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gabriella
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lunedì 25 maggio 2026
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l''arte non ha morale quando ha fame
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La struttura metacinematografica del film nel film dell'ultimo lavoro di Almodóvar provoca una frammentazione narrativa che rende il passaggio tra realtà e finzione ridondante e rischia di disperdere l'impatto emotivo delle singole storie. Raoul, regista di successo in piena crisi creativa, sta scrivendo una sceneggiatura dopo cinque anni in cui non è riuscito a girare niente e decide di ambientare la sua storia vent’anni prima, con protagonista una donna di nome Elsa, regista di culto che ha fatto due film che non ha visto quasi nessuno ma quei pochi che li hanno visti sono diventati appunto dei cultori. Elsa adesso per campare fa spot pubblicitari e vive con Beau, un giovane pompiere che di notte fa lo stripper in un locale.
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La struttura metacinematografica del film nel film dell'ultimo lavoro di Almodóvar provoca una frammentazione narrativa che rende il passaggio tra realtà e finzione ridondante e rischia di disperdere l'impatto emotivo delle singole storie. Raoul, regista di successo in piena crisi creativa, sta scrivendo una sceneggiatura dopo cinque anni in cui non è riuscito a girare niente e decide di ambientare la sua storia vent’anni prima, con protagonista una donna di nome Elsa, regista di culto che ha fatto due film che non ha visto quasi nessuno ma quei pochi che li hanno visti sono diventati appunto dei cultori. Elsa adesso per campare fa spot pubblicitari e vive con Beau, un giovane pompiere che di notte fa lo stripper in un locale. La donna, che ancora non ha elaborato il lutto per la perdita della madre, ha due amiche che stanno attraversando un periodo molto difficile, ossia Patricia, che non riesce a liberarsi di un marito che la tradisce continuamente, e Natalia, che ha perso in un incidente il figlio ancora piccolo. Elsa decide così di attingere dal dolore delle sue amiche e la narrazione si stringe attorno a quell’amarezza che transforms la realtà in qualcosa di teatrale, quasi insopportabile ma di intenso struggimento poetico, portando avanti l’idea che il grande tormento sia il fertilizzante più efficace per l’arte e che si debba manipolare la realtà per curare le ferite della vita. Ci si chiede però fino a che punto possa spingersi l’arte, dato che il vampirismo artistico è un patto faustiano in cui l’artista scambia la propria o altrui umanità con l’immortalità dell’opera, e quando un regista è in crisi il dolore non è più una tragedia ma materia prima sulla quale lavorare, anche se this significa l’annientamento dell’altro. Tuttavia Raoul non riesce a imbastire una storia che lo convinca, i personaggi si perdono e svaniscono, come quello di Beau, ma anche Elsa stessa viene abbandonata nell’isola di Lanzarote insieme a Natalia, in attesa di un finale che non arriva. Sarà l’incontro con Monica, sua ex assistente che dopo vent’anni di collaborazione se n’era andata, a risolvergli il problema ancora una volta, anche se non era quella l’intenzione. Nel febbrile dialogo tra i due emerge la violenza verbale di Monica che attacca il regista per difendere la realtà dall’artificio, e che ironicamente gli fornisce la chiave dell’artificio perfetto. Più lei è autentica, viscerale e rabbiosa, più diventa il personaggio ideale perché finalmente lui la vede senza maschere, ed è proprio quella carne viva che vuole mettere nel film. L’epifania del regista non nasceva dalla tragedia altrui ma dalla storia di come lui stesso ha consumato la vita di chi gli è stato fedele, come Santi, il suo giovane compagno, una figura speculare a Monica, anche lui in disparte e all’ombra del genio ma mosso da un sentimento diverso, non fedeltà professionale bensì amore incondizionato, quello capace di sopportare il narcisismo e le crisi dell’artista pur di stargli vicino. Dietro questa finzione si avverte l'eco della parabola umana del vero Almodóvar, un autore che forse sente di aver già dato il suo meglio, dove tutto quello che c'era da dire è stato detto e subentra l’età della riflessione, il bisogno intimo di confessare i propri limiti e le proprie fragilità, scoprendo il coraggio di chiedersi se si stia perdendo la voce, se si possa ancora cantare o soltanto mormorare.
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francesca meneghetti
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martedì 26 maggio 2026
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che fine ha fatto beau?
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre).
