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darko
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domenica 30 ottobre 2005
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..america, la terrà delle opportunità...
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Manderlay, che scenicamente e per quanto riguarda la struttura narrativa è identico a Dogville, è un dramma teatrale sulla schiavitù dei neri in una piccola ma produttiva piantagione dell’Alabama. Grace e il padre, capo di una banda di gangsters, lasciano Dogville dopo lo sterminio vendicativo voluto dalla stessa giovane e zelante donna. Decisi a trasferirsi a Denver, passano per Manderlay, Alabama, un altro “luogo dimenticato da Dio” (come ci dice la voce sorniona che narra il film)… Si fermano per una pausa e continuano le loro discussioni attorno alle più frivole divergenze di pensiero, ma quando stanno per ripartire, una donna di colore oltrepassa i cancelli (che potrebbero sembrare quelli dell’Inferno, ma forse solo all’occhio naive dello spettatore e ovviamente quello di Grace) e chiederà disperatamente aiuto alla nostra magnanima eroina, la quale si sentirà di nuovo in dovere di aiutare il prossimo.
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Manderlay, che scenicamente e per quanto riguarda la struttura narrativa è identico a Dogville, è un dramma teatrale sulla schiavitù dei neri in una piccola ma produttiva piantagione dell’Alabama. Grace e il padre, capo di una banda di gangsters, lasciano Dogville dopo lo sterminio vendicativo voluto dalla stessa giovane e zelante donna. Decisi a trasferirsi a Denver, passano per Manderlay, Alabama, un altro “luogo dimenticato da Dio” (come ci dice la voce sorniona che narra il film)… Si fermano per una pausa e continuano le loro discussioni attorno alle più frivole divergenze di pensiero, ma quando stanno per ripartire, una donna di colore oltrepassa i cancelli (che potrebbero sembrare quelli dell’Inferno, ma forse solo all’occhio naive dello spettatore e ovviamente quello di Grace) e chiederà disperatamente aiuto alla nostra magnanima eroina, la quale si sentirà di nuovo in dovere di aiutare il prossimo. Coprendosi le spalle con una manciata di uomini prestati da papà, Grace dopo aver assistito alla morte della padrona della piantagione Mam (Lauren Bacall), prende le sue veci ma solo per importare giustizia sociale, per insegnare le nobili leggi della Democrazia. Così Willem (Danny Glover), lo schiavo più anziano, saggio e docile, l’aiuta a far conoscenza con l’intera comunità di ormai ex-schiavi. Grace avrà il duro compito di farli abituare alla libertà e nel frattempo gli ex-padroni bianchi impareranno a lavorare come hanno fatto per tanto tempo i loro schiavi. Presto però Grace si accorgerà che i problemi e le ingiustizie sociali trovano radice proprio all’interno dello stesso gruppo etnico e, stravolta, comprenderà che la situazione è ben diversa da quella che aveva creduto regnare all’inizio a Manderlay: la schiavitù non è altro che un patto pacifico a cui si è arrivati di comune accordo fra bianchi e neri in modo da proteggersi dal mondo che là fuori, nel resto d’America, cambia troppo repentinamente e sembra costituire solo una minaccia per la gente di Manderlay. Vacillante di nuovo, come al termine dell’avventura a Dogville, Grace (interpretata dalla brillante Bryce Dallas Howard, sostituta della Kidman del primo episodio) si ritroverà a dover demolire ancora una volta gli stessi ideali nobili che l’hanno mossa al principio e passare dalla parte del carnefice violento e prevaricatore, stavolta però senza l’aiuto del babbo. Grace si allontana indignata dal popolo di Manderlay e naturalmente anche da se stessa e quello che si è trovata costretta a fare. La lezione di von Trier, che era stata dispensata un po’ fiaccamente con Dogville, viene ripetuta in Manderlay con rinnovata energia e perfidia: il mondo può fare volentieri a meno di gente simile, e gente simile è sparsa un po’ per tutta l’America, quella di ieri e d’oggi (e qui il film è dichiaratamente antiamericano). Nel finale la macchina da presa si risolleva ancora una volta, prendendo distanza dalle vicende e mostrando un’America delineata su carta geografica e Grace vi si muove sopra con passo rapido, goffo e incerto, alla ricerca della sua strada, che non è né quella già tracciata e sicura del padre armato di fucile né quella più comoda ma anche insidiosa per lei fra la gente misera e gretta della provincia americana che, seppur più furba, si mostra palesemente inferiore a lei. Avrà dunque imparato finalmente a non fidarsi troppo delle persone e a non dare troppo di sé stessa? Sì, se stessa, perché se nel primo Dogville Grace veniva sottomessa arbitrariamente dagli abitanti di Dogville e molestata in tutte le forme umanamente possibili senza potersene sottrarre, nel secondo Manderlay è lei stessa a volersi procurare i peggiori mali – di carattere fisico, morale e persino psicologico –. Sicuramente crescerà ancora questa donna e chissà che finalmente, nel prossimo e conclusivo capitolo della trilogia sarcasticamente intitolata America, la terra delle opportunità diretta da Lars von Trier, Grace non trovi il modo di dominare il mondo con principi forse discutibili e troppo astratti ideologicamente parlando, ma efficaci da un punto di vista concreto e sociologico.
