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Negli anni 40 e 50 il Cinema americano ha regalato all'umanit? personaggi indelebili come George Bailey (La vita e meravigliosa), Atticus Finch (Il buio oltre la siepe), il memorabile Tom Joad (Furore), e potremmo continuare ancora per molto. Era una America cinematografica che, pur nella sua impareggiabile capacit? di spettacolarizzazione e nella attitudine sua propria ad imprimere un ritmo alle storie che non annoiasse lo spettatore, sapeva trasmettere quegli ideali che, se un minimo condivisi, quantomeno garantiscono una sana convivenza. Quei personaggi di celluloide erano modelli a cui chiunque poteva ispirarsi e le storie in cui erano calati spiegavano al pubblico mondiale che il futuro poteva essere migliore per tutti se tutti avessero scelto di essere migliori. Poi questa America cinematografica ha iniziato a spostarsi verso modelli diversi negli anni 60 e 70 e Don Vito Corleone (Il Padrino), Travis Bickle (Taxi Driver), persino la deliziosa Holly Golightly (Colazione da Tiffany) erano personaggi in chiaroscuro; gli alti ideali avevano cessato di essere il vero motore dell'industria cinematografica, la Guerra mondiale era oramai alle spalle, adesso occorreva fare i conti con se stessi ed il messaggio era che, anche se vi era una parte oscura dentro di se, occorreva comunque saper avere un codice di onore come orizzonte e limite nella propria vita. Sulla America raeganiana e post reaganiana degli 80 e 90 stendiamo un velo pietoso, visto che i vari Rambo e compagnia hanno ammorbato le sale cinematografiche per un ventennio circa, in perfetta sintonia con il messaggio americano del tempo, quello secondo cui gli USA avrebbero garantito muscolarmente la giustizia nel mondo ovunque vi fosse stata - secondo i loro interessi ? - ingiustizia. I primi due decenni di questo secolo hanno detto davvero poco, oramai l'industria cinematografica americana ha iniziato a disorientarsi e, come prosciugata di idee e valori, ha preferito dirigersi verso eroi di carta, ma capaci di generare alti ritorni quanto a business; attingendo a piene mani nel mondo dei fumetti e dei romanzi eccoci ai vari Iron Man, Batman e Gandalf, che hanno imperversato in lungo e largo. E allora arriviamo alla America di questi anni 20 del nostro secolo, in cui il suo cinema ha da offrirci sempre meno; raschiando il fondo del barile adesso c'? un proliferare di innocui biopic come quello sui Queen, Elton John, Bob Dylan o Bruce Springsteen. Spettacolo fine a se stesso, business e poco altro. E i critici costretti a dover trovare qualcosa di positivo in prodotti di qualit? oramai standardizzata. In questo lago piatto e per certi versi stagnante, ecco che arriva Marty Supreme e a tutti i critici non pare vero che qualcosa si muova, e quindi arrivano i battimani e le critiche eccelse, entusiastiche. Ma Marty Supreme vale poco o nulla, in tutti i sensi. Il personaggio va nella direzione della America trumpiana, anzi pare essere il manifesto ideologico della nuova America di Trump, secondo cui non esistono regole, ma soltanto obiettivi, da raggiungere ad ogni costo, anche calpestando brutalmente chi si trova di mezzo. Qualcuno ha scritto che il film si dirige alla Generazione Zeta, ma va spiegato agli Z di tenersi lontani da questo veleno in quanto se tutti ci comportassimo in questo modo si tornerebbe alla violenta legge della jungla in cui ognuno tenta di sopraffare l'altro. Artisticamente il film vale davvero poco visto che ? una interminabile carrellata di primissimi piani ad uso del bello di turno ? i fans di Chalamet ne saranno entusiasti - conditi da frasi banalissime, il tutto sottolineato da una colonna sonora sfondatimpani e pure fuori tempo. La storia ha davvero poco da dire e, per tenere lo spettatore sulla poltrona, i tempi dei dialoghi sono perennemente concitati, rapidissimi, quasi finalizzati a non dar tempo a chi assiste al film di pensare che sta vedendo il nulla. In questo contesto di vuoto assoluto riempito da situazioni irreali al limite della favoletta imperversa il viso di Cahalamet, ripreso da una regia da scuola elementare del Cinema sempre in primissimi piani, quasi fosse uno di quegli spot pubblicitari che, ripetendo il messaggio in maniera ossessiva, alla fine te lo fanno entrare in testa e piacere. L'imbarazzante finale alla Karate Kid con gli USA ancora una volta trionfatori in uno sventolio di bandierine a stelle e strisce brandite da soldati in divisa costituisce il giusto epitaffio di un film inutile, se non tossico. Il cinema americano sta morendo purtroppo, credetemi.
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