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venerdì 29 maggio 2026
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implosivo
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Trovo che i personaggi di questo film non riescano ad essere empatici: nessuno simpatico né antipatico, asettici, poco fisici persino freddi, distaccati dalla pellicola. Il film non decolla, non ha aria, non emoziona... Sembra una storia che Pedro deve risolvere con se stesso e per farlo adopera identità multiple, fiacche a tratti insensibili, compromesse dalla vita e svuotate dalla storia personale. Persino il finale è smorto, arzigogolato. Musiche belle ma fuori contesto, buono il doppiaggio. Almodovar lascia tutto ai colori, ritorna alle auto rosse, al blu mare e ad un verde smeraldo che insieme, fanno di tutto per dare linea ad una commedia che di fatto, con questi espedienti, diviene un dramma.
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ludovico morandi
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mercoledì 27 maggio 2026
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la realt? e la finzione per almod?var
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Ha capito che non doveva scrivere di lui, del suo amaro in bocca per la visione di lei,
perciò si rese conto che doveva essere lei a scrivere di lui, attraverso le sue dita.
Amarga Navidad narra del sottile confine che l’artista vive tra realtà e finzione, di come seppur in una prima stesura di una storia egli trova piacere nel ritrovarsi, arriva un momento dove la realtà non basta e rischia di diventare arida e acida se narra le storie degli altri viste dai propri occhi.
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Ha capito che non doveva scrivere di lui, del suo amaro in bocca per la visione di lei,
perciò si rese conto che doveva essere lei a scrivere di lui, attraverso le sue dita.
Amarga Navidad narra del sottile confine che l’artista vive tra realtà e finzione, di come seppur in una prima stesura di una storia egli trova piacere nel ritrovarsi, arriva un momento dove la realtà non basta e rischia di diventare arida e acida se narra le storie degli altri viste dai propri occhi.
L’immedesimazione è importante per Almodóvar e in questo film prova a mostrarcene l’alchimia, di come a volte può funzionare e a volte arrancare. Essendo che il film narra proprio di un regista alle prese con una sua sceneggiatura, che ci viene mostrata visivamente in parallelo, si rompe la quarta parete in modo quanto mai innovativo: quando da spettatori sentiremo la sceneggiatura faticare a risultare credibile, è proprio perché la sceneggiatura interna alla storia sta trovando difficoltà nella sua stesura. Ciò non ci viene sottolineato immediatamente e rende questa rottura di una forza alienante, in modo indiretto, e ci dimostra un’altra volta come il cinema abbia il potere di aprire varchi tra due dimensioni così distanti, che non sono ancora state scientificamente trovate.
Nella fotografia regna l’azzurro il rosso e il giallo, tre colori che dicono molto e che il regista sottolinea nella messa in scena. Le inquadrature sono intime nella prima parte e più distaccate nella seconda, seguendo l’evoluzione dei personaggi e il montaggio fonde molto bene l’alternarsi delle due linee temporali. Come ci ha sempre ben abituato ci sono dei momenti musicali che sembrano toccare l’apice emotivo dei personaggi sceneggiati dal protagonista e dai quali essi saranno più coscienti della loro natura. La musica si conferma l’unica arte che sovrasta ogni cosa, che siano gli artisti o i suoi personaggi, e quando viene messa al centro di una regia così ben fatta raddoppia la sua potenza, sfondando le barriere dell’emotività.
È un film che viaggia su una scrittura brillante e che come detto prima, quando si rivela ridondante è proprio perché lo è all’interno della storia. Nonostante ciò si poteva accentuare qualcosa di più nei dettagli: il protagonista si ispira alle storie dei suoi amici per scrivere il suo film, causando la loro irritazione, Woody Allen fa lo stesso in chiave comica in Deconstructing Harry (Harry a pezzi), ma in quel caso troviamo degli elementi che rendano effettivamente riconoscibili le persone e le loro storie prese in causa, qui vengono un po' generalizzati, rendendo meno credibile questo senso di rabbia per il furto d’identità.
