Good Night, and Good Luck.

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Un film di George Clooney. Con David Strathairn, Frank Langella, Robert Downey Jr., Patricia Clarkson, George Clooney.
continua»
Drammatico, Ratings: Kids+16, b/n durata 90 min. - USA 2005. uscita venerdì 16 settembre 2005. MYMONETRO Good Night, and Good Luck. * * * - - valutazione media: 3,21 su 46 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Vittorio Zucconi

Il Venerdì di Repubblica

Washington. Se il giornalismo radiotelevisivo fosse una religione, lui ne sarebbe diventato il primo santo. «Saint Ed», Edward Murrow, il Petrus sul quale la cattedrale della diretta, il messalino del formato Tv7, i paramenti del trench coat per signori e della pashmina per signore, e il martirologio del reporter senza macchia e senza saliva, sono stati costruiti. Ma poiché il giornalismo e la sua manifestazione televisiva sono soltanto culti minori, Ed «Buona Notte e Buona Fortuna» Murrow, con il suo perenne Borsalino in testa, l’espressione scetticamente bogartiana, la sigaretta avvitata alle labbra e la bottiglia di scotch (mai bourbon) a portata di mano, è diventato soltanto un mito che inesorabilmente si appanna con il tramonto e la morte dei suoi contemporanei. E un film, che ora George Clooney ha diretto e prodotto usando proprio la frase marchio con la quale Murrow firmava e chiudeva tutti i suoi reportage: Good Night, And Good Luck.
Tutto quello che facciamo e vediamo, nel giornalismo televisivo migliore come nelle sue malattie senili dette talk show da salotto, è stato inventato, introdotto o sperimentato da quest’uomo che ebbe il coraggio di restare nella Londra di fine 1939, a raccontare in diretta per la Columbia Broadcasting System, la Cbs, la cronaca del blitz aereo di Herrnann Goerìng, da un cantina. Quello che i reportage di Luigi Barzini o del giovane Indro Montanelli fecero per il giornalismo scritto, la diretta «minuto per minuto» tra le esplosioni di Londra fece per la radio e più tardi per la televisione. E la schiera degli imitatori, dei discepoli, degli apostoli che attorno a questo scontroso, arrogante, burbero personaggio crebbero, hanno costruito quel modo di fare il giornalismo tv che l’America avrebbe assorbito per tutto il resto del XX secolo e che soltanto ora, nella cancrena inarrestabile del giornalismo sex, lies and videotape, chiacchiere, sesso e aria fitta, sta boccheggiando.
Ma il monumento che la storia dell’informazione, dunque della democrazia stessa ha eretto per «Saint Ed», non sono i servizi dalla Londra del Blitz, le dirette dal fronte della Corea e neppure quella serie di interviste e inchieste settimanali chiamate See it now, guardatelo adesso, che proseguirono per anni fino a quando la Cbs lo licenziò e le sigarette lo uccisero a 58 anni. Il «miracolo» che il giornalismo americano gli attribuisce e il neo giornalismo revisionista della destra non gli perdona, fu la demolizione del senatore Joe McCarthy e del maccartismo, versione moderna e aggiornata di quel periodico bisogno di purghe ed esorcismi che dalle «vergini di Salern», ai massacri dei «musi rossi», all’esecuzione di Sacco e Vanzetti per arrivare alla caccia al musulmano di oggi, affiora dalle viscere dell’Occidente e devasta lo spirito, prima di essere digerito e passato. Anche Murrow, come tutti coloro che osavano -od osano - diffidare delle finte crociate del giorno, lui che aveva vissuto una guerra vera, conobbe l’alito del senatore alcolista, e frequentatore di bordelli per soli uomini nel Wisconsin, sul collo. Collaboratori produttori, redattori del suo show See it now raccontarono dopo, a sbornia passata, di essere stati interrogati e pressati dagli investigatori della Commissione McCarthy perché rivelassero le red connections di quel giornalista rompiscatole e critico, dunque, implicitamente, «comunista» e anti patriottico. Ma quando la Commissione annunciò trionfalmente che Murrow era stato effettivamente in visita a Mosca, con una delegazione di studenti e insegnanti, dunque «era stato pagato da Stalin», Murrow azzannò la mano che tentava di strangolarlo.
Produsse una puntata di See it now dedicata tutta al grande cacciatore di Rossi, a McCarthy, utilizzando la più micidiale delle tecniche, il semplice montaggio di dichiarazioni, di bugie, di siparietti, di sceneggiate autentiche del senatore stesso.
Ne uscì un ritratto devastante per il grottesco crociato del Wisconsin, il mosaico di una personalità gigionesca e tragicomica che aveva saputo sfruttare l’ansia reale di una nazione risucchiata nella Guerra Fredda contro un nemico disposto a tutto come l’Unione Sovietica, per sembrare quello che non era, il lord protettore di quelle libertà costituzionali che nella sua furia avrebbe distrutto. Il pezzo di Murrow diede al grande pubblico la prima documentazione popolare di quello che nei palazzi del potere già era noto da tempo, che McCarthy era un pericolosissimo, spregiudicato buffone.
Per altri quarant’anni, dalla caduta del maccartismo fino alla guerra contro il terrorismo che ha ammutolito a lungo anche il libero giornalismo americano, due generazioni di reporters e di anchormen e anchorwomen hanno tentato di «rifare Murrow», di trovare il loro drago maccartista da infilzare.
Tutto il giornalismo investigativo, dal Vietnam al Watergate, dall’erede diretto Dan Rather alla Cbs ai segugi scatenati attorno alletto di Bili Clinton, traccia il proprio dna in Murrow, dunque nella fede, o nella illusione, che il «quarto potere», moltiplicato dalla potenza delle telecamere, avesse la forza, e il dovere, di tenere sempre al guinzaglio gli altri tre poteri. Ma anche Murrow, alla fine della propria carriera e della propria vita, quando inesorabilmente l’infezione del giornalismo soft cominciava a incrinare anche lui e la cultura del giornalismo hard nell’imperativo dello share, divenne ingombrante per la sua stessa casa, quella che lui aveva costruito, la Cbs. La nuova televisione con il filtro sfumato e le interviste di comodo, non si riconosceva più in questo dinosauro ringhiante col Borsalino, la cicca e il Johnny Walker e lui non si riconoscerebbe nella nostra tv. Alla fine, senza bisogno di processi, di roghi pubblici, di retorica e di purghe violente, ci accorgiamo che i vecchi Murrow hanno perso e i nuovi McCarthy stanno vincendo.
Da Il Venerdì di Repubblica del 26 agosto 2005


di Vittorio Zucconi,

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