Mi piace lavorare (Mobbing)

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Un film di Francesca Comencini. Con Nicoletta Braschi, Camille Dugay Comencini Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 89 min. - Italia 2004. MYMONETRO Mi piace lavorare (Mobbing) * * * - - valutazione media: 3,28 su 23 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
Consigliato sì!
3,28/5
MYMONETRO®
Indice di gradimento medio del film tra pubblico, critica e dizionari + rapporto incassi/sale (n.d.)
 dizionari * * * - -
 critican.d.
 pubblico * * * 1/2 -
Nicoletta Braschi
Nicoletta Braschi (56 anni) 10 Agosto 1960 Interpreta Anna
Camille Dugay Comencini
Camille Dugay Comencini   Interpreta Morgana
   
   
   
Accolto benissimo a Berlino e nelle sale, esce in DVD il film della Comencini sulle angherie che molte donne sono costrette a subire sul posto di lavoro. Protagonista un'ottima Nicoletta Braschi.
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primo piano
Il mobbing, mostro che ci attanaglia sul posto di lavoro
Andrea Chirichelli     * * * - -

Presentato (e vincente) nella sezione "panorama" del Festival del Cinema di Berlino, Mi piace lavorare nasce come progetto povero ed essenziale. Una sola attrice di rilievo, molti interpreti non professionisti, il circolo di parenti e amici della regista che si adoperano per la riuscita di una pellicola, che di fatto, è una delle migliori opere sociali degli ultimi anni e che squarcia il velo su uno dei più grandi problemi che affligge il moderno mercato del lavoro:il mobbing. I tempi de La classe operaia va in paradiso sono finiti, oggi è tempo di fusioni, budget, tuning: lo scenario scelto dalla Comencini è assolutamente asettico: un'azienda anonima, di cui non si conosce l'attività, il fatturato, lo scopo. Quella nella quale chiunque potrebbe lavorare e che, a causa di una fusione, vede il management radicalmente cambiato. Spesso le vittime non conoscono nemmeno il nome dei propri carnefici, il concetto di padrone viene sostituito da una sorta di grande fratello che controlla, dispone, organizza, muove uomini e donne a suo piacimento sullo scacchiere operativo alla ricerca del miglior profitto. È la giusta legge del libero mercato e vivaddio che sia così, ma, a volte, forse troppe volte, il meccanismo s'inceppa e quando questo succede le conseguenze sono gravissime e coinvolgono non solo il diretto interessato ma familiari, amici, parenti, amici. Nelle vene dei Comencini scorre il cinema:ciò si palesa non solo apprezzando il piglio asciutto e sicuro che la madre (forse pensando ai lavori del nonno) utilizza nel corso della storia, ma anche nella straordinaria performance della figlia che recita accanto alla Braschi con una naturalezza e convinzione che lasciano stupefatti. La discesa agli inferi della bravissima signora Benigni è raccontata senza enfasi, né scene madri: giorno dopo giorno, alla inconsapevole contabile vengono tolte dignità e speranze, tramite un continuo, spossante, cambiamento di mansioni e piccole meschinità che minano l'autostima di quella che appare agli spettatori una vera e propria vittima sacrificale, carne da macello da immolare al Dio della competitività (mirabile in questo senso il discorso iniziale del nuovo amministratore delegato della società, così ricco di parole e povero di contenuti). Perfetta la performance della Braschi, sempre sul punto di cedere, ma pronta, alla fine, ad alzare la testa e reagire, dopo l'ultimo, inaccettabile sopruso. Lo squallore degli uffici, delle mense, del trantran quotidiano di chi non "viaggia in prima" è testimoniato con un'aderenza al reale molto inquietante. Bella la prova degli attori non professionisti ed geniale, nella sua grottesca messa in scena, la sequenza del colloquio della protagonista con l'amministratore delegato dell'azienda. Anche il film ha le sue pecche: il finale, nel suo voler essere consolatorio e pregno di speranza, è troppo ottimistico e ben poco aderente ad una realtà che spesso è ben diversa da quella indicata nel film, ma, nonostante questo, e alcune pecche stilistiche nella rappresentazione della storia (invero un po' troppo manichea nel dividere buoni e cattivi), Mi piace lavorare vale più di qualsiasi manifestazione, corteo o indagine giornalistico/televisiva. C'è solo da sperare che un pubblico abituato a cercare nel mezzo cinematografico evasione e divertimento, non sia impaurito dalla cruda rappresentazione della realtà di tutti i giorni...

