Dheepan - Una nuova vita

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Un film di Jacques Audiard. Con Vincent Rottiers, Marc Zinga, Jesuthasan Antonythasan, Kalieaswari Srinivasan.
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Titolo originale Dheepan. Thriller, Ratings: Kids+13, durata 109 min. - Francia 2015. - Bim Distribuzione uscita giovedì 22 ottobre 2015. MYMONETRO Dheepan - Una nuova vita * * * - - valutazione media: 3,32 su 26 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Le traversie di un guerrigliero Tamil srilankese. Valutazione 3 stelle su cinque

di GreatSteven


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martedì 17 ottobre 2017

DHEEPAN – UNA NUOVA VITA (FR, 2015) diretto da JACQUES AUDIARD. Interpretato da JESUTHASAN ANTONYTHASAN, KALIEASWARI SRINIVASAN, VINCENT ROTTIERS, CLAUDINE VINASITHAMNBY, MARC ZINGA

In Sri Lanka divampa la guerra civile. Il guerrigliero Tamil Sivadhasan perde tutti i suoi cari. Quando la situazione si fa troppo pericolosa, l’uomo, rimasto anche senza casa, è costretto a partire in aereo per la Francia. Prima di abbandonar la madrepatria, gli danno carte, passaporto e documenti falsi e gli chiedono di assumere l’identità di Dheepan Natarajan, un combattente morto sei mesi prima, e di fingere che una donna ventiseienne, Yalini, e una bimba di nove anni, Illyaal, siano rispettivamente sua moglie e sua figlia. Sbarcati in Europa, i tre vanno ad abitare in un appartamento a Le Pré, dove vengono accolti dal gentile africano Youssouf, il portiere della struttura. Dheepan dovrà lavorare come guardiano dell’edificio e sarà addetto alla consegna delle lettere indirizzate ai coinquilini. Inizialmente solo lui è impegnato, poi anche Yalini trova un impiego come badante di un anziano signore con la stampella, supervisionata da Bechir, il figlio di questi, per il quale fa le pulizie e cucina. Dal canto suo, Illyaal va a scuola, ce la mette tutta per imparare al meglio il francese e ottiene un notevole successo, ma le sue compagne la maltrattano e respingono in quanto straniero. Nonostante le difficoltà di ambientazione e il desiderio sfrenato di Yalini di raggiungere la cugina in Inghilterra, il terzetto arriva pian piano a comportarsi come una vera e propria famiglia. Tutto procede liscio finché non scoppia una scissione fra una gang autoctona e un gruppo estero di rivoluzionari armati, cui le armi vengono fornite da Bechir (il quale, nella semplice veste di commerciante, pagherà con la propria vita la sua fede alla cricca malavitosa) e dal colonnello srilankese Cherin, venuto in Francia per convincere il restio Dheepan a riabbracciare fucile e coltello e tornare a combattere. Dheepan, deciso più che mai a proteggere la donna e la fanciulla che ormai considera suoi famigliari a tutti gli effetti, stabilita una no-fly zone lungo il perimetro esterno del quartiere dov’è il suo appartamento, ridiventa Sivadhasan e guerreggia contro le entrambe le fazioni per riportar la pace, e il suo tentativo frutta i risultati sperati, tant’è che in un finale tranquillo, completamente diverso dalla tensione drammatica e dal contesto di rischio perpetuo che permeano il film, si vede Dheepan tenere in braccio un neonato che potrebbe forse essere il frutto dell’amore ormai maturato verso Yalini… chissà? Un riconoscimento come la Palma d’oro al Festival di Cannes 2015 è troppo esagerato per questo dramma corale con cadenze da thriller e motivazioni da storia bellica con violenza necessaria e giustificata, perché i dubbi, i timori, le ansie, le preoccupazioni e i tentennamenti emotivi non vengono analizzati a fondo in nessuno dei personaggi e la guerra, sia quella combattuta nello stato insulare asiatico, sia quella che esplode poi nell’Europa continentale, nel Paese che più di ogni altro del nostro continente ospita un tasso di stranieri straordinariamente elevato, sembra una sorta di banditismo organizzato in cui intervengono solo prepotenti predatori sanguinari che, se vincono, spogliano il nemico di tutti i suoi averi senza renderglieli mai più, sentimentali e materiali. Ma per il