Dunque Lars von Trier continua sicuro sulla strada del cinema sgradevole, ma più che altro nella forma in cui si presenta e non tanto per i contenuti d’interesse altamente politico, sociale, psicologico etc.
Se durante la visione del primo capitolo Dogville si trovavano difficoltà a seguire le vicende, qui non stentiamo assolutamente ad immedesimarci con la storia narrata dato che ormai i meccanismi di rappresentazione scenica li conosciamo bene. Lo spettatore non può che sentirsi coinvolto nelle avventure della dolce ingenua Grace dunque commuoversi, rimanere sconvolto, arricchirsi interiormente proprio come accadrebbe durante un’esperienza vissuta nella realtà. Quindi von Trier, attraverso la tecnica sottrattiva, in realtà sfiora la perfezione nel rendere tutta una serie di particolari altamente realistici che a teatro, su un palcoscenico vero, non sarebbero mai possibili produttivamente parlando (costerebbe troppo insomma e sovvertirebbe il principio immaginifico del teatro come fonte di fantasia per cose che non si possono presentare a causa di svariati motivi di natura tecnica). La licenza poetica dunque è bandita e facciamo tanto di cappello ad un cineasta che per quanto pretenzioso e antipatico possa sembrare, ha comunque messo in atto una vera e propria scommessa cinematografica (vincente) che si può solo ammirare in quanto geniale e che fra l’altro ha la forza simile a quella di un grande romanzo che, sì, facciamo fatica a leggere, ma di cui ad ogni modo vogliamo portare a conclusione la lettura. Perché? Perché evidentemente l’autore ha l’ammirevole e grande capacità di toccare senza applicare alcuna censura dei temi scottanti e soprattutto universali che riguardano – anche un po’ spaventosamente – tutti noi.
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elena
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martedì 1 novembre 2005
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allegoria sulla libertà
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von Trier è un'autore che amo. Ha una visione tutta sua del mondo e dell'arte, un sogno che segue con tanta onestà e coerenza. E' fra i nomi che cito quando mi dicono che i grandi autori erano "quelli del passato".
Dogville mi aveva stupito per il linguaggio e la verità che comunicava. Si capisce, l'autore ama parlare con metafore, con allegorie, una lingua che usano le fiabe e il teatro. Tra l'altro trovo qualcosa di antico tragico nella sua arte. Però è stato il "Dancer in the Dark" a conquistarmi completamente.
Adesso vengo a Manderlay. E' vero, la pesantezza che non ho sentito in Dogville qui l'ho sentita. Preferirei una nuova scenografia, non sempre questo spazio chiuso. Ingegnoso com'è, poteva anche creare un nuovo spazio per la nuova vicenda.
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von Trier è un'autore che amo. Ha una visione tutta sua del mondo e dell'arte, un sogno che segue con tanta onestà e coerenza. E' fra i nomi che cito quando mi dicono che i grandi autori erano "quelli del passato".
Dogville mi aveva stupito per il linguaggio e la verità che comunicava. Si capisce, l'autore ama parlare con metafore, con allegorie, una lingua che usano le fiabe e il teatro. Tra l'altro trovo qualcosa di antico tragico nella sua arte. Però è stato il "Dancer in the Dark" a conquistarmi completamente.
