Il Sospetto

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Un film di Thomas Vinterberg. Con Mads Mikkelsen, Thomas Bo Larsen, Susse Wold, Annika Wedderkopp, Lasse Fogelstrøm.
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Titolo originale Jagten. Drammatico, durata 115 min. - Danimarca 2012. - Bim Distribuzione uscita giovedė 22 novembre 2012. MYMONETRO Il Sospetto * * * 1/2 - valutazione media: 3,66 su 73 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

il virus-pensiero Valutazione 3 stelle su cinque

di pepito1948


Feedback: 125 | altri commenti e recensioni di pepito1948
lunedė 10 dicembre 2012

Lucas,  educatore di un asilo infantile si trova coinvolto, sulla base della falsa accusa di una delle bambine, in una spaventosa caccia alle streghe da parte dell’intera comunità in cui risiede. La presunzione di innocenza, principio-cardine delle moderne democrazie, viene stracciata ed il sospetto si espande, contagiando come peste gli abitanti della cittadina: maestri, genitori, negozianti e, quel che è peggio, gli amici più vicini e la propria compagna. Lucas è (quasi) solo, e non c’è modo di riportare alla ragione gli accusatori, accomunati in un’isteria collettiva che li ha indotti ad emettere una sentenza di condanna senza appello e senza prove concrete. Mite ma determinato, Lucas non accetta l’emarginazione e lotta finchè il caso viene risolto, ma……
Il danese Thomas Vinterberg, co-ispiratore con Lars von Trier del disciolto Dogma 95, riferisce di essersi ispirato ad alcuni documenti consegnatigli anni fa da un noto psicologo infantile, che vi aveva raccolto alcune storie sconvolgenti, traendone la teoria secondo la quale “il pensiero è un virus”. Non sono molti i film che affrontano direttamente la pedofilia (vera o, come in questo caso, presunta) ma il regista ha solo preso spunto dall’argomento per soffermarsi sulla follia contagiosa che spinge una piccola comunità a schierarsi irrazionalmente ed in modo compatto contro un apprezzato insegnante, sulla base del principio che “i bambini hanno sempre ragione”. Non bastano un curriculum umano senza macchia, non bastano consolidati rapporti affettivi o manifestazioni di stima; il sospetto per il fatto stesso di circolare diviene certezza, ogni dichiarazione di innocenza è respinta a prescindere da qualsiasi ipotesi contraria, il colpevole non ha vie di fuga, la sentenza è peggiore di ogni giudizio penale: l’isolamento, il marchio di infamia, il logoramento psicologico minacciano la stessa sopravvivenza, il mostro è moralmente, umanamente, mentalmente ucciso, come un cervo in una battuta di caccia. La storia recente (anche italiana) è piena di casi simili in cui l’opinione pubblica si è schierata in modo preconcetto contro qualcuno, o almeno si è divisa tra pro e contro a prescindere dalla verità provata; i tanti casi giudiziari eclatanti (pompati dai media) lo attestano drammaticamente. Il caso tutto italico di Mia Martini –non giudiziario ma contrassegnato dalla stessa dinamica omicida- è stato uno dei punti più bassi  raggiunto dall’ignoranza e la stupidità di casa nostra, aggravate da una becera quanto odiosa superstizione. Nel film Vinterberg  affronta un caso esemplare in cui l’onda del pregiudizio si propaga a tutto campo, stritolando la vittima in una morsa apparentemente senza scampo, in cui l’aspetto più  inquietante è che tutti i rapporti umani anteriori al fatto sembrano evaporare senza lasciare scie che possano spingere ad un ripensamento. Solo una vecchia amicizia -rimasta sotto traccia- può fare il miracolo, spezzando la catena incantata e facendo affiorare il grande assente, il dubbio, che risveglierà finalmente le menti obnubilate dal sonno del pregiudizio. O forse non del tutto.
Tutto questo il regista ci racconta in un crescendo emotivo montante come una valanga, anche se la storia è nota e l’esito è ampiamente prevedibile. L’atmosfera cupa e crepuscolare del Nord accresce la tensione che trova il suo apice nel faccia a faccia drammatico tra la vittima e il suo principale carnefice. Ma la svolta buonista del finale non convince; la tabula rasa che tutto cancella dopo l’inferno è poco credibile e forzata, forse per accentuare il contrasto con l’imprevedibile scena di chiusura del film. Peccato, perché il tema sviluppato dall’autore è di grande ed attuale interesse,  in una società fragile che tende a perdere facilmente il senso critico e l’autonomia del pensiero. Che spesso, appunto, più che strumento di conoscenza e guida comportamentale, si rivela un pericoloso virus.

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