Il settimo sigillo

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Un film di Ingmar Bergman. Con Max von Sydow, Gunnar Björnstrand, Gunnel Lindblom, Bengt Ekerot, Bibi Andersson.
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Titolo originale Det Sjunde Inseglet. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 95 min. - Svezia 1957. - Cineteca di Bologna uscita lunedì 5 novembre 2018. MYMONETRO Il settimo sigillo * * * * - valutazione media: 4,33 su 75 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il valore del Dubbio... Valutazione 5 stelle su cinque

di Tom87


Feedback: 5216 | altri commenti e recensioni di Tom87
giovedì 14 marzo 2013

“Il settimo sigillo”, premio speciale della giuria a Cannes ’57, è una delle opere più note del cinema. Una pellicola asciutta, ricca di immagini consegnate alla memoria collettiva; solenne e tragica; impreziosita da atmosfere metafisiche nonché da toni lugubri, funerei e religiosi, che esprimono un forte malessere esistenziale. Il cavaliere Antonius Block, ritornato in patria dalle crociate, gioca una partita a scacchi con la Morte: fin quando durerà, la Morte non agirà su di lui. Inizia da qui un duro viaggio tra paure e disumanità. Nel frattempo Antonius renderà utile il tempo rimanente e compie una buona azione. La Morte darà scacco matto: nelle prime luci dell’alba, su una collina, essa guiderà un corteo di defunti con in testa Antonius, in una delle più toccanti e famose sequenze del cinema. Il film rimanda all’Apocalisse di S. Giovanni: il 7° sigillo, l’ultimo ad essere aperto, avrebbe annunciato la venuta di sette angeli portatori di sciagure sulla Terra; ad ogni suono di tromba l’umanità avrebbe patito sofferenze, angosce e morte. Per il laico Bergman, però, a differenza del brano, guai e dolori non sono stati decisi da un Dio castigatore, bensì procurati dall’Uomo stesso. Nella soffocante atmosfera di un Medioevo nordico, il regista trova la degna cornice per mettere in scena la foschia spirituale che opprime l’uomo contemporaneo. E lo fa con elegante cura formale: fotografia b/n raggelante, raffinatezza stilistica-figurativa, richiami pittorici e scultorei a celebri artisti, ottimi interpreti, regia rigorosa, scarna e austera. Bergman ha sempre indagato con lucida intelligenza il senso dell’esistenza e i misteri dello spirito. E in questo film si è interrogato soprattutto sull’inquietante silenzio di Dio e sul potere salvifico dell’amore. Questo angosciante silenzio terrorizza il protagonista nel suo infinito vagabondare, a sua volta metafora di un continuo oscillare tra perdizione e salvezza spirituale, disperazione e speranza. In lui si riflette il regista, atterrito dall’ignoto e dall’impossibilità di cogliere Dio con i propri sensi. Eppure ciò malgrado, è incapace di restare indifferente allo struggente richiamo del sacro in lui. Ombrosi primi piani e tenebrosi ambienti, nel rappresentare gli sconsolati e cupi stati d’animo dei personaggi, descrivono fortemente il senso di smarrimento e confusione esistenziale di un mondo sempre meno sorretto dalla fede in Dio o dall’amore, e sempre più alla ricerca di un senso al proprio Io e alla propria vita. All’infuori degli innamorati attori consorti, tutti gli altri sembrano essere l’indistinto sfondo di tetri paesaggi. E’ solo nella bontà e sensibilità dei due attori coniugi, simboli di un’innocenza da tutelare, che Antonius sembra intravedere una luce salvifica per il riscatto della sua anima inquieta e disillusa, inaridita e svuotata dal cieco materialismo del mondo, dall’oscurità del mistero, dall’assurdità dell’esistenza. Per questo sentirà il desiderio di salvarli. Ma soprattutto perché, proteggendo le loro anime dalla corruzione del mondo, proteggerà a sua volta anche quella flebile speranza per il futuro dell’umanità, che loro incarnano con tanta tenerezza e dolcezza. Alla fine risiede qui il senso della pellicola: l’Uomo dev’essere sempre responsabile verso il Mistero che lo circonda, perché la salvezza non viene solo dal fare il bene, ma anche dal rispettare il valore grande del dubbio. Solo così, lo scacco matto da parte della Morte, sarà un po’ meno trionfante...

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