Mi piace lavorare (Mobbing)

Film 2004 | Drammatico +16 89 min.

Anno2004
GenereDrammatico
ProduzioneItalia
Durata89 minuti
Regia diFrancesca Comencini
AttoriNicoletta Braschi, Camille Dugay Comencini .
TagDa vedere 2004
RatingConsigli per la visione di bambini e ragazzi: +16
MYmonetro 3,54 su 24 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

Regia di Francesca Comencini. Un film Da vedere 2004 con Nicoletta Braschi, Camille Dugay Comencini. Genere Drammatico - Italia, 2004, durata 89 minuti. Consigli per la visione di bambini e ragazzi: +16 - MYmonetro 3,54 su 24 recensioni tra critica, pubblico e dizionari.

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Accolto benissimo a Berlino e nelle sale, esce in DVD il film della Comencini sulle angherie che molte donne sono costrette a subire sul posto di lavoro. Protagonista un'ottima Nicoletta Braschi. Il film è stato premiato al Festival di Berlino.

Consigliato sì!
3,54/5
MYMOVIES 3,00
CRITICA N.D.
PUBBLICO 3,56
CONSIGLIATO SÌ
Il mobbing, mostro che ci attanaglia sul posto di lavoro.
Recensione di Andrea Chirichelli
Recensione di Andrea Chirichelli

Presentato (e vincente) nella sezione "panorama" del Festival del Cinema di Berlino, Mi piace lavorare nasce come progetto povero ed essenziale. Una sola attrice di rilievo, molti interpreti non professionisti, il circolo di parenti e amici della regista che si adoperano per la riuscita di una pellicola, che di fatto, è una delle migliori opere sociali degli ultimi anni e che squarcia il velo su uno dei più grandi problemi che affligge il moderno mercato del lavoro:il mobbing. I tempi de La classe operaia va in paradiso sono finiti, oggi è tempo di fusioni, budget, tuning: lo scenario scelto dalla Comencini è assolutamente asettico: un'azienda anonima, di cui non si conosce l'attività, il fatturato, lo scopo. Quella nella quale chiunque potrebbe lavorare e che, a causa di una fusione, vede il management radicalmente cambiato. Spesso le vittime non conoscono nemmeno il nome dei propri carnefici, il concetto di padrone viene sostituito da una sorta di grande fratello che controlla, dispone, organizza, muove uomini e donne a suo piacimento sullo scacchiere operativo alla ricerca del miglior profitto. È la giusta legge del libero mercato e vivaddio che sia così, ma, a volte, forse troppe volte, il meccanismo s'inceppa e quando questo succede le conseguenze sono gravissime e coinvolgono non solo il diretto interessato ma familiari, amici, parenti, amici. Nelle vene dei Comencini scorre il cinema:ciò si palesa non solo apprezzando il piglio asciutto e sicuro che la madre (forse pensando ai lavori del nonno) utilizza nel corso della storia, ma anche nella straordinaria performance della figlia che recita accanto alla Braschi con una naturalezza e convinzione che lasciano stupefatti. La discesa agli inferi della bravissima signora Benigni è raccontata senza enfasi, né scene madri: giorno dopo giorno, alla inconsapevole contabile vengono tolte dignità e speranze, tramite un continuo, spossante, cambiamento di mansioni e piccole meschinità che minano l'autostima di quella che appare agli spettatori una vera e propria vittima sacrificale, carne da macello da immolare al Dio della competitività (mirabile in questo senso il discorso iniziale del nuovo amministratore delegato della società, così ricco di parole e povero di contenuti). Perfetta la performance della Braschi, sempre sul punto di cedere, ma pronta, alla fine, ad alzare la testa e reagire, dopo l'ultimo, inaccettabile sopruso. Lo squallore degli uffici, delle mense, del trantran quotidiano di chi non "viaggia in prima" è testimoniato con un'aderenza al reale molto inquietante. Bella la prova degli attori non professionisti ed geniale, nella sua grottesca messa in scena, la sequenza del colloquio della protagonista con l'amministratore delegato dell'azienda. Anche il film ha le sue pecche: il finale, nel suo voler essere consolatorio e pregno di speranza, è troppo ottimistico e ben poco aderente ad una realtà che spesso è ben diversa da quella indicata nel film, ma, nonostante questo, e alcune pecche stilistiche nella rappresentazione della storia (invero un po' troppo manichea nel dividere buoni e cattivi), Mi piace lavorare vale più di qualsiasi manifestazione, corteo o indagine giornalistico/televisiva. C'è solo da sperare che un pubblico abituato a cercare nel mezzo cinematografico evasione e divertimento, non sia impaurito dalla cruda rappresentazione della realtà di tutti i giorni...

