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Polvere di Napoli
Un film di Antonio Capuano.
Con Silvio Orlando, Lola Pagnani, Teresa Saponangelo, Gigio Morra
Commedia,
durata 100 min.
- Italia 1998.
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Metà omaggio metà parodia di L'oro di Napoli (1954) di De Sica-Marotta-Zavattini per dire che lo splendore di una città si è tramutato in polvere. L'omaggio è evidente in “Scopa a sette”, parafrasi macabra di “I giocatori”. C'è aria di Salvatore Di Giacomo in “Le nozze”, litigio amoroso sulla Ferrovia Cumana, mentre si va nel grottesco parodico con “Fred”, girato a Pompei dove c'è S. Orlando dai baffetti sudamericani; nel patetico con “Richard Gere”; nel predicatorio con “Ciarli e Gerri”, ancora con Orlando nel ruolo di un sassofonista jazz frustrato. Al suo 3° film, il napoletano A. Capuano cerca di essere “più commerciale” senza tradire sé stesso, ma non ci riesce. Non è abbastanza astuto per giocare su due tavoli. |
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di Luigi Paini Il Sole-24 Ore
Fa caldo, tanto caldo: il vento di scirocco schiaccia Napoli sotto la sua cappa africana, alzando una coltre bianca che avvolge persone, vicoli, antichi palazzi. Una calura soffocante, che fa da sottofondo ai cinque episodi di Polvere di Napoli, di Antonio Capuano. Polvere, non più oro, com’era nel film del “54 di De Sica, tratto dai racconti di Giuseppe Marotta: ma fra i granelli che si insinuano dappertutto si nascondono ancora molte pagliuzze preziose. A cominciare dal primo episodio, che si svolge esattamente nello stesso palazzo della pellicola degli anni 50. » |
Nella polvere di Napoli rivive De Sica
di Tullio Kezich Il Corriere della Sera
Un universo surreale e pittoresco nei cinque episodi partenopei di Antonio Capuano. Il ritratto di una città piena di fermenti innovativi. Se Vittorio De Sica fosse ancora vivo (non è un'ipotesi assurda, avrebbe 95 anni e Bragaglia, uno dei suoi registi, è arrivato a 103) si commuoverebbe fin dalla prima immagine di Polvere di Napoli ritrovandosi in quel cortile con ascensore a vista dove il Conte di L'oro di Napoli (1954) andava a sfidare il figlioletto del portiere per sfogare le sue velleità di giocatore frustrato. » |
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di Roberto Escobar Il Sole-24 Ore
“Infiniti sono gli aspetti splendidi e umili, tristi e gioiosi dei vicoli partenopei”: in queste parole che si leggevano all’inizio di L’oro di Napoli (1954) c’era l’immagine tradizionale della città. Con Cesare Zavattini e Giuseppe Marotta, Vittorio De Sica non se ne temeva la retorica. Nel film, proseguiva la scritta, si troveranno i segni “di quell’amore di vita, di quella pazienza e di quella continua speranza che sono l’oro di Napoli”. Ora, dopo quasi mezzo secolo, Antonio Capuano e Tonino Taiuti (cosceneggiatore) aprono il loro film avvertendoci che al cinema, talvolta, l’oro non è che argento, e forse solo polvere. » |
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