La ragazza d'autunno

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Un film di Kantemir Balagov. Con Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Andrey Bykov, Igor Shirokov, Konstantin Balakirev.
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Titolo originale Dylda. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 120 min. - Russia 2019. - Movies Inspired uscita giovedì 9 gennaio 2020. MYMONETRO La ragazza d'autunno * * * 1/2 - valutazione media: 3,91 su 35 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Donne, Guerra e Violenza. Virtuoso ritratto Russo. Valutazione 5 stelle su cinque

di Ashtray_Bliss


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mercoledì 2 dicembre 2020

Il giovane regista russo Balagov confeziona un memorabile lungometraggio, intimo e incisivo, poetico e al contempo crudo e feroce, che mette in primo piano l'esperienza femminile raccontandone il dramma, i traumi e il dolore, esplorando le ripercussioni della guerra a livello emotivo, psicologico e naturalmente fisico. Basandosi e ispirandosi al libro La Guerra non ha il Volto di Donna, Balagov restituisce un affresco visivamente potente e suggestivo che cattura lo spettatore grazie sopratutto all'uso impeccabile della fotografia: vivida, calda, avvolgente con i suoi marcati contrasti tra i colori dominanti rosso e verde, creando un'antitesi vigorosa- tanto metaforica quanto visiva- con gli ambienti esterni, freddi, spogli, decadenti, pienamente allineati col contesto storico e sociale che circonda le due indiscusse protagoniste, Iya e Masha, e anche col loro mondo interiore, sgretolato, profondamente e irrimediabilmente ferito. Tanto da servire come specchio narrativo di una società dilaniata e piegata che prova disperatamente a rimettersi in piedi, a guarire, a costruirsi un futuro seppur basato su mere illusioni e sogni infranti, irrealizzabili a causa delle circostanze, della miseria e povertà. E di cui le protagoniste diventano i simboli.
Ci troviamo infatti a Stalingrado all'alba dell fine della Seconda Guerra Mondiale e seguiamo inizialmente la vita di Iya, una giovane infermiera dal viso pallido e dalle gambe lunghissime tanto da guadagnarsi l'appellativo di "giraffa", che presta il suo servizio presso un ospedale assistendo soldati ricoverati in reparto ma diventando anche, all'occorrenza, angelo di morte, dispensando salvezza dalle sofferenze insopportabili dei reduci di guerra. Ma lei stessa soffre di un disturbo da stress post traumatico che si manifesta con una forma di epilessia che porta ad avere delle assenze, dei blocchi in cui il tempo e lo spazio per lei si fermano creando un vuoto. Un vuoto che si dimostrerà fatale per il piccolo Pashka, figlio dell'amica Masha ancora sul fronte, morto innocente durante uno degli episodi della giovane infermiera. Inizia così a tessersi e delinearsi questo dramma intenso e vibrante che echeggia i classici della letteratura russa e con sguardo asciutto e privo di pietismi esplora le dinamiche che regolano il rapporto tra le due donne ma anche col mondo esterno. Un rapporto costruito sulla reciproca fiducia e amicizia, forse anche attrazione, ma che presto si tramuterà in qualcosa di ambiguo e sinistro con Masha che inizia a manifestare un comportamento manipolatorio e persuasivo nei confronti dell'amica, rea confessa dell'involontario omicidio. Ma la voglia di realizzarsi come persona attraverso la maternità è più forte di Masha che non si arrende nemmeno davanti all'evidenza clinica, quella che bruscamente le comunica che non può più aver figli. Una rivelazione pesante come un macigno per la giovane ragazza che decide allora di usare la sua amica come mamma surrogato per realizzare il suo sogno, a tutti i costi. 
Ecco allora che il regista presta uno sguardo preciso, delicato ma profondo, sulla fragilità della psiche femminile. Specialmente quella di una donna che è stata sul fronte, ma non come soldatessa. Quella di cui il corpo è stato sfruttato, martoriato, abusato. In un potente e memorabile, visivamente ed emotivamente, dialogo verso la fine della pellicola la stessa Masha rivelerà alla donna borghese che siede di fronte a lei, di essere grata del suo corpo poichè le ha permesso di sopravvivere. Ma il prezzo da pagare è stato altissimo e va ben oltre l'umiliazione e il dolore fisico. E' quello dei diritti riproduttivi negati, strappati via con la forza per evitare gli aborti continui, e permettere ai soldati di "distrarsi". E Iya non è meno segnata o ferita, nel corpo e nell'anima, da ciò che ha visto, ciò che lei stessa probabilmente ha subito e manifestandosi col disturbo epilettico. 
S'instaura così il doloroso ma necessario discorso sul dolore e sulla violenza di cui è intriso questo racconto; violenza di genere, naturalmente, ma anche quella provocata dalla guerra e successivamente dalla povertà e disparità sociale. Emblematica e caratteristica è ancora una volta la relazione tra Masha e Sasha, giovane borghese che s'innamora e s'impietosisce delle precarie condizioni in cui versano le giovani apprestandosi ad aiutarle economicamente. Ma il contrasto sociale si manifesterà appieno soltanto in ultimo, durante il pranzo a casa della famiglia di Sasha, dove le discrepanze, le inuguaglianze e ingiustizie sociali verranno prepotentemente a galla, in un crescendo che trasporta al suo interno dolore e rabbia, amplificando e infiammando le differenze sociali. 
E sulle luci soffuse e le ombre riflesse che dominano lo schermo, viene narrata una storia di donne, solitudine, disperazione ma anche speranza e voglia di rinascita. Raccontata specialmente attraverso i corpi delle protagoniste. Sui loro movimenti e sguardi, i loro sorrisi e silenzi, le loro cicatrici e lacrime si compone questo poetico puzzle di immagini e contenuti. Un film d'autore che scalfisce e penetra nello spettatore grazie alla sua maestria e abilità che, senza virtuosismi o sensazionalismi, restituisce un'opera dai contenuti stratificati e meravigliosamente amalgamati.
Nessuna sbavatura, nessun eccesso, nessuna scena o dialogo fuori posto. Sulle orme di Sokurov, il giovane regista conferma il talento e l'abilità tecnica nonchè la disinvoltura nel trattare argomenti spinosi e dall'eredità storica e sociale molto pesante, già incontrata e affermata nel precedente dramma di confine Tesnota (un confine metaforico: etnico, religioso, emotivo). 
Le emozioni fortunatamente dominano anche questa volta e rendono La Ragazza d'Autunno (come da poetico adattamento in Italiano dell'originale Dylda) un film intenso, viscerale, memorabile e avvolgente. Una ricostruzione dolente ma necessaria ma anche una presa di coscienza su come le donne siano sempre quelle a pagare il prezzo più alto e a portare in modo permanente e indelebile le cicatrici, fisiche, mentali ed emotive della guerra mentre attivamente partecipano alla ricostruzione della nazione, contribuendo alla sua rinascita e riscatto, risollevando la società mentre devono ancora fare i conti con le proprie ferite invisibili. Ritratto struggente e bellissimo, come un quadro che si anima, capace di farti respirare l’orrore della violenza e assaporare la bellezza e delicatezza femminile. Una bellezza che trascende i connotati del viso, del corpo, della postura ma che risiede nella resistenza morale, nella resilienza e nella complicità di due donne che si aiutano e sorreggono a vicenda poichè entrambe vittime e carnefici che tentano di guarire.
Incantevole perla di rara bellezza e fattura, magnificamente interpretato, scritto e diretto: 5/5.

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