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gibigi
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mercoledì 30 dicembre 2009
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una buona lacrima
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A volte mi domando se i critici i film li vedono o lavorano solo sui trailer. Troppo spesso vedo stroncati dei buoni film come questo (perchè due stelle?) ed esaltati film assolutamente inguardabili (come "A serious man", due ore di sonno perdute!).
Questo è un film strappalacrime, nel senso letterale del termine, la commozione è inevitabile come l'apprezzamento per la buona confezione e la delicata interpretazione di tutti i protagonisti sui quali emergono i cani nelle diverse età!
Lo consiglio vivamente a tutti coloro che non amano gli animali assicurandogli che i cani sono spesso così, ma non solo perchè il film è ispirato da una storia vera, ma perchè queste storie avvengono quotidianamente!
Ho passato due ore piacevoli ed alla fine gli occhi erano lucidi.
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gropius
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domenica 3 gennaio 2010
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chi è veramente l'animale tra l'uomo e il cane?
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Hachiko è un film che possiede un unico tema quale filo conduttore:il rapporto indissolubile di amore e di lealtà tra un cane ed il suo padrone.Remake di un precedente film giapponese(hachiko monogatari 1987)il film ben diretto dalla sapiente regia di Lasse Hallström seguendo uno stile melodrammatico non perde mai il proprio ritmo,nonostante la sua semplicità;anzi attraverso essa è possibile focalizzarsi sulla relazione tra cane e uomo,sul profondo valore di lealtà intrinseco nei cani ed invece molto spesso assente nelle persone umane.Un rapporto puro che non si traduce in una comune transazione tra individui col fine di agire positivamente nei confronti di un soggetto per poterne trarre in cambio un vantaggio;ma che invece trova le proprie radici nell'amore incondizionato in cui persino il cane non agisce allo scopo di compiacere il padrone("gli Akita non riportano al padrone la palla che gli viene lanciata")ma in conseguenza di una spontanea e leale voglia di dimostrare ciò ke si prova nei confronti della persona amata come una sorta di devozione.
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Hachiko è un film che possiede un unico tema quale filo conduttore:il rapporto indissolubile di amore e di lealtà tra un cane ed il suo padrone.Remake di un precedente film giapponese(hachiko monogatari 1987)il film ben diretto dalla sapiente regia di Lasse Hallström seguendo uno stile melodrammatico non perde mai il proprio ritmo,nonostante la sua semplicità;anzi attraverso essa è possibile focalizzarsi sulla relazione tra cane e uomo,sul profondo valore di lealtà intrinseco nei cani ed invece molto spesso assente nelle persone umane.Un rapporto puro che non si traduce in una comune transazione tra individui col fine di agire positivamente nei confronti di un soggetto per poterne trarre in cambio un vantaggio;ma che invece trova le proprie radici nell'amore incondizionato in cui persino il cane non agisce allo scopo di compiacere il padrone("gli Akita non riportano al padrone la palla che gli viene lanciata")ma in conseguenza di una spontanea e leale voglia di dimostrare ciò ke si prova nei confronti della persona amata come una sorta di devozione.Un'attenta regia(lo scorrere delle stagioni rappresentato del mutare imperterrito della colorazione delle foglie degli alberi ,un'indicata colonna sonora,(pianoforte)ed accurati primi piani che regalano alla profonda espressività del cane la giusta carica emotiva,rende questo film melodrammatico un'opera dai connotati poetici a volte astratti,quasi fiabeschi;riuscendo a commuovere lo spettatore non attraverso forzature mielose volutamente imposte dal regista ma attraverso una spontanea capacità che qualsiasi spettatore dotato di media sensibilità è in grado di riconoscere a ad esaltare, nell'atto di estrema devozione che il cane compie nel tornare ogni giorno alla stazione ad aspettare invano il proprio padrone.Film consigliato per la promozione della sensibilizzazione nei confronti della violenza sugli animali.
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alespiri
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sabato 9 gennaio 2010
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hachi: lui prima di tutti.
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Buoni sentimenti, lacrime per questo film di Hallstrom, indimenticato regista di Chocolat. L'atmosfera è quasi irreale in un posto cosi' freddo dove tutto scorre sempre troppo uguale, tanto da ricordare "The Truman Show" (altro pianeta..). I personaggi non invecchiano, ma il tempo passa. Inverni gelidi di neve, primavere appena accennate.
