| Anno | 2026 |
| Genere | Commedia |
| Produzione | Australia |
| Durata | 95 minuti |
| Regia di | Kuba Dorabialski |
| Attori | Mia Wasikowska, Vedrana Bozinovic, Mia Morrissey, Selma Alispahic, Admir Glamocak Dino Sarija, Kuba Dorabialski. |
| MYmonetro | Valutazione: 3,00 Stelle, sulla base di 1 recensione. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 22 luglio 2026
Una scrittrice fa i conti con il significato profondo del racconto della guerra.
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CONSIGLIATO SÌ
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Scrittrice australiana di origini polacche, Agata accetta l'invito della sua editor a trascorrere un periodo di tempo a Sarajevo, nella calma di una casa a disposizione tutta per sé. L'idea che si va formando nella sua mente è dunque quella di ambientare il nuovo romanzo nei giorni del lungo assedio della capitale della Bosnia-Erzegovina, durante la guerra, e per far questo comincia ad incontrare alcune persone e a informarsi sulle loro storie e i loro ricordi. La reazione di molte di loro è però negativa: c'è chi considera la guerra una storia vecchia e vorrebbe che si guardasse al presente, chi è stanco dell'identificazione della città con quel periodo della sua Storia, chi non vuole proprio più raccontarla quella storia, perché il tempo ha trasformato la testimonianza in una vuota novella sempre identica a sé stessa, che non impedirà in alcun modo il ripetersi dell'orrore. È in questo reticolo di Storia intesa come serie di eventi reali e vissuti, di memoria personale e collettiva, e di storia intesa come narrazione che si muove l'opera seconda dell'artista Kuba Dorabialski, nato in Polonia e installatosi a Sidney, che ritorna in quell'Europa dell'Est che già era stata contenitore e contenuto del precedente "Connection of the sticks" (2023).
Agata the writer, di cui è protagonista assoluta Mia Wasikowska, anche lei australiana di madre polacca, è un lavoro teorico e pratico sul linguaggio del cinema e della letteratura, che mescola tecniche e suggestioni che appartengono ad ambiti differenti (teatro compreso) per cercare di raccontare nel suo farsi il processo della creazione artistica (fatto di sincronicità emotive e concettuali, di prese di distanze necessarie, licenze poetiche, traslazioni, risemantizzazioni continue), e per trarne una riflessione sulla responsabilità etica di chi racconta i traumi altrui.
Il personaggio della scrittrice si muove inizialmente all'interno di una narrazione apparentemente
tradizionale, dove si avverte però l'assenza di qualsiasi riferimento al contenuto del romanzo.
Contenuto che diventa invece centrale in seguito, veicolato attraverso modalità singolari, scritto (o,
per meglio dire, letto) come una sceneggiatura cinematografica, ma senza personaggi in scena. Un
modo di "mostrare il dispositivo" (al quale si accompagna un lavoro parallelo sul piano del sonoro)
che è chiaramente il contenuto stesso del film di Dorabialski: un invito a riflettere sull'effetto
prodotto dalla presenza e soprattutto dall'assenza dei diversi elementi della narrazione (il quadro e il
vaso che spariscono rappresentano un altro modo di dirlo, così come l'argomento scatologico è
emblema di ciò di cui non si parla, che non si mostra in pubblico); su ciò che un mezzo può
importare da un altro; su come la storia fittizia di Agata non potrebbe essere più lontana dalle storie
vere che ha ascoltato eppure finisce per contenerle tutte.
Il risultato è cerebrale ma anche stimolante: restituisce pienamente la sensazione, più volte evocata
nel testo del film, "che le cose normali stiano andando in pezzi", ma ognuno di quei pezzi trova, alla
fine, la sua collocazione.
Scrittrice australiana di origini polacche, Agata accetta l'invito della sua editor a trascorrere un periodo di tempo a Sarajevo, nella calma di una casa a disposizione tutta per sé. L'idea che si va formando nella sua mente è dunque quella di ambientare il nuovo romanzo nei giorni del lungo assedio della capitale della Bosnia-Erzegovina, durante la guerra, e per far questo comincia ad incontrare alcune persone e a informarsi sulle loro storie e i loro ricordi. La reazione di molte di loro è però negativa: c'è chi considera la guerra una storia vecchia e vorrebbe che si guardasse al presente, chi è stanco dell'identificazione della città con quel periodo della sua Storia, chi non vuole proprio più raccontarla quella storia, perché il tempo ha trasformato la testimonianza in una vuota novella sempre identica a sé stessa, che non impedirà in alcun modo il ripetersi dell'orrore. È in questo reticolo di Storia intesa come serie di eventi reali e vissuti, di memoria personale e collettiva, e di storia intesa come narrazione che si muove l'opera seconda dell'artista Kuba Dorabialski, nato in Polonia e installatosi a Sidney, che ritorna in quell'Europa dell'Est che già era stata contenitore e contenuto del precedente "Connection of the sticks" (2023).
Agata the writer, di cui è protagonista assoluta Mia Wasikowska, anche lei australiana di madre polacca, è un lavoro teorico e pratico sul linguaggio del cinema e della letteratura, che mescola tecniche e suggestioni che appartengono ad ambiti differenti (teatro compreso) per cercare di raccontare nel suo farsi il processo della creazione artistica (fatto di sincronicità emotive e concettuali, di prese di distanze necessarie, licenze poetiche, traslazioni, risemantizzazioni continue), e per trarne una riflessione sulla responsabilità etica di chi racconta i traumi altrui.
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