Questo toglie contrasto agli avvenimenti rendendo il tutto meno credibile, senza intaccare però le intenzioni e non sminuendo di troppo la forza su cui vuole puntare questa pellicola.
In ultima battuta, è un film che ci chiede di tornare al cinema, che vuole ed ottiene il silenzio della sala e il raccoglimento umano. Così come Sentimental Value di Trier, oltre a comunicarcelo sullo schermo, Almodóvar lo fa dire ai suoi personaggi dimostrando come sempre più registi sentano loro per primi che qualcosa sta andando perso, ma che sembra in realtà voler ritornare.
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francesca meneghetti
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martedì 26 maggio 2026
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che fine ha fatto beau?
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre).
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre). Beau (questo il suo nickname da Bonifacio) fa il pompiere, ma, per ragioni economiche, anche lo stripper per la delizia delle signore (lunga la sequenza della performance erotica, accompagnata da musiche anni ’70, che inevitabilmente portano alla memoria Full Monthly). Ma resta un bravo ragazzo pudico. Infatti, quando Elsa lo aggancia per uno spot pubblicitario di mutande, Beau (Patrick Criado) si assicura che non sia prevista la nudità. Peccato che questo simpatico e poco credibile pompiere esca di scena e che Elsa, superata la sua crisi, se ne vada a Lanzarote, in una villa con vista meravigliosa sulle terre nere vulcaniche, insieme a un’amica che dubita che il marito la tradisca. Poi quando questa se ne va (e torna dal marito), chiama un’altra amica, devastata dai sensi di colpa verso il suo bambino, dimenticando inesplicabilmente il suo Beau. Ma questa è la trama della storia che Raul vorrebbe realizzare, ispirandosi a storie di persone a lui vicine, “vampirizzandole” per usare un’espressione ricorrente nelle critiche cinematografiche. Il film che noi vediamo prevede passaggi continui tra i due piani temporali, a rimarcare le simmetrie e le analogie. Ma l’operazione appare di maniera, forzata. E Almodovar veramente sembra attraversare un momento di crisi creativa, anche se “la mano” da grande regista si vede nelle singole sequenze più che nella struttura complessiva, che non si chiude, intenzionalmente. Quindi niente The end. Di valore anche l’interpretazione delle diverse attrici femminili, un coro sempre caro al nostro. A partire dall’intensa Elsa (Barbara Lennie), valorizzata nei primi piani. Ma resta il dubbio: perché liquidare malamente il povero Beau (che poi è specchio del fedele assistente di Raul, Santi, interpretato da Quim Gutierrez)?
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francesca meneghetti
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martedì 26 maggio 2026
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che fine ha fatto beau?
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre).
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre). Beau (questo il suo nickname da Bonifacio) fa il pompiere, ma, per ragioni economiche, anche lo stripper per la delizia delle signore (lunga la sequenza della performance erotica, accompagnata da musiche anni ’70, che inevitabilmente portano alla memoria Full Monthly). Ma resta un bravo ragazzo pudico. Infatti, quando Elsa lo aggancia per uno spot pubblicitario di mutande, Beau (Patrick Criado) si assicura che non sia prevista la nudità. Peccato che questo simpatico e poco credibile pompiere esca di scena e che Elsa, superata la sua crisi, se ne vada a Lanzarote, in una villa con vista meravigliosa sulle terre nere vulcaniche, insieme a un’amica che dubita che il marito la tradisca. Poi quando questa se ne va (e torna dal marito), chiama un’altra amica, devastata dai sensi di colpa verso il suo bambino, dimenticando inesplicabilmente il suo Beau. Ma questa è la trama della storia che Raul vorrebbe realizzare, ispirandosi a storie di persone a lui vicine, “vampirizzandole” per usare un’espressione ricorrente nelle critiche cinematografiche. Il film che noi vediamo prevede passaggi continui tra i due piani temporali, a rimarcare le simmetrie e le analogie. Ma l’operazione appare di maniera, forzata. E Almodovar veramente sembra attraversare un momento di crisi creativa, anche se “la mano” da grande regista si vede nelle singole sequenze più che nella struttura complessiva, che non si chiude, intenzionalmente. Quindi niente The end. Di valore anche l’interpretazione delle diverse attrici femminili, un coro sempre caro al nostro. A partire dall’intensa Elsa (Barbara Lennie), valorizzata nei primi piani. Ma resta il dubbio: perché liquidare malamente il povero Beau (che poi è specchio del fedele assistente di Raul, Santi, interpretato da Quim Gutierrez)?
