noah, eminenza grigia di Hughes e suo consigliere nella buona e nella cattiva sorte; e infine il perfido e languido senatore Brewster di A. Alda, più che mai risoluto a dare una lezione all’aviatore e sbatterlo al centro di asperrime polemiche che lo calunnino dei peggiori reati e dei più laidi comportamenti punibili per legge. Qualche stonatura nella fotografia (comunque premiata con l’Oscar e diretta da Robert Richardson) soprattutto all’inizio, quando i campi da golf in cui Hughes e la Hepburn disputano una partita appaiono di un verde mare irreale e fuori luogo. Altri quattro Oscar sono andati alla Blanchett (attrice non protagonista), agli italiani Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo (scenografia), ai costumi di Sandy Powell e al montaggio di Thelma Schoonmaker. Numerosi i pezzi di bravura, e tutti caratterizzati da un livello plastico di pregevole fattura e da un’azione sequenziale con una perfezione tecnica quasi ineccepibile: il campo degli aerei sul set cinematografico; il volo notturno sopra la città dalle luci accese; il pranzo con gli Hepburn, parenti invadenti e presuntuosi; la scena mirabolante del drammatico incidente aereo su Beverly Hills; la misurazione dei solchi mammari davanti alla commissione per la censura; gli innumerevoli festini conditi da musica, colori sgargianti e cibo magniloquente; la chiusura volontaria nella stanza illuminata dalle forti luci rosse, con la discesa infernale nel mondo occluso e annebbiante dei disturbi paranoici; il test dell’Hercules, aeroplano di stazza enorme con la carrozzeria blu e tutte le carte in regola per essere una "città volante", come lo definiscono i quotidiani. Scorsese alza il tiro dirigendo il traffico con un’alta dose di autoironia e valutando gli aspetti espressivi della pellicola con uno sguardo costantemente critico e vigile, mai celebrativo o scusante.

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