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paolo massa
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domenica 20 novembre 2005
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un film parlato
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Un canto a più voci (dal portoghese al francese, dall’italiano all’inglese), un inno alla tolleranza tra culture tanto lontane quanto unite da un’unica esigenza (il dialogo tra gli uomini), un piccolo gioiello nel mare di un cinema sempre più sterile e piatto. Ed è proprio il mare la culla di questa semplice storia trasmessaci dalla voce suadente di una giovane professoressa universitaria di storia (Rosa Maria), in compagnia dell’incantevole figlioletta (Maria Juana), protagoniste di un viaggio in nave (da Marsiglia a Napoli, da Atene ad Istanbul, fino in Egitto) tra le bellezze “viventi” di un Mediterraneo capace di sorprendere anche dopo secoli di storia. “Un film parlato” è il viaggio di Maria Juana, simbolo di una generazione ancora ignara del “male” causato dall’uomo, ma già pronta ad ammirare tutto ciò che di “bello” altri uomini hanno realizzato in millenni di civiltà, nonostante le distruzioni di conflitti mai del tutto sopiti.
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Un canto a più voci (dal portoghese al francese, dall’italiano all’inglese), un inno alla tolleranza tra culture tanto lontane quanto unite da un’unica esigenza (il dialogo tra gli uomini), un piccolo gioiello nel mare di un cinema sempre più sterile e piatto. Ed è proprio il mare la culla di questa semplice storia trasmessaci dalla voce suadente di una giovane professoressa universitaria di storia (Rosa Maria), in compagnia dell’incantevole figlioletta (Maria Juana), protagoniste di un viaggio in nave (da Marsiglia a Napoli, da Atene ad Istanbul, fino in Egitto) tra le bellezze “viventi” di un Mediterraneo capace di sorprendere anche dopo secoli di storia. “Un film parlato” è il viaggio di Maria Juana, simbolo di una generazione ancora ignara del “male” causato dall’uomo, ma già pronta ad ammirare tutto ciò che di “bello” altri uomini hanno realizzato in millenni di civiltà, nonostante le distruzioni di conflitti mai del tutto sopiti. Conflitti pronti a riaffacciarsi alle porte del presente e del film (vedi terrorismo), all’ombra di una “Babele” di lingue troppo diverse tra loro da consentire un reale scambio di idee eterogenee: affascinante la sequenza della cena tra il comandante americano della nave (John Malkovic) e le sue “famose” ospiti di bordo (una cantante greca, una ex modella italiana, un’imprenditrice francese), dove ogni idioma di appartenenza rivendica il proprio diritto ad essere ascoltato e compreso. Scrisse Wittgenstein: “Tutto il succo della comunicazione ci sembra consistere nel fatto che un’altra persona afferri il senso delle mie parole. Se poi se ne faccia ancora qualcosa, questo non rientra nello scopo immediato del linguaggio”. Beh, il messaggio è chiaro: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire!
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alessandro pesce
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domenica 4 aprile 2004
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un film parlato, requiem per la civiltà occidentale
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“Un film parlato”, ha intitolato De Oliveira quest’ultima fatica, perché il suo è sempre stato un cinema molto “parlato” e perché centrale è il discorso sulla comunicazione linguistica , leit motiv di tutta la pellicola e che emerge nella bellissima scena del pranzo sulla nave dove al tavolo un Comandante americano e tre donne di diversa nazionalità ed espressione conversano imbarazzate ma senza problemi di comprensione.
Tutto il film è una riflessione sulla civiltà sui valori persi e sulla ricerca di una guida-faro in una società priva di Padri ( tema, questo, presente come non mai nel cinema degli ultimi anni).Una professoressa di storia va verso Bombay con la figlia di otto anni per farle incontrare il padre ma sceglie, come mezzo, una nave che parte dal Portogallo , in una simbolica nebbiosa giornata, e che fa il giro del Mediterraneo, prima di arrivare ai mari asiatici.
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“Un film parlato”, ha intitolato De Oliveira quest’ultima fatica, perché il suo è sempre stato un cinema molto “parlato” e perché centrale è il discorso sulla comunicazione linguistica , leit motiv di tutta la pellicola e che emerge nella bellissima scena del pranzo sulla nave dove al tavolo un Comandante americano e tre donne di diversa nazionalità ed espressione conversano imbarazzate ma senza problemi di comprensione.
Tutto il film è una riflessione sulla civiltà sui valori persi e sulla ricerca di una guida-faro in una società priva di Padri ( tema, questo, presente come non mai nel cinema degli ultimi anni).Una professoressa di storia va verso Bombay con la figlia di otto anni per farle incontrare il padre ma sceglie, come mezzo, una nave che parte dal Portogallo , in una simbolica nebbiosa giornata, e che fa il giro del Mediterraneo, prima di arrivare ai mari asiatici. E’ l’occasione per vedere da vicino quei luoghi storici di cui l’insegnante ha sempre parlato ai suoi allievi ma che mai ha veduto dal vivo, e per tramandare alla bimba le leggende e le vicende che li accompagnano.
Le tre donne famose che sono sul piroscafo più il comandante ,sono personaggi accomunati da un’alta realizzazione professionale ma da una vita privata vacante di affetti e emblematicamente, sono tutti senza figli. Altro “ personaggio” fondamentale è una bambola con “burka” che viene regalata alla bimba e che le sarà, in qualche modo, fatale.
Il finale “esplosivo” e inaspettato non è facilissimo da interpretare, lo immagino come ironico beffardo sorriso del sornione De Oliveira pronto a puntare il dito, con il distacco di un lucidissimo ultranovantenne, verso la decadenza di una civiltà , quella occidentale, che continua a chiacchierare mentre si destruttura e si distrugge.
E bene, si, ricercare i valori del passato (come fa la professoressa) ma è anche rischioso perdersi in parole ( le eleganti e vacue conversazioni delle donne col comandante), la civiltà occidentale è vecchia e non si accorge del baratro .E’ ancora il principio dell’incertezza che regna sulle umane cose, tanto per un altro film di De Oliveira.
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