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francesca meneghetti
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martedì 26 maggio 2026
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che fine ha fatto beau?
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre).
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Siamo nel 2026, a Madrid, in prossimità del Natale. Un Natale amaro, però, come recita il titolo del film.
Raul (Leonardo Sbaraglia) è un regista in piena crisi ideativa, che decide di raccontare sé stesso, i suoi sensi di colpa, i suoi dolori, le sue disattenzioni verso gli altri, proiettandole in una sceneggiatura ambientata nel 2004, la cui protagonista è una donna, Elsa, regista di spot pubblicitari, dopo aver prodotto due cult movie di scarso profitto. Elsa ha un compagno meraviglioso, che la assiste con amore durante una crisi di emicrania dovuta allo stress (e al lutto per la morte della madre). Beau (questo il suo nickname da Bonifacio) fa il pompiere, ma, per ragioni economiche, anche lo stripper per la delizia delle signore (lunga la sequenza della performance erotica, accompagnata da musiche anni ’70, che inevitabilmente portano alla memoria Full Monthly). Ma resta un bravo ragazzo pudico. Infatti, quando Elsa lo aggancia per uno spot pubblicitario di mutande, Beau (Patrick Criado) si assicura che non sia prevista la nudità. Peccato che questo simpatico e poco credibile pompiere esca di scena e che Elsa, superata la sua crisi, se ne vada a Lanzarote, in una villa con vista meravigliosa sulle terre nere vulcaniche, insieme a un’amica che dubita che il marito la tradisca. Poi quando questa se ne va (e torna dal marito), chiama un’altra amica, devastata dai sensi di colpa verso il suo bambino, dimenticando inesplicabilmente il suo Beau. Ma questa è la trama della storia che Raul vorrebbe realizzare, ispirandosi a storie di persone a lui vicine, “vampirizzandole” per usare un’espressione ricorrente nelle critiche cinematografiche. Il film che noi vediamo prevede passaggi continui tra i due piani temporali, a rimarcare le simmetrie e le analogie. Ma l’operazione appare di maniera, forzata. E Almodovar veramente sembra attraversare un momento di crisi creativa, anche se “la mano” da grande regista si vede nelle singole sequenze più che nella struttura complessiva, che non si chiude, intenzionalmente. Quindi niente The end. Di valore anche l’interpretazione delle diverse attrici femminili, un coro sempre caro al nostro. A partire dall’intensa Elsa (Barbara Lennie), valorizzata nei primi piani. Ma resta il dubbio: perché liquidare malamente il povero Beau (che poi è specchio del fedele assistente di Raul, Santi, interpretato da Quim Gutierrez)?
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gabriella
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lunedì 25 maggio 2026
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l''arte non ha morale quando ha fame
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La struttura metacinematografica del film nel film dell'ultimo lavoro di Almodóvar provoca una frammentazione narrativa che rende il passaggio tra realtà e finzione ridondante e rischia di disperdere l'impatto emotivo delle singole storie. Raoul, regista di successo in piena crisi creativa, sta scrivendo una sceneggiatura dopo cinque anni in cui non è riuscito a girare niente e decide di ambientare la sua storia vent’anni prima, con protagonista una donna di nome Elsa, regista di culto che ha fatto due film che non ha visto quasi nessuno ma quei pochi che li hanno visti sono diventati appunto dei cultori. Elsa adesso per campare fa spot pubblicitari e vive con Beau, un giovane pompiere che di notte fa lo stripper in un locale.