Sei d'accordo con Andrea Chirichelli?
winner
premio speciale
Festival di Berlino
2004
PUBBLICO
RECENSIONI DALLA PARTE DEL PUBBLICO
mercoledì 23 febbraio 2011
Claire_

La scelta di un tema di tale portata, e mai affrontato prima, la sceneggiatura sapiente e precisa fanno di questo un film grande. Ma senza esagerare mi sento di dire che Nicoletta Braschi è la scelta vincente di tutto il film. Lei che si conofonde tra i toni tenui e sbiaditi di tutta la narrazione ma che al tempo stesso è capace di portarla in alto; che ha la tenacia di intenerire e la [...] Vai alla recensione »

mercoledì 6 giugno 2012
abigeil

Il realismo di questo film spiazza, rappresenta senza troppi fronzoli ciò che molti lavoratori, non solo in Italia, hanno vissuto o viovono.Affronta una tematica abbastanza recente quella del mobbing, serie di soprusi che avvengono nei confronti di un dipendente per metterlo in difficoltà, umiliarlo con mansioni inutili,trasferire il lavoratore da un compito all'altro, isolarlo il tutto per esasperarlo [...] Vai alla recensione »

STAMPA
RECENSIONI DELLA CRITICA
Tullio Kezich
Il Corriere della Sera

Mi piace lavorare di Francesca Comencini, accolto chissà perché nella sezione Panorama anziché in concorso, si potrebbe definire il vero film dell’orrore. Non quello dei mostri o dei vampiri, ma l’orrore quotidiano che in tanti casi rende angosciosa l’esistenza di chi fatica sotto padrone. Come la separata Nicoletta Braschi, che si divide fra la figlioletta e un impegno di contabile svolto (lo afferma [...] Vai alla recensione »

Mario Sesti
Duel

Una volta le aziende erano capaci di fare a meno di lavoratori o dipendenti, semplicemente buttandoli fuori: più di un secolo di cultura e legislazione e soprattutto battaglie civili e politiche, ha reso loro un p0’ più difficile farlo. Ma c’è una soluzione: il mobbing. Ovvero quella raffinata opera di pressione invisibile che costringe dipendenti e lavoratori ad andarsene.

Gabriella Gallozzi
L'Unità

Risorse umane ci ha raccontato l'applicazione delle 35 ore in Francia. Ken Loach da anni ci descrive come cambia il mondo del lavoro, così come fa col suo cinema Robert Guédiguian. Lo spagnolo de I lunedì al sole ci ha portato di recente nel dramma della disoccupazione. Il posto dell'anima di Riccardo Milani ha fatto altrettanto in chiave italiana come, in parte, anche Liberi di Gianluca Tavarelli. [...] Vai alla recensione »

Enrico Magrelli
Film TV

I luoghi e i rapporti di lavoro sono scenografie, relazioni, gesti e declinazioni del potere dai quali il cinema italiano prende le distanze e per i quali, non trova, e spesso non cerca. le focali, le parole, i tempi e i tagli giusti. Il problema formale, stilistico, culturale connesso a questa frequente rimozione produttiva riguarda la questione del realismo e della realtà.

Alessandra Levantesi
La Stampa

Presentato nella sezione Panorama del FilmFest e da domani nelle nostre sale, Mi piace lavorare di Francesca Comencini è un film intimista che va dritto al cuore e al contempo affronta un grosso problema sociale, quello del (per usare l’orribile termine) mobbing: ovvero della vessazione psicologica sul lavoro. Anticipiamo la prima obiezione. Nel vedere il trattamento che si trova a subire dall’azienda [...] Vai alla recensione »

Roberto Nepoti
La Repubblica

Divorziata con figlia minore e padre da accudire, Anna è segretaria di terzo livello in un'azienda assorbita da una multinazionale. Lavorare le piace; anche se il suo reddito non le permette di concedersi più dell'indispensabile. Da un giorno all'altro, però, la sua vita cambia: come per effetto di un sortilegio misterioso, i colleghi le fanno il vuoto intorno, la sua scrivania è occupata da altri, [...] Vai alla recensione »

Fulvia Caprara
La Stampa

Con il termine «mobbing», dal verbo inglese «to mob» che significa accerchiare qualcuno, viene indicata quella «serie di atti o fatti manifestamente indesiderati che assumono le caratteristiche di un’intenzionale e sistematica forma di violenza psicologica perpetrata nell’ambiente di lavoro con l’obiettivo di danneggiare il dipendente o il collega».

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