L'albero dei frutti selvatici

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Un film di Nuri Bilge Ceylan. Con Dogu Demirkol, Murat Cemcir, Bennu Yildirimlar, Hazar ErgŘšlŘ, Serkan Keskin.
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Titolo originale Ahlat Agaci. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 188 min. - Turchia, Francia 2018. - ParthÚnos uscita giovedý 4 ottobre 2018. MYMONETRO L'albero dei frutti selvatici * * * 1/2 - valutazione media: 3,62 su 15 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Il territorio Ŕ protagonista Valutazione 4 stelle su cinque

di vanessa zarastro


Feedback: 33738 | altri commenti e recensioni di vanessa zarastro
lunedý 15 ottobre 2018

Il regista Nuri Bilge Ceylanè considerato uno dei più raffinati e sensibili tra quelli europei. I suoi film sono stati sempre segnalati a Cannes - premiato “Usak” nel 2003 - e anche quest’ultimo intitolato “Ahlat Agaci” in originale, cioè pero selvatico, ha riscosso ottime critiche e anche successo di pubblico, nonostante le tre ore di durata.
Sinan (Dogu Demirkol)è un giovane neo-laureato che ritorna a casa dopo gli studi svolti presso l’Università di Çanakkale, sulle rive dell’Egeo. Il padre Idris (Murat Cemcir)insegna nella scuola del villaggio, è alla soglia della pensione ed è stato uno stimato maestro elementare. Purtroppo il vizio del gioco dei cavalli lo ha fatto indebitare un po’ con tutti gli abitanti del paese. Çan è una cittadina in montagna di 30.000 abitanti nella Regione della Marmara in Anatolia occidentale, è la vera protagonista del film: il dramma familiare e quello esistenziale, si intrecciano con il rapporto con la natura - sia città o sia territorio -, cui l’uomo è chiamato ad obbedire e dipendere. Qui convivono mentalità rurali e mentalità progressiste e le immagini della cittadina riportano sia le betoniere e le fabbriche, sia i poderi semi-aridi dove vivono ancora i nonni di Sinan, dediti più alla pastorizia che alla coltivazione per mancanza di acqua. Ma il sogno di X è di trasformare la terra riportando il verde, pertanto passa i week-end a scavare un pozzo infinito, senza successo.
Asuman (Bennu Yildirimlar), la madre di Sinan, e Yasemin (Reyhan Asena Keskinci), la sorella, sono disperate per la situazione dei debiti accumulati da Idris e glielo rinfacciano ogni secondo. Lei a quarant’anni è andata a fare da baby-sitter per poter racimolare qualche soldo che non basta mai, nonostante  ormai gestisca lei lo stipendio del marito.
Idris a causa della dipendenza dal gioco ha perso la sua dignità, racimola soldi qua e là e finirà per rubarli di nascosto perfino al figlio.
Il film narra un anno di vita in questa zona, vista attraverso gli occhi del giovane, una sorta di versione turca de “Il giovane Holden”, che vuole scappar da lì perché non può accettare una vita ”normale”, ma non riesce a decidere il suo futuro. Fare l’insegnante e andare in un paesino dell’est della Turchia, dove c’è pericolo di continue sommosse – così considerate - data la situazione curda? Oppure accettare un qualsiasi lavoro e restare a Çan? L’unico suo vero desiderio è la scrittura e cerca con tutti i mezzi di far pubblicare il suo primo libro – “Ahlat Agaci” per l’appunto - che è una raccolta di racconti intimisti. A questo scopo incontra il Sindaco – molto bello il dialogo – che lo manda dall’imprenditore illuminato apparentemente finanziatore e mecenate. Ma i suoi scritti, nonostante ottengano i complimenti, non sono un genere che possa interessare particolarmente né tantomeno attrarre investimenti. Dovrà arrangiarsi da solo se vuole pubblicarlo.
Riguardo alla situazione politica turca i protagonisti sembrano non essere particolarmente sensibili nei confronti dei problemi sociali o delle rivendicazioni di minoranze.Come sottolineava la mia compagna di cinema, nel film c’è perlomeno un’ambivalenza evocata, anche se non esplicitata, tra la consapevolezza del proprio vivere che i vari personaggi esprimono e una sorda e non detta inquietudine verso un nemico che crea disordine. Tale inquietudine diventa esplicita solo nelle parole al telefono del poliziotto, ex compagno di studi di Sinan, che riconosce di agire in modo violento probabilmente anche per sfogare le proprie insoddisfazioni, e però lo fa massacrando un socialista. Questa contraddizione e inquietudine di sottofondo è interessante e in qualche modo è uno degli elementi di critica che il regista porta avanti, anche se in modo estremamente sobrio, riguardo la situazione politico religiosa in Turchia.
Sinan non si trova a suo agio con gli altri giovani, non capisce le donne – “ora piangono ora ridono…” e si difende evitando di affezionarsi. Molto bello è l’incontro con una vecchia amica il cui padre ha deciso di farla maritare a un ricco gioielliere.
La bellezza del film, a parte i panorami affascinanti ma anche estremamente inquietanti, è basato sui vari incontri di Sinan e i relativi dialoghi. Polemico e provocatorio incontra in una libreria di Çanakkale, un famoso scrittore di cui ha ascoltato una conferenza su la letteratura rurale, e lo subissa di domande imbarazzanti. Lì va a rifugiarsi nel Cavallo di Troia rimasto dal film “Troy” di Wofgang Peterson del 2004, con Brad Pittcome statua urbana.
A Çan, invece Sinan si cimenta in discussioni su filosofia e religione con due Imam criticando, e non tanto velatamente, il loro rapporto con i beni materiali e mettendo in risalto delle incongruenze nel loro comportamento. Pensando di avere un compito moralizzatore, vorrebbe forse cambiare il mondo, come ogni giovane idealista, ma così riesce solo a diventare antipatico.
C’è una sorta di doppio finale in cui entrambi possono essere interpretati come proiezione mentale di Sinan che da un lato si riscontra simile al padre – l’unico peraltro che avrà letto il suo libro - dall’altra nella sua indecisione sul proprio futuro si rende conto di non avere scampo.
Il cinema di Nuri Bilge Ceylan è fatto di campi medi e primi lunghi con camera ferma, molti silenzi e pochi piani-sequenza. Il linguaggio sempre molto curato ricorda, e talvolta si rifà in modo esplicito, i testi classici russi con parole sobrie anche quando il concetto è difficile. Gli oggetti rappresentati nei suoi film hanno il ruolo di mettere in evidenza il tempo che passa, la precarietà e l’assenza di prospettive. Gli interni delle case sono teatro dei conflitti e la famiglia viene demistificata.
Su ilfattoquotidiano.it Marcello Barison aveva già rilevato un’affinità con la regia dell’ungherese Bèla Tarr che gira sempre con lunghi piani sequenza ma in bianco e nero. I film di Tarr, inoltre, trattano temi che indagano gli esseri umani principalmente nelle sue forme più degradate e incivili e raccontano dell'impotenza dell'uomo davanti alla morte. Ma in Ceylan c’è anche tanto cinema di Bergman, per il lavoro accurato che non salva nessuno, mostra le incongruenze morali e le rivela lentamente in un crescendo cui sembrerebbe mancare la catastrofe finale. Lo spettatore vive i film di Ceylon attendendo un evento, invece le insofferenze e i risentimenti sono l’inevitabile palude in cui ristagna la loro vita rispetto alla quale nessuna fuga è praticabile. 

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