Un ordinariamente amorevole Richard Gere lascia volontariamente la scena a lui, che ruba le nostre lacrime fino a strizzarci il cuore: Hachi. Il dolore che traspare dai suoi occhi è immenso e meriterebbe un Oscar canino. Hachi proviene da lontano e giunge per caso tra le braccia di Parker (Gere), un pò artista un pò poeta.
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Buoni sentimenti, lacrime per questo film di Hallstrom, indimenticato regista di Chocolat. L'atmosfera è quasi irreale in un posto cosi' freddo dove tutto scorre sempre troppo uguale, tanto da ricordare "The Truman Show" (altro pianeta..). I personaggi non invecchiano, ma il tempo passa. Inverni gelidi di neve, primavere appena accennate.
Un ordinariamente amorevole Richard Gere lascia volontariamente la scena a lui, che ruba le nostre lacrime fino a strizzarci il cuore: Hachi. Il dolore che traspare dai suoi occhi è immenso e meriterebbe un Oscar canino. Hachi proviene da lontano e giunge per caso tra le braccia di Parker (Gere), un pò artista un pò poeta. Giunto a casa, il cucciolo, non viene ben accolto dalla amata moglie, tutta sorrisi e languide carezze, forse, traumatizzata dalla perdita di un altro cane di cui rimane qualche giocattolo. Ma Hachi non è un cane comune e riuscirà a conquistare tutta la famiglia ed i nostri cuori. Esempio di fedeltà, il film ci racconta una storia vera accaduta in Giappone. Un cane di razza Hakita dal 1923 al 1936 accompagnò alla stazione e aspettò il rientro dal lavoro del suo padrone, anche dopo la sua morte, per anni. Oggi un monumento in quel posto ricorda il suo amore, impossibile da eguagliare per un essere umano...anche se in quel posto, oggi meta di pellegrinaggio, giungono coppie da tutto il paese per giurarsi "amore eterno".
Hachi, alla fine dei suoi giorni, sempre uguali, sostenuto da un gruppo di amici umani che tentano invano di alleviare il suo dolore, in sogno, reincontrerà il suo Parker che lo abbraccerà nel sonno liberatorio della morte.
Nel film colpisce la fotografia ed il mondo in "bianco e nero" visto da Hachi (si, perchè è vero, i nostri amici cani non ci vedono a colori...) e la scena in cui la figlia del protagonista, trasferitasi dopo la morte del padre altrove, invano tenta di trattenere l'animale con se con tutto l'amore che può , ma poi lo lascia andare... perchè in fondo il più bel regalo che si possa fare a chi si ama è quello di donargli la libertà. Hachi sapeva quello che voleva fare e va via, corre verso la stazione. E li rimane per sempre.
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dogen
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martedì 5 gennaio 2010
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una storia da raccontare
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Vorrei trattare questo film in modo particolare.
È è il caso in cui si ha una storia realmente straordinaria da raccontare (oltre che vera), un messaggio di profondità e valore universali e bisogna, per forza, trovare un modo di raccontarla.
La storia è quella di un uomo e di un cane, che per circostanze fortuite (?) si sono incontrati, per due anni hanno vissuto una relazione profonda. Poi l’uomo è morto, e il cane ha aspettato che tornasse, davanti alla stazione dove arrivava il treno con il quale l’uomo, tutti i giorni, tornava dal lavoro, per nove anni. Nove anni, soltanto perché poi la morte è sopraggiunta anche per il cane. Altrimenti sarebbero potuti esse cento, mille, gli anni.
Se parliamo del film, diciamo che riesce ad essere appena sufficiente per la storia che vuole raccontare.
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Vorrei trattare questo film in modo particolare.
È è il caso in cui si ha una storia realmente straordinaria da raccontare (oltre che vera), un messaggio di profondità e valore universali e bisogna, per forza, trovare un modo di raccontarla.
La storia è quella di un uomo e di un cane, che per circostanze fortuite (?) si sono incontrati, per due anni hanno vissuto una relazione profonda. Poi l’uomo è morto, e il cane ha aspettato che tornasse, davanti alla stazione dove arrivava il treno con il quale l’uomo, tutti i giorni, tornava dal lavoro, per nove anni. Nove anni, soltanto perché poi la morte è sopraggiunta anche per il cane. Altrimenti sarebbero potuti esse cento, mille, gli anni.