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre). Beau (questo il suo nickname da Bonifacio) fa il pompiere, ma, per ragioni economiche, anche lo stripper per la delizia delle signore (lunga la sequenza della performance erotica, accompagnata da musiche anni ’70, che inevitabilmente portano alla memoria Full Monthly). Ma resta un bravo ragazzo pudico. Infatti, quando Elsa lo aggancia per uno spot pubblicitario di mutande, Beau (Patrick Criado) si assicura che non sia prevista la nudità. Peccato che questo simpatico e poco credibile pompiere esca di scena e che Elsa, superata la sua crisi, se ne vada a Lanzarote, in una villa con vista meravigliosa sulle terre nere vulcaniche, insieme a un’amica che dubita che il marito la tradisca. Poi quando questa se ne va (e torna dal marito), chiama un’altra amica, devastata dai sensi di colpa verso il suo bambino, dimenticando inesplicabilmente il suo Beau. Ma questa è la trama della storia che Raul vorrebbe realizzare, ispirandosi a storie di persone a lui vicine, “vampirizzandole” per usare un’espressione ricorrente nelle critiche cinematografiche. Il film che noi vediamo prevede passaggi continui tra i due piani temporali, a rimarcare le simmetrie e le analogie. Ma l’operazione appare di maniera, forzata. E Almodovar veramente sembra attraversare un momento di crisi creativa, anche se “la mano” da grande regista si vede nelle singole sequenze più che nella struttura complessiva, che non si chiude, intenzionalmente. Quindi niente The end. Di valore anche l’interpretazione delle diverse attrici femminili, un coro sempre caro al nostro. A partire dall’intensa Elsa (Barbara Lennie), valorizzata nei primi piani. Ma resta il dubbio: perché liquidare malamente il povero Beau (che poi è specchio del fedele assistente di Raul, Santi, interpretato da Quim Gutierrez)?
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mauridal
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mercoledì 3 giugno 2026
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amara felicit
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Quando si pensa a un tema di felicità e di allegria da trasmettere al mondo attraverso la musica, viene spontaneo ricordare Feliz Navidad di José Feliciano, che con la sua voce e la sua chitarra ha trasformato una semplice canzone in un messaggio di speranza e di augurio per il futuro. All'estremo opposto si colloca l'ultimo film di Pedro Almodóvar, Amarga Navidad, non solo nel titolo ma soprattutto nei temi e nelle atmosfere che attraversano l'intera opera.
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Quando si pensa a un tema di felicità e di allegria da trasmettere al mondo attraverso la musica, viene spontaneo ricordare Feliz Navidad di José Feliciano, che con la sua voce e la sua chitarra ha trasformato una semplice canzone in un messaggio di speranza e di augurio per il futuro. All'estremo opposto si colloca l'ultimo film di Pedro Almodóvar, Amarga Navidad, non solo nel titolo ma soprattutto nei temi e nelle atmosfere che attraversano l'intera opera. Definire il film semplicemente come un esercizio di autofiction, come hanno fatto alcuni commentatori e lo stesso regista, appare riduttivo. L'opera possiede infatti una forza morale profondamente pessimista e malinconica, che investe l'intera umanità rappresentata: donne e uomini, persone comuni e intellettuali, artisti e professionisti del cinema. Almodóvar costruisce una complessa sovrapposizione di personaggi, storie e livelli narrativi che sembrano appartenere direttamente alla sua esperienza personale. Dietro la figura dell'autore affermato emergono infatti le inquietudini, le fragilità psicologiche e il senso di precarietà di chi avverte il peso del tempo trascorso e guarda al futuro con crescente incertezza. Tutti i personaggi del film sono accomunati da una forma di sofferenza esistenziale. In primo luogo Raul, regista e sceneggiatore in crisi creativa, e Monica, sua assistente e prima lettrice critica. Attorno a loro si sviluppa una rete di relazioni segnate da fragilità emotive e psicologiche. La ricchezza dell'invenzione narrativa consiste nel raccontare una storia che Raul sta scrivendo per un suo futuro film. Protagonista di questa storia è Elsa, regista di spot pubblicitari e autrice di due film considerati ormai di culto. Elsa è una donna profondamente segnata dal dolore: soffre di terribili cefalee dopo la morte della madre e cerca di superare la crisi grazie all'amicizia di Patricia e all'affetto di Beau Bonifacio, conosciuto inizialmente come boy-stripper ma in realtà vigile del fuoco generoso