L'Uomo che Uccise Don Chisciotte

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Un film di Terry Gilliam. Con Adam Driver, Jonathan Pryce, Stellan Skarsgård, Olga Kurylenko, Joana Ribeiro.
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Titolo originale The Man Who Killed Don Quixote. Avventura, durata 132 min. - Gran Bretagna, Spagna 2018. - M2 Pictures uscita giovedì 27 settembre 2018. MYMONETRO L'Uomo che Uccise Don Chisciotte * * * - - valutazione media: 3,07 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Imprese di un cavaliere vagabondo ai nostri tempi. Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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lunedì 11 ottobre 2021

L'UOMO CHE UCCISE DON CHISCIOTTE (UK/SP/FR/PORT/BELG, 2018) diretto da TERRY GILLIAM. Interpretato da ADAM DRIVER, JONATHAN PRYCE, JOANA RIBEIRO, STELLAN SKARSGARD, OLGA KURYLENKO, JASON WATKINS, ÒSCAR JAENADA, JORDI MOLLá ● toby, svogliatissimo regista di spot pubblicitari, si trova in Spagna per girarne uno finanziato da un magnate russo della birra, col quale fa da tramite il sospettoso datore di lavoro di Toby. Dieci anni prima, quest’ultimo aveva girato proprio in quelle zone il film della sua laurea, un cortometraggio su Don Chisciotte per il quale scese un vecchio calzolaio per il ruolo da protagonista, lasciando una profonda impronta anche psicologica negli abitanti dello sperduto villaggio dove il ciabattino abitava. A causa di alcune rocambolesche vicende che lo vedono coinvolto con la moglie del suo capo, Toby si ritrova ben presto tagliato fuori dalla produzione dello spot e disperso per le assolate e desertiche campagne spagnole… e qui ritrova il calzolaio da lui scelto per il suo film giovanile, ora completamente impazzito perché convinto di essere il vero Don Chisciotte. La convivenza col delirante "cavaliere" settuagenario, al quale Toby è costretto a fare da scudiero (il vecchio, inutile dirlo, lo identifica come Sancho Panza), è oltremodo faticosa, ma se non altro il frequente contatto con le forze dell’ordine locali e soprattutto l’incontro con Angelica – cameriera del posto che lavorò come comparsa nel film di cui sopra e sognò a lungo una brillante carriera cinematografica sperando nell’aiuto di Toby – aiutano il povero regista a tirare avanti alla meno peggio. Passato qualche giorno fra sberleffi e ribalderie, Toby e l’ex ciabattino vengono invitati a una festa in costume in pompa magna nel gigantesco castello dell’oligarca russo: l’invito si rivela infine un pretesto per umiliare pesantemente l’anziano uomo. Toby non la prende bene, ma neanche il suo tempestivo intervento riuscirà a rinsavire Javier (questo il nome autentico dell’ex calzolaio), né tantomeno a punire i suoi detrattori.
Uno dei più estremi esempi di development hell nella storia cinema è questo magnifico, scanzonato, visionario, caleidoscopico giocattolone che porta la firma di T. Gilliam: la pre-produzione prese avvio la prima volta addirittura nel 1998, e allora c’era Jean Rochefort nel ruolo del personaggio di Cervantes e Johnny Depp nei panni dello sventurato regista. Gilliam ebbe a che fare con una marea infinita di problemi finanziari, contrattempi e distruzioni di set, senza contare un’alluvione che si aggiunse anch’essa a complicare il già caotico quadro. Il materiale girato fu poi riutilizzato per girare Lost in La Mancha (2002), che racconta la vicenda travagliata di questo primo progetto. In seguito, Gilliam perse i diritti della sceneggiatura, recuperandoli soltanto nel 2006. Ma questa volta ci si misero di mezzo le indisposizioni degli attori: infatti, prima di arrivare a J. Pryce come Don Chisciotte, rinunciarono al ruolo Robert Duvall, Michael Palin e John Hurt, mentre per il personaggio di Toby si succedettero Ewan McGregor e Jack O’Connell, prima di confermare Driver.
Difficoltà di realizzazione a parte, la pellicola centra il bersaglio per quanto concerne la scelta azzeccata (e per nulla scontata, malgrado le apparenze) di un paesaggio funzionale ai vari ambienti della storia, la direzione degli attori (Pryce è di una spanna abbondante sopra a Driver, efficace ma troppo cupo per una recitazione a briglia sciolta), la saggia combinazione dei contributi tecnici, l’utilizzo delle luci che segue un percorso capace di abbinarsi perfettamente al clima delle varie sequenze. Qualche indugio grottesco in eccesso nella sceneggiatura, che pecca e qua là di vuoti riempiti non benissimo dalla perizia degli attori, di tanto in tanto obbligati a recitare sopra le righe senza un motivo plausibile. Si può interpretare questa rivisitazione (o meglio, reinvenzione) del capolavoro cervantesco come la morte di un tipo di cinema ormai da tempo restaurato e dunque non più in grado di esistere. Soprattutto dalla prospettiva visiva, considerando che il cinema di Gilliam ha sempre vissuto di carne e cartapesta, entrambi elementi estremamente percepibili nella loro matericità, adesso agonizzanti in un contesto dove a dominare è il digitale sfrenato. Il regista britannico rinnova, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il suo gioioso e incosciente Carnevale, dimentico di ogni valore estetico, proteso alla missione di non concludere mai lo spettacolo per il piacere immenso del pubblico. Qui il messaggio lo si intende solo se si capovolge la situazione: il film non parte mai davvero, appare sempre imballato e inceppato, soffre di scene iniziate e mai compiute. Ogni volta che Toby sta per acquietarsi con la realtà circostante, è convinto di essere tornato nel passato, quando compare una contraddizione il cui unico obiettivo è quello di sbugiardarlo. Parliamo di una messa funebre definitiva, dunque? No. Notiamo che l’improvvisato Sancho Panza di Toby ha più un physique du rôle da cavaliere errante, il che gli consente di assumerne la responsabilità quando ogni rivalsa sembra perduta. Rinunce e disillusioni dei suoi caratteri non bastano però a piombare Gilliam nella disperazione: il suo cinema ha ancora tante carte da giocare. Aspetteremo quale altri fantastiche avventure ci terrà in serbo il suo imperturbabile sguardo immaginifico.   

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