Se parliamo del film, diciamo che riesce ad essere appena sufficiente per la storia che vuole raccontare. La storia è breve e gli mespedienti con cui si cerca di rendere interessante il film, per un’ora e mezza, sono sostanzialmente miseri. I rapporti tra i protagonisti (umani) sono dipinti in modo superficiale, senza ombra di realismo. In gran parte costituiti da frasi fatte. Marito e moglie, qui, parlano solo per dirsi dolcezze e i dialoghi sembrano prestati dalla pubblicità del mulino bianco. I personaggi di contorno non regalano emozioni se non ambigue e comunque nessuno rimane simpatico.
L’uomo e il cane invece si avvicinano lentamente, hanno bisogno l’uno dell’altro, fino a che moglie e animale quasi si sentano minacciati reciprocamente nell’affetto dell’uomo. Ma anche qui le dinamiche sono più necessarie per dar vita alla storia che sensate di per se stesse.
Un altro discorso va fatto per l’epilogo, che a suon di pianoforte e violino, fa di tutto per rendere struggente ciò che di per sé è straziante. E ci riesce. Alla fine la vera storia emerge. Il testardo cane hachiko torna alla stazione ogni giorno, puntuale, al suo posto, estate e inverno, e osserva la folla, intento a scorgere il suo prescelto. Tutti si affezionano alla pura presenza e la rispettano in modo ossequioso, fino a quando anche la moglie del defunto, tornata al suo paese dopo anni, scopre, scorgendo l’ormai canuto cane, che forse, al mondo, c’è qualcuno che amava quell’uomo più di lei, e gli chiede umilmente di poter attendere con lui il prossimo treno in arrivo.
Se parliamo della storia, è avvenuta in Giappone, iniziata nel 1924. Nel 1926 l’uomo morì e fino al 1935 il cane fu lì ad attenderlo. Ora in quella stazione vi è una statua che raffigura Hachiko, in posizione fiera, di fronte all’uscita della stazione. Come per ammonire tutti i "passanti" che potremmo, se vogliamo, essere infinitamente migliori di quello siamo.
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veronica.peragine
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martedì 16 febbraio 2010
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hachiko, una prova di fedeltà assoluta
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Il professor Parker Wilson (Richard Gere) è un uomo onesto e pacato, la sua vita scorre silenziosamente nell'intimità della vita famigliare finché un giorno, giungendo come sempre alla stazione alle cinque in punto, incappa per caso in un cucciolo lasciato sulla banchina da un fattorino distratto.
Hachiko (questo è il nome scritto sulla medaglietta) e Parker si scelgono l'uno con l'altro tanto che quest'ultimo vincerà anche le resistenze della moglie e riuscirà a tenerlo con sé.
Da quel momento il legame tra cane e padrone diventa sempre più stretto ed intenso; ogni giorno, Hachi accompagna Parker alla stazione e "va a riprenderlo", sedendosi su un muretto proprio di fronte all'ingresso della stazione, con una puntualità stupefacente.
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Il professor Parker Wilson (Richard Gere) è un uomo onesto e pacato, la sua vita scorre silenziosamente nell'intimità della vita famigliare finché un giorno, giungendo come sempre alla stazione alle cinque in punto, incappa per caso in un cucciolo lasciato sulla banchina da un fattorino distratto.
Hachiko (questo è il nome scritto sulla medaglietta) e Parker si scelgono l'uno con l'altro tanto che quest'ultimo vincerà anche le resistenze della moglie e riuscirà a tenerlo con sé.
Da quel momento il legame tra cane e padrone diventa sempre più stretto ed intenso; ogni giorno, Hachi accompagna Parker alla stazione e "va a riprenderlo", sedendosi su un muretto proprio di fronte all'ingresso della stazione, con una puntualità stupefacente.
Purtroppo il destino li separerà...
Posso dire solo una cosa: mai un film mi aveva commosso così tanto! La regia di Lasse Hallstrom rende la storia ovattata, quasi la protegge, come fosse una favola di un tempo lontano; in realtà è una storia davvero accaduta negli anni '20 in Giappone. Ancora mentre scrivo queste righe mi commuovo pensando alla fedeltà del cane, che sempre aspetta il suo padrone, tutti i giorni, per anni, fino alla fine.
