Le più genuine espressioni del clown sono di solito dovute a trasognati stupori, a timidezze scoperte e guardinghe, a ingenuità quasi infantili, a un riso che nasce da una nascosta malinconia. L'impresa più complicata e inutilmente difficile, come quella di suonare con mani inguantate un violino lungo trenta centimetri, diventa allora la cosa più semplice e dilettevole, il lungo volto farinoso di Grock si apre a un sorriso d'incredula felicità. Al contrario il gesto più semplice diventa un problema. Quando il cappello che aveva posato sul pianoforte gli ruzzola accanto, e basterebbe stendere una mano per prenderlo, Grock si sente in obbligo, per raggiungerlo, di compiere lo stesso cammino. Si issa sulla seggiola, dalla seggiola sul pianoforte; lungo il coperchio posto di sbieco si lascia poi scivolare come per un dilettoso pendio, si arresta, ansima, e infine protende una mano, ancora dubitosa. Tutto ciò diventa una fatica, un'impresa, un'avventura, il complicato itinerario di un non facile viaggio per ignote contrade; e ogni gesto suscita a ogni tappa scorci di un passaggio misterioso e grottesco. Le stesse fatiche che affronta per raggiungere un tubino a portata di mano lo travagliano quando debba comprendere una verità ovvia, elementare. Dopo la prima incredulità, candida e marchiana («va via...»), è il diffidente timore del timido che non rinuncia a qualche tentativo di ribellione; e ne sgorga allora la scemenza grossa, irresistibile. Il suo partner, il «signor» Max, è il suo despota; tanto Grock e ingenuo e fiducioso, tanto l'altro è gelido e riservato; di fronte agli enormi calzoni del clown, e alla sua sconquassata valigia, e alla sua maschera di farina e di cinabro, sta l'impeccabile anonima marsina. Con il pagliaccio un'umanità costretta e primordiale; con la chioma troppo lucente del signor Max la sicurezza vuota e convenzionale, persino la stupida albagia. Il colloquio nasce dall'antitesi, con scrupolose minuzie d'effetti per illuminare di fronte e di scorcio la patetica figura del clown; e a chi abbia veduto Grock sulla scena, e tra le quinte, sa come quei cinquanta minuti, di continui sorrisi e risate per gli spettatori, siano costati e costino di volta in volta lo studio sempre rinnovato di ogni minimo particolare, in una continua laboriosissima preparazione.
Grock non poteva non apparire anche sullo schermo, Ma ha voluto fare tutto da sé. Allora il film ci presenta il signor Adriano Wettack (stato civile di Grock) alle prese con una insipida vicenda di sfondo e di contorno che sarà poi il pretesto per farci assistere a tutto il celebre «numero». Chi lo ha già veduto alla ribalta ne ritroverà qualche istante felice, gli altri ne avranno come uno schema, in una frantumata testimonianza. Notevoli le doti d'attore che il Wettack rivela; fanno pensare a quale saporito film, da tutti questi elementi, avrebbe saputo trarre un esperto regista.
(1932)
Da Film visti. Dai Lumière al Cinerama, Edizioni di Bianco e Nero, Roma, 1957