Vizio di forma

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Un film di Paul Thomas Anderson. Con Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro.
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Titolo originale Inherent Vice. Commedia, Ratings: Kids+16, durata 148 min. - USA 2014. - Warner Bros Italia uscita giovedý 26 febbraio 2015. - VM 14 - MYMONETRO Vizio di forma * * * 1/2 - valutazione media: 3,53 su 56 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Vizio di forma Valutazione 4 stelle su cinque

di catcarlo


Feedback: 13494 | altri commenti e recensioni di catcarlo
martedý 3 marzo 2015

Lasciate ogni logica, voi ch’intrate. Sommando la tendenza a non raccontare proprio tutto tipica del regista con il procedere labirintico dei romanzi di Thomas Pynchon (seppure quello alla base del film sia il più ‘lineare’ tra mille virgolette) c’era da aver paura di perdersi in questa pellicola oltretutto ascrivibile a un genere che adora i doppifondi come il noir. Invece Anderson ha in qualche modo riscritto il libro, ottenendone comunque l’imprimatur dall’autore: ha così fatto davvero sua la storia che, pur restando fondamentalmente pynchoniana, finisce per discostarsi dalla banale illustrazione dell’originale. Per farlo, è stato necessario sfrondare parecchio, anche perché altrimenti ci sarebbero volute dieci ore invece delle comunque corpose due e mezza: a farne le spese soprattutto la scena musicale – lo scoppiatissimo gruppo surf dall’assai instabile formazione e l’esilarante band inglese in visita – la deviazione a Las Vegas e alcuni passaggi più surreali, come la chiacchierata del protagonista con un’effigie di Thomas Jefferson. Inoltre, l’atmosfera d’insieme risulta meno paranoica di quella creata da Pynchon, che ha nella paranoia una sorta di un marchio di fabbrica, ma sull’altro piatto della bilancia il regista getta la scelta di inserire le parole dello scrittore attraverso la maggiore importanza attribuita al ruolo di Sortilége (Joanna Newsom) che diventa qui quasi una cantastorie delle vicende di Doc Sportello. Interpretato da uno strepitoso Joaquin Phoenix in una nuova prova camaleontica, il detective privato si muove su input di una sua ex fiamma che teme per il destino del proprio attuale, ricco amante. Come un sasso in uno stagno, l’indagine che parte da una poco eccitante questione di corna inizia ad allargarsi tra speculazione edilizia, traffico di droga e una holding criminale che, ricordando vagamente la Spectre, sembra allungare i suoi tentacoli ovunque: tra colpi di fortuna e abilità investigativa, Doc trova in qualche modo il bandolo, dimostrando come, malgrado il suo essere sballato per gran parte del tempo, la sua etica sia presa di preso da quella di Marlowe e a spingerlo sia l’amore mai sopito per Shasta Fay (un incantevole Katherine Waterston). Per arrivare alla conclusione, Sportello deve affrontare una serie di situazioni e personaggi ai limiti della follia o anche un bel po’ oltre grazie alle quantità industriali di droga che vengono assunte ed è del tutto impossibile cercare di farne un elenco completo: Doc ha come amante una vice-procuratore (Reese Witherspoon) ed è perseguitato da un cazzuto poliziotto wasp che però è anche una sorta di suo alter-ego (Josh Brolin), ma gli capita pure di andare a sbattere in un dentista cocainomane e pedofilo come il sovraeccitato dottor Blatnoyd di Martin Short. Del resto, la Spectre di cui sopra si chiama Zanna d’Oro (Golden Fang), che è anche il nome di una nave che trasporta droga su cui forse ha viaggiato Shasta probabilmente come conseguenza del suo rapporto con il palazzinaro Wolfman (Eric Roberts) che però finisce in una clinica per disintossicarsi gestita dalla Zanna stessa: solo un piccolo esempio degli incastri della vicenda, ma anche il modo per accennare finalmente a una parte visiva, fotografata da Robert Elswit, che è del tutto all’altezza. Sulla facciata della clinica, infatti,il motto ‘Straight is hip’ richiama nella forma il cancello di Auschwitz: una delle tante invenzioni disseminate qua e là, come la visita nell’allucinato deserto in cui dovrebbero sorgere i Channel View estates di Wolfman o le scene nebbiose quando i personaggi sono annebbiati dentro oppure ancora la surreale consegna di una partita di droga in un parcheggio deserto. L’estetica da inizio anni Settanta è particolarmente efficace, tra macchinoni, colori netti e (ovviamente) tubi al neon che contrastano con gli ambienti più indefiniti e orientaleggianti della comunità hippie, di cui Sportello resta uno degli ultimi, orgogliosi rappresentanti: il film è difatti (anche) questo, come del resto il romanzo, e cioè l’elegia di un’epoca al tramonto, minacciata dal diffondersi dell’eroina e dalla normalizzazione reaganiana. In fondo, in una Los Angeles strozzata da smog e cemento, i vecchi poteri dimostrano ancora di essere i più forti dietro gli occhi di ghiaccio dell’avvocato Fenway (Martin Donovan) e la vittoria di Doc è chandlerianamente amara e momentanea come breve è stato il movimento hippie, la cui dimensione sognante riappare all’improvviso nella scena di Sportello e Shasta sotto la pioggia accompagnata da ‘Harvest’ di Neil Young. La colonna sonora è, del resto, altrettanto importante, con una serie di pezzi scelti con cura (mentre la partitura originale è di Jonny Greenwood) anche se in gran parte eseguiti da artisti poco conosciuti: da citare almeno è però l’utilizzo di ‘Vitamin C’ (sui titoli di testa) e ‘Soup’ dei Can. Sommando tutti questi ingredienti, Anderson vince la sfida di filmare uno scrittore di norma ritenuto infilmabile con un’opera che non è un capolavoro assoluto – e forse nemmeno personale essendo, ad esempio, ‘The master’ più emozionante – ma ha comunque grandissime qualità, compresa, a dispetto di molti fattori, quella di intrattenere.

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