E' un film che piace a chi ama gli animali, e può far riflettere chi non li tiene assolutamente in conto.
Quattro stelle piene per la bella storia, per la bravura degli attori e l'incredibile capacità di Hachi di trasmettere forti emozioni. Unica nota dolente: forse un po' di lentezza nel finale.
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mary22
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lunedì 4 gennaio 2010
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altro remake
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Dopo Brothers, da un film danese, ecco il remake di un film giapponese del 1987, molto più genuino e bello, perchè ricco di un contesto, anche se la triste storia di Hachiko nè è al centro. Il regista Hallstrom sfronda, mettendo in primo piano Gere e il cane, naturalmente;costruendo intorno a loro una cornice e copiando bellamente la scena del sogno che il cane fa prima di morire. Insomma una fiaba che richiama la vera vicenda: questo il merito del film. Forse un topos sempreverde ed emblematico del legame cane e padrone. Troppo leccato per i miei gusti e troppo poco articolato, per una storia che meritava di più.Ma andando all'osso, va bene così: avremmo pianto...di più e troppo, ma anche pensato.
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(di salval)
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valeone
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sabato 2 gennaio 2010
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rilancio delle emozioni o..operazione commerciale?
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E' vero: considerando ciò che mediamente ci offrono i film al giorno d'oggi, soprattutto in termini di valori rappresentati, Achiko suona piacevolmente come una voce fuori dal coro. La sua storia infatti , seppure appaia già vista sin dalle prime battute, ci prende x mano con la morbidezza di un peluche e ci accompagna fotogramma dopo fotogramma in un coacervo di affetti e malinconia, al quale , gioco forza, ci si adatta x poco + di un'ora e mezza. Già dall'uscita del cucciolo di Akita dalla sua gabbietta infatti, ci si ritrova istantaneamente nello stato d'animo di un bambino, ed il vero colpo di genio del regista stà nel congelare questa automatica sensazione di chiunque (dotato di un cuore pulsante) si trovi davanti allo schermo, per poi trasportarla sino alla fine della storia , in una progressione ineluttabile di rattristamento, enfatizzata da una soundtrack che muove subdolamente ogni sequenza.
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E' vero: considerando ciò che mediamente ci offrono i film al giorno d'oggi, soprattutto in termini di valori rappresentati, Achiko suona piacevolmente come una voce fuori dal coro. La sua storia infatti , seppure appaia già vista sin dalle prime battute, ci prende x mano con la morbidezza di un peluche e ci accompagna fotogramma dopo fotogramma in un coacervo di affetti e malinconia, al quale , gioco forza, ci si adatta x poco + di un'ora e mezza. Già dall'uscita del cucciolo di Akita dalla sua gabbietta infatti, ci si ritrova istantaneamente nello stato d'animo di un bambino, ed il vero colpo di genio del regista stà nel congelare questa automatica sensazione di chiunque (dotato di un cuore pulsante) si trovi davanti allo schermo, per poi trasportarla sino alla fine della storia , in una progressione ineluttabile di rattristamento, enfatizzata da una soundtrack che muove subdolamente ogni sequenza.
Il problema è che, aldilà di questa maestria nel gestire e soprattutto nel conservare x tutto il tempo del film un'emozione così naturale e immediata, in questa opera di Hallstrom nn c'è proprio null'altro: la storia è scontata (in quanto già leggenda), il plot narrativo è sconsideratamente piatto e monotòno, senza sussulti, senza variazioni, a volte persino senza allusioni. La malinconia diventa presto quasi angoscia, l'emozione diventa per taluni spettatori un giogo asfissiante, per altri semplicemente pianto disperato.
Le recitazioni impalpabili, compresa quella di Gere , scompaiono dietro alle espressioni (quasi sempre tristi) dei vari cani ke impersonano (esatto:impersonano!)il protagonista a 4 zampe, la fotografia è una cartolina illustrata da abbecedario, ma niente di + ....la musica, come già detto, diventa presto solo un viatico di ansia, tanto ke verrebbe a un certo punto da urlare,sempre più schiacciati nella propria poltrona: "SI' VA BENE ADESSO PIANGO....MA POI??!" .