resto, Dheepan si fa apprezzare come un’opera che mette l’amore al primo posto nella scala dei valori degli immigrati, che fuggono da una patria incendiata da scontri dove l’esistenza diventa invivibile e insopportabile per poi cadere dalla padella nella brace, saltando da un conflitto all’altro, tanto per adoperare due espressioni che significhino un concetto che funge da leitmotiv ricorrente per tutti i centodieci minuti di durata. Audiard è un regista medio di successo e di qualità: dirigendo i tre protagonisti di origine asiatica, dimostra di saper dirigere un traffico mica da scherzarci sopra con l’abilità del cineasta consumato, il carisma anti-divistico e la necessità insopprimibile di raccontare l’inizio di un capitolo nuovo nella vita di tre persone che si conoscono appena e devono inscenare una recita affinché tutti vi credano e credano soprattutto nell’affetto che dovrebbe unirli, e che finisce per rendersi davvero forte e saldo solo in seguito a mille sfuriate, litigi, dissensi, pareri opposti, urla scomposte, qualche schiaffo e pianto. Questo è un elemento narrativo che costituisce il trampolino di lancio definitivo di un film che non ha il materiale per imbastire un imperdibile capolavoro da introdurre nella storia del cinema (almeno, quello da cinque stelle sui dizionari, per intenderci), ma riserva comunque un bagaglio considerevole di cose da dire e le dice con accenti veritieri per come si mostrano iper-realistici, sondabili e palpabili. Il razzismo è un’altra ragione che al vicenda evita abilmente di assumere come pretesto e che adopera invece come leva su cui poggiare la socialità e l’intraprendenza dei viaggiatori giocoforza costretti a viaggiare e renderle una coppia vincente di impegno umanitario che grida a gran voce il bisogno di rispetto e tolleranza fra gli esseri umani. Dheepan rappresenta, inoltre – e qui sta forse il significato del suo sottotitolo nostrano –, un punto fondamentale da cui ripartire per ricostruire tutto e lasciarsi alle spalle il passato, salvo poi che questi non ritorni da sé sottoforma di un ufficiale gallonato e inviperito o mediante una lotta furibonda tra due squadre di malviventi che non pretendono altro che lo sterminio totale e indiscriminato degli odiati avversari. Due protagonisti adulti da applauso (nonostante la scelta, non troppo originale né ideale, di lasciare un doppiaggio italiano appena orecchiato e di mantenere i sottotitoli per i dialoghi in idioma autoctono) e un terzo personaggio principale femminile che fa commuovere per come recita con candore e innocenza in un mondo dove lei stessa si accorge che la violenza, gli spargimenti di sangue e la xenofobia la fanno da padroni, stabilendo in completa autonomia le regole di un regolamento che può essere violato e riscritto esclusivamente appoggiandosi alle sensazioni di felicità e vicinanza sentimentale fra popoli distanti per cultura, comportamenti, valuta economica, carnagione della pelle, interessi e canti popolari militareschi. A quest’ultimo proposito, la sequenza più intensa è senz’altro quella in cui Dheepan riesuma, quasi senza volere, il suo passato di soldato mercenario intonando un canto imparato sotto le armi, strillandolo a squarciagola e con le lacrime agli occhi all’interno del buio, umido e sporco bugigattolo che mette in comunicazione il piano inferiore con l’ascensore. Nessuna prolissità, qualche momento un po’ intontito e lento, ma nel complesso la pellicola funziona come il motore di un’autovettura testé riparato e la sua benzina risiede nella prodezza del cast intero e in una sceneggiatura attenta più che mai all’impegno sociale, incentrando il complesso quadro dell’emigrazione come senso da ridare ad una vita ritenuta insoddisfacente o, peggio, sul rischio di venire brutalmente conclusa, e non come strumento di fuga per poi ritrovarsi con le mani di nuovo legate in un viavai di combattimenti ispirati tanto dall’odio quanto dall’adorazione terribilmente infatuante per il dio (e badate bene che qui la maiuscola sarebbe un’autentica bestemmia) denaro.

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