e altruista, che si innamora di lei e le resta accanto. Nella prima parte del film vediamo Elsa al pronto soccorso insieme a Beau e successivamente nella sua casa, dove tenta di continuare a lavorare alla scrittura di un nuovo progetto cinematografico. Raul ed Elsa finiscono così per apparire come due figure speculari: entrambi soffrono di attacchi di panico e condividono una profonda inquietudine interiore. La differenza fondamentale è però narrativa. Raul, nel 2026, scrive un film che racconta la vicenda di Elsa nel 2004, quando, dopo un grave attacco di panico, parte con Patricia per Lanzarote nel tentativo di ritrovare serenità. Tuttavia il viaggio non riesce a cancellare il passato. Tornata a Madrid, Elsa ritrova Beau mentre Raul continua a sviluppare la sua sceneggiatura, attingendo alle vite di Elsa e delle persone che la circondano. A questo punto entra in scena il conflitto centrale dell'opera. Monica, dopo essere stata licenziata, affronta Raul in un durissimo confronto. Gli rimprovera di utilizzare nelle proprie opere vicende private, storie vere e persone riconoscibili, trasformandole in materiale narrativo senza considerare le conseguenze umane. Monica arriva persino a minacciare di distruggere la carriera di Raul se non eliminerà dalla sceneggiatura dettagli che riguardano Elsa e altre persone a lei vicine. È qui che emerge il vero tema del film: il rapporto tra realtà e finzione, tra vita vissuta e creazione artistica. Raul difende il diritto dell'autore a utilizzare la realtà come materiale narrativo, sostenendo che tutto possa essere trasformato in racconto quando entra nello spazio della fiction, sia essa un film o un romanzo. Lo scontro con Monica rappresenta il momento decisivo della vicenda. Raul arriva infine a confessare che la vera protagonista della sua storia non è Elsa ma proprio Monica. A questo punto il confine tra i diversi livelli narrativi si dissolve: i personaggi, le vicende e i conflitti che abbiamo seguito coincidono ormai con il film stesso che stiamo guardando. Raul è l'autore della sceneggiatura, ma sopra di lui si staglia la figura di Almodóvar, che attraverso il film sembra rivendicare con forza la libertà assoluta dell'artista di raccontare il mondo secondo la propria visione. Nel finale tutti i personaggi si ritrovano insieme in una sorta di carrellata conclusiva che chiude simultaneamente il racconto e il film. Se nel corso della narrazione si parla di "cinema di culto", forse si può aggiungere un'altra definizione: quella di un cinema di "pronto soccorso umano e poetico". Amarga Navidad appare infatti come una meditazione amara sulla fragilità, sulla memoria e sul ruolo dell’arte. Le musiche e la canzone che dà il titolo al film evocano infine il ricordo malinconico di quel cinema almodovariano più ironico, vitale e gioioso che appartiene ormai al passato, lasciando il posto a uno sguardo più disilluso ma non meno intenso.(Mauridal)
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gianni quilici
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mercoledì 3 giugno 2026
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cinema e vita che si incontrano
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Da rivedere. La seconda visione non sarebbe ripetizione, ma nuove scoperte. Perché è un film drammaticamente intenso e complesso cinematograficamente.
Almodovar si presenta “nudo”, attraverso due personaggi Elsa e Raul. In che modo? Nella sofferenza fisica e nella paura della morte sua, di chi ama e in una tormentosa crisi creativa, rappresentata, però, con il distacco di chi si critica e critica, come regista e uomo, ponendosi e ponendo, alla fine, domande, che lascia aperte per un film ipotetico, da scrivere, altro perché la vita, la sua vita come regista non si ripete è in divenire.
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Da rivedere. La seconda visione non sarebbe ripetizione, ma nuove scoperte. Perché è un film drammaticamente intenso e complesso cinematograficamente.
Almodovar si presenta “nudo”, attraverso due personaggi Elsa e Raul. In che modo? Nella sofferenza fisica e nella paura della morte sua, di chi ama e in una tormentosa crisi creativa, rappresentata, però, con il distacco di chi si critica e critica, come regista e uomo, ponendosi e ponendo, alla fine, domande, che lascia aperte per un film ipotetico, da scrivere, altro perché la vita, la sua vita come regista non si ripete è in divenire. E si potrebbe aggiungere: questo che abbiamo visto non è stato inutile, ripetitivo, perché il regista ha capito un po’ di più chi sia lui come regista, come uomo.
