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Il film, lo dico subito, mi è piaciuto e al netto di alcuni dettagli fuori posto, secondo me, che però non ne inficiano la bontà complessiva. Film tipicamente sorrentiniano, direi, molto onirico nei toni, sospeso quasi nel tempo e nello spazio. Come se i personaggi fossero cristallizzati in un eterno presente dove tutto intorno sembra giacere immobile: vedere, a tal proposito, la sequenza in cui il presidente viene riaccompagnato a casa a piedi dalla scorta mentre passa tra uno stuolo di persone che si fermano a guardarlo sfilare sorprese e statiche. E pur tuttavia, in mezzo a questa apparente inerzia generale si può cogliere un movimento essenzialmente interiore. Tutti i personaggi principali seppure apparentemente bloccati, incerti, dubbiosi, esitanti fatalmente si dibattono, progrediscono, crescono, si sciolgono o si frantumano come un blocco di "cemento armato" che si sgretola sotto la pressione implacabile di onde d’urto esistenziali.
L’unica scena che mi lascia perplesso è quella della telefonata alla giornalista di vogue. Lui che con il cellulare demodé e il brand bene in vista rievoca ancora scampoli di vita trascorsa con la moglie. Devo dire che mi ha dato un po’ fastidio e mi ha distratto non poco. Una sequenza questa che poteva essere benissimo scartata nel montaggio senza privare il film nel complesso del suo senso proprio.
È pur vero che la marchetta bisogna pur farla, ma tant’è.
Comunque, simbolismi a iosa, frasi ad effetto, un Servillo che fa Servillo e una Milvia Marigliano saporita (ma dove sei stata fino ad oggi? In teatro!…Ok mea culpa)
E poi ad un certo punto ho temuto di avere le allucinazioni. Credevo di aver visto la Madonna e invece era soltanto (si fa per dire) “Alexandra Gottschlich”. Attrice di una bellezza sconvolgente, sensuale e leggera nel senso di delicata, lieve, impalpabile quasi come tutta l’atmosfera del film. Ne sono rimasto folgorato. Ma questo improvviso attacco di libido indefinibile e vaga (che non si può ascrivere semplicemente ad un accesso di andropausa incipiente, non soltanto almeno… spero) si deve imputare invece verosimilmente (o così mi piace credere) al regista bravo davvero ad inserire nella trama questa figura leggiadra, ma che allo stesso tempo si introduce in modo travolgente, con la sua fisicità prorompente e sfumata allo stesso tempo, come un vento in tempesta nel grigiore calmo e piatto della ritualità istituzionale e in quella del presidente stesso la cui coscienza di cemento armato comincia a rivelare le prime crepe e già da qualche tempo (e non soltanto quindi per l’atteggiamento ambiguo e provocante della giovane rappresentante della Lituania che contraddice con una semplicità disarmante ogni protocollo amministrativo). Credo che il regista abbia saputo dare concretezza, infondendola nello spettatore, ad una sorta di “Dissonanza cognitiva” che lo spettatore è chiamato a ridurre in qualche modo anche soltanto prendendo consapevolezza della contraddizione stessa benefica proprio perché motore di cambiamento. Il film è pieno di contraddizioni che i personaggi vivono e di cui non possono non prendere consapevolezza ad un certo punto della loro vita; certe antinomie reali ed esistenziali, emotive e giuridiche non si possono più procrastinare e attendono soltanto di essere sanate finalmente. E c'è una legge sull'eutanasia che va firmata oppure no e ci sono “grazie” da concedere oppure no. E non c'è più tempo, certe contraddizioni vanno sanate entro "6 mesi". E di quanti giorni hai bisogno? Di quanti giorni puoi disporre per decidere? “E di chi sono i giorni?”: sono tuoi, della natura, della società, di dio?
E poi la sequenza che ho amato di più, forse: quella dell’astronauta che piange sospeso nel vuoto della sua capsula orbitante. Anche qui i simbolismi si sprecano. La mia interpretazione: quella lacrima che fluttua nel vuoto, mentre si allontana dal corpo dell’astronauta, mi pare la metafora dell’uomo che finalmente riesce a prendere le distanze dal proprio dolore. Egli è ora capace di conseguire il distacco sufficiente dal proprio male tanto da poterlo guardare a debita distanza. La separazione dalle tribolazioni è ormai in atto e niente potrà fermarla. E poi ci sorride sopra l’astronauta sempre con leggerezza a testimonianza che forse del dolore non ci si può liberare (non sempre) ma che con questo si può arrivare a convivere, lo si può accettare (guardare a distanza) senza che ti distrugga definitivamente. È un modo questo per perdonarsi o meglio per comprendersi e comprendere il mondo che ci circonda, ma senza per questo giustificare in alcun modo le brutture di questo mondo e quelle che subiamo, eventualmente. E allora, l’astronauta sorride come per suggellare questa avvenuta pace con sé stesso e gli altri e per il ritrovato controllo della propria vita. In fondo, tutto il film descrive il percorso tortuoso di persone alla ricerca finalmente di serenità dopo i tanti struggimenti di una vita che forse ha deluso le loro aspettative.
La grazia è “spargere polvere d’oro sulle proprie ferite ancora sanguinanti”
Ok… buona visione a tutti.
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