Gli Infedeli

Un film di Stefano Mordini. Con Valerio Mastandrea, Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Valentina Cervi, Marina Fo´s.
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Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 88 min. - Italia 2020. MYMONETRO Gli Infedeli * * - - - valutazione media: 2,10 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Storie di alberghi e scuse pietose Valutazione 1 stelle su cinque

di Felicity


Feedback: 32994 | altri commenti e recensioni di Felicity
lunedý 30 agosto 2021

Gli infedeli è un film a episodi che demolisce il mito dello sciupafemmine. Ispirato all'omonima commedia francese, il film a episodi con Scamarcio e Mastandrea dovrebbe ricordarci il cinema classico ma fallisce da subito e si butta sul macchiettismo.
È incredibile che il cinema italiano debba riprendere un suo classico (i film ad episodi) attraverso un passaggio francese. Gli infedeli è infatti il remake di Gli infedeli, film francese del 2012. Quel film era a sua volta è pesantemente e dichiaratamente ispirato a I mostri di Dino Risi. Così succede che la versione italiana di un film, ispirato a un classico del nostro cinema, riprenda molti episodi francesi e dimentichi totalmente di fare il lavoro del cinema italiano, cioè attaccare i “tipi”, abbozzare veri mostri e creare situazioni concrete da far scivolare in farsa per raccontare noi attraverso casi comici.
Con un minimo make-up di episodio in episodio Mastandrea e Scamarcio diventano mariti squallidi che cercano squallide relazioni in hotel durante un viaggio di lavoro, grigi direttori di banca pelati che cercano soddisfazioni sessuali attraverso dei glory hole, mariti che confessano adulteri ma soffrono quando la moglie fa altrettanto e infine geni della truffa ai danni della moglie.
In ogni singolo episodio di Gli infedeli il mondo ritratto suona distante dalla storia, i personaggi non sono mai parte di una società né ne sembrano specchio, sono scollati, soli e autonomi. Invece che essere mostri ordinari sono fenomeni da baraccone straordinari.
E forse in questa direzione è andata la scelta dell’adattamento, perché non tutti gli episodi del film francese sono stati replicati e alcuni sono stati scritti ex novo senza che se ne senta troppa la differenza. L’obiettivo del film, come quello del suo originale, è di demistificare il machismo, rappresentare la mostruosità degli uomini affamati di donne, la piccineria del desiderio maschile extraconiugale unita alla vigliaccheria e al narcisismo dei donnaioli. È un grande atto di autoaccusa di uomini che parlano di uomini a consumo di un pubblico prevalentemente femminile, in cui ogni mitologia maschile, dalla conquista fino al sesso estemporaneo, viene rivista verso il basso. Solo il grande inganno, la capacità di mentire ad oltranza e convincere, sembra mantenere inalterato il suo fascino.
Che per un film simile si siano scelti Riccardo Scamarcio e Massimiliano Gallo non stupisce, meno prevedibile invece era quella di Valerio Mastandrea, che ha appiccicato a sé un altro personaggio e fatica nella rappresentazione del desiderio maschile (gli toccano gli episodi più piccini e le figure più misere) ma soprattutto non è attore incline a trasformismi, anzi la sua grande forza viene proprio dall’opposto. Forse anche per questo suonano più interessanti e, almeno sulla carta, attraenti gli episodi con Scamarcio. Nel film francese infatti tutto si reggeva sul fatto che Lellouche e Dujardin hanno la fisicità, l’immagine e il curriculum professionale che aderisce molto all’idea machista dell’uomo piacente. Sono loro in prima battuta a rivedere verso il basso la propria mitologia. Così quando Scamarcio lavora in accordo con l’immagine costruita su di lui dai film, quella del conquistatore, è non solo convincente ma anche simbolo di qualcosa che riconosciamo e ha un senso abbattere (anche se non è che poi il film lo faccia davvero). Al contrario quando lavora in antitesi, quando si imbruttisce e diventa misero, riesce lo stesso ad avere qualità intriganti perché ci sorprende.
Tutto questo però non evita che questa versione italiana di un mini-trattato sulle miserie del maschio (non moderno, ma eterno) e sulla limitatezza del suo desiderio siano non solo poco convincenti ma soprattutto scarsamente divertenti, cosa che invece dovrebbe essere l’obiettivo primario. Il massimo che Gli infedeli raggiunge è di stupire a livello metalinguistico, per la casella in cui viene inserito Scamarcio, ma mai di far ridere davvero, mai di creare situazioni che suscitino attraverso il ribaltamento comico o anche solo gli intrecci di commedia, una risata o un guizzo arguto. Il film proprio non lo cerca, macera o nel noto (gli episodi più classici in cui il tradimento è scoperto o nascosto o ribaltato) oppure nella macchietta in maschera oppure ancora in una mestizia che non è chiaro di cosa ci parli davvero.
Quale dovrebbe essere il senso di un film ad episodi, uno che affianca personaggi, situazioni e eventi tutti diversi tra loro, se non quello di rappresentare un pezzo di società attraverso un campionario ampio ma una lente unica? E quale sarebbe questa lente in Gli infedeli? Perché dei rapporti di coppia moderni non c’è traccia, del desiderio contemporaneo non c’è traccia, del presente della nostra società non c’è nessuna traccia né ancora è possibile vedere il film e pensare a qualcosa che non siano le solite dinamiche eterne, buone per film di qualsiasi epoca e latitudine, quelle su cui si regge la commedia viennese, storie di alberghi e scuse pietose. Ma del resto, va ammesso, anche l’originale francese era un film dimenticabile.

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