Viene da chiedersi se tanta sapienza nel manipolare le emozioni doveva necessariamente estrinsecarsi in un modo così rigidamente unilaterale . Viene da chiedersi se in realtà nn sia stato fatto un film che, una volta sparsa la voce, voglia attirare proprio solo chi ha voglia di piangere...e nn chi dal cinema cerca pathos a 360° .
E' vero , sarebbe da far vedere a chi nn ama molto gli animali....peccato che costoro nn lo faranno mai..e per i bambini....meglio le polpette dal cielo !!
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[+] dubbio sciocco.
(di marezia)
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il cinefilo
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lunedì 19 luglio 2010
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un fallimento quasi totale
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TRAMA:un piccolo cucciolo di cane denominato HACHIKO,proveniente dal Giappone,si ritrova ad affezionarsi ad un uomo di mezza età(Richard Gere,il quale sfiora il ridicolo)e insieme giocano,si tirano la palla,si ritrovano alla stazione dei treni ecc. e tutti coloro che gli stanno intorno si affezionano immediatamente a lui...ma quando il padrone-amico schiatta di colpo Hachiko andrà tutti i giorni alla stazione illudendosi di vederlo arrivare(ovviamente non arriverà più)e lo farà fino alla fine dei suoi giorni...RECENSIONE: Lasse Halstrom confeziona per il grande pubblico una piccola innocente fiaba che vorrebbe,forse,essere una riflessione sul rapporto che corre tra i cani e gli uomini(con annesso prologo del nipotino che racconta la storia a scuola,alla sua classe e ovviamente si commuovono tutti) o forse voleva semplicemente raccontare una "favola" che avesse come protagonista assoluto un piccolo,dolce,tenero cagnolino capace di arrivare dritto al cuore degli spettatori.
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TRAMA:un piccolo cucciolo di cane denominato HACHIKO,proveniente dal Giappone,si ritrova ad affezionarsi ad un uomo di mezza età(Richard Gere,il quale sfiora il ridicolo)e insieme giocano,si tirano la palla,si ritrovano alla stazione dei treni ecc. e tutti coloro che gli stanno intorno si affezionano immediatamente a lui...ma quando il padrone-amico schiatta di colpo Hachiko andrà tutti i giorni alla stazione illudendosi di vederlo arrivare(ovviamente non arriverà più)e lo farà fino alla fine dei suoi giorni...RECENSIONE: Lasse Halstrom confeziona per il grande pubblico una piccola innocente fiaba che vorrebbe,forse,essere una riflessione sul rapporto che corre tra i cani e gli uomini(con annesso prologo del nipotino che racconta la storia a scuola,alla sua classe e ovviamente si commuovono tutti) o forse voleva semplicemente raccontare una "favola" che avesse come protagonista assoluto un piccolo,dolce,tenero cagnolino capace di arrivare dritto al cuore degli spettatori.
Pultroppo l'operazione è miseramente(anche se moderatamente)fallita in quanto la sceneggiatura sembra partire dal presupposto che per scatenare la commozione sia sufficente appiccicare per quasi tutti i novanta minuti la cinepresa sui movimenti giocosi di Hachiko conditi con una dose eccessiva di "melensaggine zuccherosa" che,persistendo in continuazione minuto dopo minuto,finisce con scatenare una fastidiosa irritazione indegna dello scopo che ci si sarebbe voluti prefiggere.
Il piccolo protagonista canide non riesce quasi mai ad avvincere e divertire veramente(ne quando è piccolo ne quando muore)così come non convincono i personaggi di contorno della storia(il venditore di panini,il capostazione,l'amico giapponese)proprio a causa di quella fastidiosa "zuccherosità" che pervade l'atmosfera di innumerevoli sequenze del film che,insulsaggine dopo insulsaggine finisce per sfociare in un finale che rasenta fortemente il ridicolo involontario(ad Hachiko prima di tirare le cuoia gli viene spiattellato davanti un flashback di quando il padrone era vivo e giocavano insieme)e compie il miracolo negativo di riuscire a fare in modo che della morte di un dolce,tenero cagnolino non freghi niente a nessuno.
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[+] ma perchè?
(di vero2)
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