| Anno | 2024 |
| Genere | Commedia |
| Produzione | Francia |
| Durata | 76 minuti |
| Regia di | Quentin Dupieux |
| Attori | Léa Seydoux, Louis Garrel, Vincent Lindon, Raphael Quenard, Manuel Guillot Françoise Gazio. |
| Tag | Da vedere 2024 |
| MYmonetro | 3,53 su 9 recensioni tra critica, pubblico e dizionari. |
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Ultimo aggiornamento mercoledì 15 maggio 2024
Quattro attori si trovano a riflettere sul loro mestiere e i problemi che affliggono oggi il cinema.
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CONSIGLIATO SÌ
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Un punto dritto e un punto rovescio per un regista che ha deciso di lavorare a maglia la sua commedia umana. Dritto. Quattro personaggi principali per un film francese di quelli che amiamo detestare: Florence è innamorata pazza di David, che vuole scaricarla all'amico Will, che sospetta una fregatura ma è rassicurato sulle qualità della ragazza, che intanto ha deciso di presentare l'uomo dei suoi sogni al padre. Rovescio. Durante le riprese quattro attori giocano la parte e commentano il film in cui recitano. Due lunghi scambi successivi dopo, finiscono in un ristorante isolato nella Dordogna a discutere della loro professione e dei problemi che l'affliggono: la disaffezione alle sale, la ripetizione delle stesse formule, l'ego ipertrofico delle star, il sogno hollywoodiano, il rischio di dire la cosa sbagliata, gli effetti collaterali del movimento #metoo, l'arrivo inquietante dell'intelligenza artificiale nella creazione artistica, l'importanza relativa del cinema davanti alle crisi mondiali... Poi un figurante si stacca dal fondo, gli serve da bere ed è subito cult!
Adepto della leggerezza in un mondo greve, Quentin Dupieux è un regista eccentrico, capace di far impazzire Jean Dujardin con una giacca di camoscio (Doppia pelle), di inventare uno pneumatico killer a ruota libera (Rubber), di trasformare Gilles Lellouche e Vincent Lacoste in Power Rangers (Fumare fa tossire), di sequestrare sulla scena Pio Marmaï, Blanche Gardin e Sébastien Chassagne (Yannick). Tutto normale, la stravaganza è il suo dominio.
Con Le deuxième acte trasforma il processo del 'film nel film' in una commedia drammatica per quattro attori che 'suonano' adagio, andante e allegro. Un film loquace, una serie di conversazioni che si compiacciono del loro tour de force: la lunghezza dei binari del dolly che accompagna l'avanzare dei personaggi su strade che sembrano più piste di decollo. L'interminabile carrellata che chiude il film parla da sola dell'ossessione dell'autore: privilegiare la singolarità poetica al discorso morale. Quello che sembra un nonsense pretenzioso diventa improvvisamente il segno esteriore di un'arte (e quindi di un'epoca) che cerca se stessa. La limpidezza della forma è minata dalla vertigine della scrittura. Mentre i protagonisti recitano i dialoghi di un mediocre film indipendente, David (Louis Garrel) e Willy (Raphaël Quenard), Guillaume (Vincent Lindon) e Florence (Léa Seydoux) escono costantemente dai rispettivi ruoli, rivelando la loro vera personalità. Come in un verso di Ferradini, 'fuori dallo schermo nessuna pietà', i nostri non fanno prigionieri e non si fanno certo favori a vicenda, tormentandosi davanti e pugnalandosi alle spalle. Servito da tre attori maggiori, uno montante e uno 'aggiunto', il cameriere di Manuel Guillot capace da solo di sospendere il tempo con un gesto vacillante e fragile come il sogno di un principiante, Dupieux ha ancora una volta il merito di apparecchiare una grande storia d'amore coi suoi attori, servendo le condizioni migliori: la scrittura delle situazioni e dei dialoghi a regola d'arte, le riprese rapide che costringono ad altri riflessi e il casting sempre notevole degli attori non protagonisti, pescati fuori dallo star system.
Léa Seydoux, Vincent Lindon e Louis Garrel, diretti per la prima volta, prendono il potere, volgendo un materiale reazionario in un irresistibile gioiello comico. L'autoironia di Vincent Lindon, che spinge più in là i limiti della sua immagine pubblica, la vis comica di Louis Garrel, già all'opera in L'innocente, la libertà di Léa Seydoux, martirizzata fino alle lacrime per tirare fuori la sua verità di grande attrice viziata, fanno miracoli. In ogni scena. Sia in azione che in re-azione. Accanto a loro, Raphaël Quenard completa il quartetto senza ruggire ma senza soggezione. Le deuxième acte lascia tutto lo spazio agli interpreti concedendosi un esercizio di umiliazione, come in Daaaaaali!, dove la decisione di affidare lo stesso ruolo a sei attori favoriva il crudele gioco dei paragoni, lusinghiero per alcuni, impietoso per altri. 'Secondo atto' di Yannick, il film passa dal teatro al cinema attraverso una virtuosa ed esilarante mise en abyme che somatizza le tensioni dell'epoca e fornisce una valutazione irresistibile di un'arte pressata da ogni sorta di vincoli progressisti e di divieti morali. Le deuxième acte si tuffa a capofitto nell'espressione di un malessere, tra la pressione della cancel culture, del #MeToo e dell'IA. Sintetizzando tutti i mestieri, dalla comparsa allo scenografo, dall'attore al montatore, l'empatia (e la dimensione tragica) del racconto risiede tutta in un figurante, lo sconosciuto che fa da contrappunto al cast stellare, completamente sopraffatto dallo stress e dalla sua unica scena. Sulle orme di Bertrand Blier (Les valseuses e Les acteurs, che metteva a nudo le fragilità di Delon, Belmondo, Depardieu, Marielle, Schneider, Arditi, Balasko, Brasseur...), Quentin Dupieux affonda il colpo in quello che rimane il mistero più seducente e più essenziale del processo cinematografico: il modo in cui una storia diventa corpo, per davvero o per finta.
Léa Seydoux è deludente nel suo ruolo in "The Second Act", mancando di profondità e autenticità nel suo personaggio. La sua interpretazione risulta piatta e poco convincente, lasciando lo spettatore con la sensazione di assistere a una recitazione forzata e priva di emozioni. Sembra confermarsi l'idea che Seydoux potrebbe essere stata scelta principalmente per il suo nome piuttosto che per le sue reali [...] Vai alla recensione »
Due amici (Garrel e Quenard) prima dell'appuntamento di uno con la donna che lo ama, non ricambiata: «Pensaci tu», corteggiala, seducila. «Perché?». È brutta? È uomo? Trans? Disabile? Attenti: c'è una mdp che vi inquadra, bisogna essere politicamente corretti. I due camminano camminano come in Il fascino discreto della borghesia, e parlano parlano, dentro e fuori i personaggi, provando a capire i limiti [...] Vai alla recensione »