Il settimo sigillo

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Un film di Ingmar Bergman. Con Max von Sydow, Gunnar Bj÷rnstrand, Gunnel Lindblom, Bengt Ekerot, Bibi Andersson.
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Titolo originale Det Sjunde Inseglet. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 95 min. - Svezia 1957. - Cineteca di Bologna uscita lunedý 5 novembre 2018. MYMONETRO Il settimo sigillo * * * * - valutazione media: 4,33 su 75 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Bergman tra Kierkegaard e Nietzsche Valutazione 5 stelle su cinque

di riccardo-87


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mercoledý 25 maggio 2011

Capolavoro inarrivabile e senza tempo, “il settimo sigillo” parla della vita e della morte, del “timore e tremore”, per citare Kierkegaard, che attanaglia l’uomo quand’egli si ponga il problema di senso esistenziale. Il cavaliere Antonius Block, di ritorno dalle crociate, trova ad aspettarlo la morte, con la quale compirà il suo ultimo viaggio , alla ricerca di una risposta al problema che lo affligge, il problema del senso dell’esistere e del trapassare. Il tremore che affligge il nobile protagonista appare scaturire non tanto la morte in sé, quanto il timore di aver vissuto invano, per quanto cerci al contempo anche una risposta alla domanda sul che cosa ci sarà dopo la morte. La morte (intepretata magistralmente da Bengt Ekerot), dice al cavaliere che questo è l’interrogativo che tutti le pongono, ma che non è dato sapere la risposta. Block decide così di sfidare la morte ad una partita a scacchi, con il duplice scopo di prendere tempo per trovare risposte e di vedere se si può vincere la morte nella partita a scacchi che ogni uomo, proprio in quanto ente definito dalle categorie kantiane di spazio e tempo, deve necessariamente giocare, e, altrettanto necessariamente, perdere. L’ambientazione in cui Bergman decide di far svolgere la vicenda è significativa: un paesaggio medievale – appunto il tempo delle crociate – pervaso dalla peste e dall’autoflagellazione a cui molte persone, sopraffatte dal terrore della malattia mortale per eccellenza di quel tempo,  si sottopongono nella speranza di redimere così i propri peccati. In questo contesto macabro, superstizioso e mortuario siccano però diverse figure di notevole interesse: oltre al cavaliere Block, da rimarcare sono il suo scudiero Jons, figura che rappresenta il sarcasmo dello scettico del materialista verso il fanatismo religioso, e il buffone Jof, colui che prende la vita come un gioco e, per così dire, come un carnevale continuo. Il film rappresenta una ricerca vana della risposta: la morte non da spiegazioni, e solo la fede, una fede profonda e interiore, kierkegaardiana, può alleviare il senso di oppressione costante della morte nella vita; altrimenti si può sfuggire tale senso di oppressione tramite il vivere dionisicamente, come il buffone Jof, il quale, pur vedendo alla fine la morte danzare con il cavaliere e gli altri, riesce a sfuggirle. Emblematica e nietzschiana è appunto l’idea che sia il buffone a sopravvivere, colui che incarna da un lato la vita spensierata, dall’latro la vita di colui che risece a guardare la morte con il “pathos della distanza” che gli permette di non caderne preda. Si potrebbe inoltre fare un parallelo assai suggestivo tra la figura del buffone di Bergman ne “il settimo sigillo” e il “matto” di Fellini ne “la strada”: entrambe appaiono felici perché riescono a filosofeggiare sulla vita senza venir coinvolti dai drammi che essi stessi vedono nel mondo e nell’esistenza degli uomini, la morte vista appunto dal buffone e la solitudine di Zampanò che il matto fa notare a Gelsomina – “se non ci stai tu con lui, chi ci sta?”-. in conclusione, si potrebbe dire che il film pone anche un altro poblema centrale: la sensazione che vi siano al mondo troppe domande che esigono una risposta ma che non la trovano; questa assenza di risposte è ciò che, ancora una volta kierkegaardianamente, produce nell’uomo il sentimento dell’angoscia che lo accompagna, per lo più, durante l’intera sua esistenza. 

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