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Non posso negare che gli attori e le attrici del film La Gioia di Nicolangelo Gelormini siano stati in grado di esprimere con un acting assai convincente, una storia che definire torbida arricchisce solo un deserto di umane relazioni e cancella la parola amore dal vocabolario sostituendola con la parola sopravvivenza. Una storia dove la povertà diventa miseria; la seduzione diventa sopraffazione; la truffa diventa femminicidio. Lo spettatore spaesato può chiedersi, forse a ragione, cosa frulla nella testa del regista Nicolangelo Gelormini; che senso abbia la sua dedica; se sia un seguace di Thomas Hobbes (homo homini lupus). O solo che intuisca cosa possa fare da richiamo per avere più spettatori. Forse tutto si limita a quella osservazione di Giovenale: panem e circenses (pane e giochi circensi) che mette in risalto il bisogno per molti esseri umani, magari nel profondo del loro essere, di godere del macabro (altrui), delle sofferenze (altrui), delle torture (altrui) dell’assassinio (altrui). Il gioco sostituito dalla realtà. O forse la storia può essere riassunta con Tolkien, Il signore degli anelli: i nani hanno scavato troppo a fondo e con troppa avidità. Sai cos'hanno risvegliato nell'oscurità di Khazad-dûm? Ombra e fiamme! Personalmente, rimane solo il dolore per la storia di Gioia, incapace di identificare il lupo mannaro sotto mentite spoglie.
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