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Mi piace lavorare (Mobbing) recensione dal Dizionario Fumagalli - Cotta
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Premi e nomination Mi piace lavorare (Mobbing)

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Festival di Berlino
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Magnifica braschi

mercoledì 23 febbraio 2011 di Claire_

La scelta di un tema di tale portata, e mai affrontato prima, la sceneggiatura sapiente e precisa fanno di questo un film grande. Ma senza esagerare mi sento di dire che Nicoletta Braschi è la scelta vincente di tutto il film. Lei che si conofonde tra i toni tenui e sbiaditi di tutta la narrazione ma che al tempo stesso è capace di portarla in alto; che ha la tenacia di intenerire e la dolcezza di appassionare. Anche gli attori non professionisti risultano all'altezza (e in alcuni continua »

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Il mobbing colpisce un pò tutti!!! bellissimo film

mercoledì 29 agosto 2007 di Principessa88

Grandissima Francesca Comencini, molto sublime l'interpretazione della Braschi!!! E'stato un film divertententissimo ma anche interessante perchè affronta un argomento fondamentale di cui si parla ancora oggi in televisione e sui giornali!!!Qui la Braschi ha dimostrato di essere un' attrice in gamba e si è saputa difendere dagli insulti chefiglia riceveva ! questo film si è consigliabile da vedere!!! Fortissima l'interpretazione di Camille-Dugay-Comencini nella parte della figlia Morgana perchè continua »

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Un grande film, non un documentario.

domenica 5 marzo 2006 di Lorenzo

Sicuramente un buon film, diretto in maniera eccellente ed ottimamente interpretato non soltanto da Nicoletta Braschi (che meno del massimo non sa dare) ma anche dai collaboratori non professionisti. Lo spettatore è coinvolto progressivamente dal cambiamento di sensazioni del personaggio e queste ultime sono il vero soggetto del film. Bisogna invece avvertire che non si tratta di un documentario: tratta di un particolare caso di mobbing (strategico verticale) di cui spiega frettolosamente l'origine continua »

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Un racconto piatto

martedì 18 dicembre 2007 di Odissea 2001

L'inferno in ufficio. Il film di Cristina Comencini mette il dito nella piaga e racconta l'ingiustizia e la crudeltà, l'irrazionalità e l'alienazione nel rapporto quotidiano col lavoro che diventa un incubo quando la gerarchia aziendale si piega esclusivamente all'interesse privato (il che può succedere anche in un'azienda pubblica). Il lavoratore appare allora come un numero mentre l'arroganza di cui è capace il potere schiaccia diritti e dignità personale. Le cronache ospitano spesso racconti continua »

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di Gabriella Gallozzi L'Unità

Risorse umane ci ha raccontato l'applicazione delle 35 ore in Francia. Ken Loach da anni ci descrive come cambia il mondo del lavoro, così come fa col suo cinema Robert Guédiguian. Lo spagnolo de I lunedì al sole ci ha portato di recente nel dramma della disoccupazione. Il posto dell'anima di Riccardo Milani ha fatto altrettanto in chiave italiana come, in parte, anche Liberi di Gianluca Tavarelli. Ma mai fino ad oggi il cinema si è spinto in un territorio così cruciale e insidioso come quello del mobbing. »

di Mario Sesti Duel

Una volta le aziende erano capaci di fare a meno di lavoratori o dipendenti, semplicemente buttandoli fuori: più di un secolo di cultura e legislazione e soprattutto battaglie civili e politiche, ha reso loro un p0’ più difficile farlo. Ma c’è una soluzione: il mobbing. Ovvero quella raffinata opera di pressione invisibile che costringe dipendenti e lavoratori ad andarsene. Francesca Comencini, con il suo film, descrive con precisione e senza giri di parole come funziona. Prima si crea una situazione di ansia e insicurezza (la protagonista, interpretata da Nicoletta Braschi, è bruscamente privata di un ruolo), quindi di umiliazione (la direzione dell’azienda le affida compiti impossibili o degradanti) e infine di ricatto (l’azienda le offre favorevoli condizioni di fuoriuscita). »

di Enrico Magrelli Film TV

I luoghi e i rapporti di lavoro sono scenografie, relazioni, gesti e declinazioni del potere dai quali il cinema italiano prende le distanze e per i quali, non trova, e spesso non cerca. le focali, le parole, i tempi e i tagli giusti. Il problema formale, stilistico, culturale connesso a questa frequente rimozione produttiva riguarda la questione del realismo e della realtà. Hon si tratta di sostenere una vague di neorealismo postmoderno né di sollecitare una revisione tecnico-teorica dell’impressione di realtà al cinema, si tratta di non ignorare il reale come campo d’azione, di dinamiche pragmatiche e psicologiche, di riserva inesauribile di drammaturgie sociali. »

di Roberto Nepoti La Repubblica

Divorziata con figlia minore e padre da accudire, Anna è segretaria di terzo livello in un'azienda assorbita da una multinazionale. Lavorare le piace; anche se il suo reddito non le permette di concedersi più dell'indispensabile. Da un giorno all'altro, però, la sua vita cambia: come per effetto di un sortilegio misterioso, i colleghi le fanno il vuoto intorno, la sua scrivania è occupata da altri, i compiti diventano umilianti. In una via crucis laica e senza clamori, ma non perciò meno dolorosa, la poveretta percorre all'incontrario la piccola carriera faticosamente conquistata. »

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