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La struttura metacinematografica del film nel film dell'ultimo lavoro di Almodóvar provoca una frammentazione narrativa che rende il passaggio tra realtà e finzione ridondante e rischia di disperdere l'impatto emotivo delle singole storie. Raoul, regista di successo in piena crisi creativa, sta scrivendo una sceneggiatura dopo cinque anni in cui non è riuscito a girare niente e decide di ambientare la sua storia vent’anni prima, con protagonista una donna di nome Elsa, regista di culto che ha fatto due film che non ha visto quasi nessuno ma quei pochi che li hanno visti sono diventati appunto dei cultori. Elsa adesso per campare fa spot pubblicitari e vive con Beau, un giovane pompiere che di notte fa lo stripper in un locale. La donna, che ancora non ha elaborato il lutto per la perdita della madre, ha due amiche che stanno attraversando un periodo molto difficile, ossia Patricia, che non riesce a liberarsi di un marito che la tradisce continuamente, e Natalia, che ha perso in un incidente il figlio ancora piccolo. Elsa decide così di attingere dal dolore delle sue amiche e la narrazione si stringe attorno a quell’amarezza che transforms la realtà in qualcosa di teatrale, quasi insopportabile ma di intenso struggimento poetico, portando avanti l’idea che il grande tormento sia il fertilizzante più efficace per l’arte e che si debba manipolare la realtà per curare le ferite della vita. Ci si chiede però fino a che punto possa spingersi l’arte, dato che il vampirismo artistico è un patto faustiano in cui l’artista scambia la propria o altrui umanità con l’immortalità dell’opera, e quando un regista è in crisi il dolore non è più una tragedia ma materia prima sulla quale lavorare, anche se this significa l’annientamento dell’altro. Tuttavia Raoul non riesce a imbastire una storia che lo convinca, i personaggi si perdono e svaniscono, come quello di Beau, ma anche Elsa stessa viene abbandonata nell’isola di Lanzarote insieme a Natalia, in attesa di un finale che non arriva. Sarà l’incontro con Monica, sua ex assistente che dopo vent’anni di collaborazione se n’era andata, a risolvergli il problema ancora una volta, anche se non era quella l’intenzione. Nel febbrile dialogo tra i due emerge la violenza verbale di Monica che attacca il regista per difendere la realtà dall’artificio, e che ironicamente gli fornisce la chiave dell’artificio perfetto. Più lei è autentica, viscerale e rabbiosa, più diventa il personaggio ideale perché finalmente lui la vede senza maschere, ed è proprio quella carne viva che vuole mettere nel film. L’epifania del regista non nasceva dalla tragedia altrui ma dalla storia di come lui stesso ha consumato la vita di chi gli è stato fedele, come Santi, il suo giovane compagno, una figura speculare a Monica, anche lui in disparte e all’ombra del genio ma mosso da un sentimento diverso, non fedeltà professionale bensì amore incondizionato, quello capace di sopportare il narcisismo e le crisi dell’artista pur di stargli vicino. Dietro questa finzione si avverte l'eco della parabola umana del vero Almodóvar, un autore che forse sente di aver già dato il suo meglio, dove tutto quello che c'era da dire è stato detto e subentra l’età della riflessione, il bisogno intimo di confessare i propri limiti e le proprie fragilità, scoprendo il coraggio di chiedersi se si stia perdendo la voce, se si possa ancora cantare o soltanto mormorare.
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lucano11
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domenica 24 maggio 2026
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fatti un nome e campaci sopra
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una storia autoreferendaria? di un regista tronfio di se una storia dove viene contestato uno scrittore ancora prima dell'uscita del suo lavora???? non è possibile.Film Lento,lento e ancora lento si smuove un pochino nel finale, un oscar perchè diretto da Aldomovar ???????? sulla scia di un nome?? Due ore di discreta noia.
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