Adesso vengo a Manderlay. E' vero, la pesantezza che non ho sentito in Dogville qui l'ho sentita. Preferirei una nuova scenografia, non sempre questo spazio chiuso. Ingegnoso com'è, poteva anche creare un nuovo spazio per la nuova vicenda. Apparte questo, mi sono lasciata andare al gioco di metafore e riflessioni, fatte in un modo delirante (leggevo in un'intervista dell'autore, che cominciava le prese ma senza saper come avrebbe proseguito, le idee venivano da sole). Alla fine ho capito il suo messaggio ed era talmente coerente che mi ha convinto per la sua verità.
Certo, tutto in questo film è un'allegoria. Anni 30 per far riferimento a un periodo di crisi e decadenza (potrebbero essere i nostri tempi) e America perchè è un posto simbolo del nostro mondo controverso. Se in Dogville si parlava della tolleranza, qui si parla di libertà. Sempre la stessa eroina (come nelle tragedie di Euripide o nel melodramma italiano) in giro per il mondo, vittima e giudice delle debolezze umane e altre circostanze. Questo film usa l'esempio della schiavitù dei negri, ma infondo parla a tutti noi, ponendo la domanda: siamo veramente liberi? Liberi... da che punto di vista? Da tanti, faccio solo un'esempio. Non c'è più monarchia, ma questo che viviamo è una democrazia vera? Siamo veramente liberi in uno stato dove i pochi decidono per i molti, ma per i propri interessi? Non vado oltre... E per Grace anche questa volta non c'era happy end. Avendo capito alla fine che l'uomo (nel volto di Timothy) non è l'essere bellissimo che immaginava, e per il quale sognava la libertà, cade nella trappola, e delusa punisce e abbandona tutti, come ha fatto allora a Dogville. von Trier è un'anarchico che parla con metafore, con poesia, con la lingua del teatro, per proteggersi in tempi di censure. La scena del sesso mi è sembrata troppo hard. Nonostante ciò e la pesantezza, il film mi è piaciuto, lo consiglierei.
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fedeleto
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lunedì 21 marzo 2011
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la lunga strada da dogville a manderlay
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Dopo il capolavoro di Dogville,il regista LARS VON TRIER( europa,the kingdom,le onde del destino,dancer in the dark),continua il suo discorso di comunita' e civilta',proseguendo con Manderlay.La storia continua proprio dove era finito Dogville,ovvero,grace con il padre si ferma a manderlay e viene a conoscenza che lo schiavismo dei negri ancora predomina in questa cittadina.Motivata a cambiare la vita di questi uomini una volta morta la dittattrice provera' a portare la democrazia,solo che non tutto andra' come previsto, e le apparenze a volte ingannano.Von trier dirige un buon seguito,e la bryce dallas con i suoi lineamenti angelici non fa rimpiangere eccessivamente la differenza con la kidman(il paragone insistente non sarebbe nemmeno del tutto idoneo poiche' la dallas e' quasi esordiente),nonostante tutto la sceneggiatura e' buona e mette in risalto uno spaccato di vita americana,scende forse troppo nel provocatorio per certi aspetti(guarda la catalogazione degli schiavi)ma il suo scopo e' proprio quello opposto ovvero denunciare questo abuso che per anni ha provocato solo razzismo e abusivismo.
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Dopo il capolavoro di Dogville,il regista LARS VON TRIER( europa,the kingdom,le onde del destino,dancer in the dark),continua il suo discorso di comunita' e civilta',proseguendo con Manderlay.La storia continua proprio dove era finito Dogville,ovvero,grace con il padre si ferma a manderlay e viene a conoscenza che lo schiavismo dei negri ancora predomina in questa cittadina.Motivata a cambiare la vita di questi uomini una volta morta la dittattrice provera' a portare la democrazia,solo che non tutto andra' come previsto, e le apparenze a volte ingannano.Von trier dirige un buon seguito,e la bryce dallas con i suoi lineamenti angelici non fa rimpiangere eccessivamente la differenza con la kidman(il paragone insistente non sarebbe nemmeno del tutto idoneo poiche' la dallas e' quasi esordiente),nonostante tutto la sceneggiatura e' buona e mette in risalto uno spaccato di vita americana,scende forse troppo nel provocatorio per certi aspetti(guarda la catalogazione degli schiavi)ma il suo scopo e' proprio quello opposto ovvero denunciare questo abuso che per anni ha provocato solo razzismo e abusivismo.ottima anche la parte tecnica,ovvero la fotografia sempre scura che rende quasi manderlay un viaggio nell'incoscio della coscienza americana.Decisamente un film da vedere e apprezzare,non resta che attendere il terzo ed ultimo capitolo della trilogia.