E tutto ha la bellezza estetica, non compiaciuta, non estetizzante di tutto ciò che fa un film: la recitazione e i volti dei protagonisti, in alcune sequenze, indimenticabili; la fotografia con la forza dei colori; la colonna sonora originale di Alberto Iglesias e la canzone sentimentale e straziante intitolata appunto Amarga navidad; e la scelta del doppio film: quello che scrive Raul e che nello stesso tempo rappresenta sdoppiandosi in Elsa, senza fratture, legandoli insieme, perché creazione e vita diventano la stessa realtà
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francesca meneghetti
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martedì 26 maggio 2026
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che fine ha fatto beau?
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre).
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre). Beau (questo il suo nickname da Bonifacio) fa il pompiere, ma, per ragioni economiche, anche lo stripper per la delizia delle signore (lunga la sequenza della performance erotica, accompagnata da musiche anni ’70, che inevitabilmente portano alla memoria Full Monthly). Ma resta un bravo ragazzo pudico. Infatti, quando Elsa lo aggancia per uno spot pubblicitario di mutande, Beau (Patrick Criado) si assicura che non sia prevista la nudità. Peccato che questo simpatico e poco credibile pompiere esca di scena e che Elsa, superata la sua crisi, se ne vada a Lanzarote, in una villa con vista meravigliosa sulle terre nere vulcaniche, insieme a un’amica che dubita che il marito la tradisca. Poi quando questa se ne va (e torna dal marito), chiama un’altra amica, devastata dai sensi di colpa verso il suo bambino, dimenticando inesplicabilmente il suo Beau. Ma questa è la trama della storia che Raul vorrebbe realizzare, ispirandosi a storie di persone a lui vicine, “vampirizzandole” per usare un’espressione ricorrente nelle critiche cinematografiche. Il film che noi vediamo prevede passaggi continui tra i due piani temporali, a rimarcare le simmetrie e le analogie. Ma l’operazione appare di maniera, forzata. E Almodovar veramente sembra attraversare un momento di crisi creativa, anche se “la mano” da grande regista si vede nelle singole sequenze più che nella struttura complessiva, che non si chiude, intenzionalmente. Quindi niente The end. Di valore anche l’interpretazione delle diverse attrici femminili, un coro sempre caro al nostro. A partire dall’intensa Elsa (Barbara Lennie), valorizzata nei primi piani. Ma resta il dubbio: perché liquidare malamente il povero Beau (che poi è specchio del fedele assistente di Raul, Santi, interpretato da Quim Gutierrez)?
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francesca meneghetti
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martedì 26 maggio 2026
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che fine ha fatto beau?
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre).
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre). Beau (questo il suo nickname da Bonifacio) fa il pompiere, ma, per ragioni economiche, anche lo stripper per la delizia delle signore (lunga la sequenza della performance erotica, accompagnata da musiche anni ’70, che inevitabilmente portano alla memoria Full Monthly). Ma resta un bravo ragazzo pudico. Infatti, quando Elsa lo aggancia per uno spot pubblicitario di mutande, Beau (Patrick Criado) si assicura che non sia prevista la nudità. Peccato che questo simpatico e poco credibile pompiere esca di scena e che Elsa, superata la sua crisi, se ne vada a Lanzarote, in una villa con vista meravigliosa sulle terre nere vulcaniche, insieme a un’amica che dubita che il marito la tradisca. Poi quando questa se ne va (e torna dal marito), chiama un’altra amica, devastata dai sensi di colpa verso il suo bambino, dimenticando inesplicabilmente il suo Beau. Ma questa è la trama della storia che Raul vorrebbe realizzare, ispirandosi a storie di persone a lui vicine, “vampirizzandole” per usare un’espressione ricorrente nelle critiche cinematografiche. Il film che noi vediamo prevede passaggi continui tra i due piani temporali, a rimarcare le simmetrie e le analogie. Ma l’operazione appare di maniera, forzata. E Almodovar veramente sembra attraversare un momento di crisi creativa, anche se “la mano” da grande regista si vede nelle singole sequenze più che nella struttura complessiva, che non si chiude, intenzionalmente. Quindi niente The end. Di valore anche l’interpretazione delle diverse attrici femminili, un coro sempre caro al nostro. A partire dall’intensa Elsa (Barbara Lennie), valorizzata nei primi piani. Ma resta il dubbio: perché liquidare malamente il povero Beau (che poi è specchio del fedele assistente di Raul, Santi, interpretato da Quim Gutierrez)?
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