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eugenio
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martedì 12 gennaio 2010
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lo schiavismo alla trier
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Manderlay, del regista danese (Von) Trier, presentato al Festival del cinema di Cannes, nel 2005, costituisce una pellicola volutamente provocatoria e assolutamente particolare. Secondo tempo del gia' tanto criticato Dogville con l'attrice Bryce Dallas Howard, subentrata all'australiana Kidman del primo per esigenze di copione, Manderlay, ambientato negli Stati Uniti, verso gli anni 30, traccia un tema difficile da narrare senza retoriche e crismi di fondo lo schiavismo.
Grace, con il padre e la sua banda di gangster, dopo lo sterminio di un'intera comunità (neonati compresi) ha abbandonato Dogville, come ci dice la voce narrante del film, alla ricerca di un nuovo posto dove stabilirsi. Lungo il tragitto verso il sud degli Stati Uniti (sapientemente stilizzato dal regista mediante l'ausilio di una semplice cartina geografica ), la protagonista si imbatte in una comunità di abitanti di una piantagione di cotone, Manderlay appunto in Alabama.
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Manderlay, del regista danese (Von) Trier, presentato al Festival del cinema di Cannes, nel 2005, costituisce una pellicola volutamente provocatoria e assolutamente particolare. Secondo tempo del gia' tanto criticato Dogville con l'attrice Bryce Dallas Howard, subentrata all'australiana Kidman del primo per esigenze di copione, Manderlay, ambientato negli Stati Uniti, verso gli anni 30, traccia un tema difficile da narrare senza retoriche e crismi di fondo lo schiavismo.
Grace, con il padre e la sua banda di gangster, dopo lo sterminio di un'intera comunità (neonati compresi) ha abbandonato Dogville, come ci dice la voce narrante del film, alla ricerca di un nuovo posto dove stabilirsi. Lungo il tragitto verso il sud degli Stati Uniti (sapientemente stilizzato dal regista mediante l'ausilio di una semplice cartina geografica ), la protagonista si imbatte in una comunità di abitanti di una piantagione di cotone, Manderlay appunto in Alabama.
Ricercata per l'aiuto da parte di una delle "schiave", ingiustamente asservite a una cosi' stancante e crudele attività, la raccolta di cotone, e fortemente punite anche per motivi ridicoli, "la figlioccia del padrino", intenerita ( e anche incuriosita) da simile richiesta, deciderà di fermarsi per un anno in questa comunità cercando di instaurare una democrazia che consenta a tutti di vivere in pace e prosperità. La ragazza, purtroppo, si renderà conto di come sia estremamente difficile capovolgere una realtà fatta di ingiustizie e repressione nella quale ogni persona è trattata come un numero e classificata in base alla propria personalità, senza alcun diritto di intervento ne' di scelta.
Ma quale è il confine tra libertà e schiavismo? Cos'e' la vera libertà, esiste? Su questi temi vuol far riflettere Von Trier.E' meglio una società democratica ma incapace di sostenersi senza rigide regole imposte (il libro di Mam) oppure l'applicazione di un pugno di ferro costituisce il motore del benessere?
Il sottile limite tra schiavo e padrone, tra democrazia e autarchia sono particolarmente accentuate dall'utilizzo di una scenografia povera e sterile, sullo stile del teatro dell'assurdo del Godot di Beckett. Gli attori si muovono con maestria su un palcoscenico privo di ogni cosa dove i nomi delle case son indicati con delle scritte sul terreno e dove il confine tra mondo reale e schiavismo è simbolicamente rappresentato da un cancello che nessun abitante ha il coraggio (realmente?) di oltrepassare.
Film di grande intensità drammatica che non raggiunge, tuttavia, il potere visivo del primo Dogville, da cui riprende la caratteristica scenografica, Manderlay è una amara rievocazione dello schiavismo (ancora esistente in alcune aree dell'America dopo ormai 150 anni dalla guerra di secessione) ma soprattutto (qui la parte provocatoria), dell'impossibilità di riuscire a mantenere una solida democrazia anche con la forza.
Sconfitta su tutta la linea? Ibrido artistico senza identità? Molto si è detto su questo film, al pubblico spetta la scelta di come innalzare il pollice.
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