The Fabelmans

Un film di Steven Spielberg. Con Michelle Williams, Paul Dano, Seth Rogen, Gabriel LaBelle.
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Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 151 min. - USA 2022. - 01 Distribution uscita giovedý 22 dicembre 2022. MYMONETRO The Fabelmans * * * * - valutazione media: 4,22 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

La fascinazione di una scoperta Valutazione 4 stelle su cinque

di Eugenio


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venerdý 6 gennaio 2023

Il cinema, le immagini in movimento. L’emozione di una sala buia, lo spettacolo che diviene scena, fittizia rappresentazione di ciò che l’occhio coglie per interpretare la realtà. Che spesso, non è come appare, che talune volte magari è manipolata, asservita in quelle immagini a scopi diversi dal reale. Il cinema, però va oltre, con la sua capacità di stupire, di meravigliarci, è vita finta su schermo vero, che ci fa ridere, piangere, divertire.

Ecco cosa ho pensato all’uscita delle due ore e quaranta di The fabelmans, un biopic alla fine, romanzato, di quello che è l’uomo della fiaba in qualche maniera, Steven Spielberg, capace di dar volto con il suo occhio alle innumerevoli sfaccettature della vita umana, declinando dal serio, al faceto, un dramma di de-costituzione familiare che porterà poi al divorzio dei suoi genitori e in parallelo all’affinazione della tecnica “filmica” tanto studiata con l’osservazione critica della realtà.

In questo mondo degli anni Cinquanta, nasce Sammy Fabelman/Steven Spielberg (interpretato da Gabriel LaBelle) che a cinque anni, è colto da fascinazione alla visione di un classico: Il più grande spettacolo del mondo (Oscar nel 1952 come Miglior film), in particolare dalla scena del deragliamento di un treno. Sam rimane talmente traumatizzato, e tanto sfinisce i suoi genitori, che quelli gli comprano per l'Hanukkah il modellino di un treno a vapore. Cosa che non fa altro che incitarlo con la sua cinepresa otto millimetri di famiglia a simulare lo scontro di un trenino giocattolo con una carrozza in legno. Da questo scontro, nasce l’incontro e per meglio dire, la fascinazione di Sam per la rappresentazione di ciò che il suo sguardo è portato a vedere, l’innamoramento per la macchina da presa che diverrà quasi ossessione, sfociando quindi nella cinefilia.

Sam inizia, per hobby come creduto dall’austero padre Burt (Paul Dano), ingegnere informatico, esperto nell’elaborazione di dati, a filmare quell’intimità domestica borghese numerosa ai tempi del boom economico, fatta di picnic in campagna con la moglie pianista Mitzi (una convincente Michelle Williams), l’anima artistica della famiglia, le sue sorelle e “l’amico” Bennie (Seth Rogen)- fin troppo vicino alla moglie- ma anche di piccoli corti con gli amici simulando con perizia effetti speciali innovativi per l’epoca. Sam modella ciò che vede, taglia e ricuce i nastri, proiettando a cavallo di traslochi a Phoenix e in California per via del lavoro paterno in General Electric, la sua realtà domestica fatta di macchine Cadillac e frigoriferi General Motors.  E nel far questo, farà i conti con il dolore della perdita, con l’accettazione a tratti amara e inconsapevole dell’amore, oltrepassando la zona d’ombra sino alla decisiva maturità, fatta di scelte “foderate” e attutite senza i suoni lontani o gli echi indistinti della guerra in Vietnam, ma cercando di cogliere il senso di una formazione caratterizzata da educazione sociale e lavoro.

Patinando la pellicola secondo il dettame di Spielberg che abbiamo apprezzato in precedenti e celebri pellicole come Et, acutamente lontana dalle deiezioni oscure americane razzismo, ma al massimo spruzzando qualche pepe di bullismo, nel classico stereotipo del belloccio della squadra di football e degli amori adolescenziali, The fabelmans sfugge alla semplice etichetta di film di formazione, per la sua natura ondivaga e variamente mutevole. Il dramma si fonde abilmente al faceto, secondo un punto di vista che è quello dello stesso protagonista con la cinepresa, quel piccolo Sam/Steven, mai nostalgico ma soggetto a cambi di tono repentini, miscelandolo con sapienza da “cinema nel cinema” senza mai perdere la visione di insieme della pellicola.

Pellicola che in fondo non fa altro che ribadire l’eterno, invalicabile confronto tra scienza e arte, tra razionalità e tecnica, tra astratto e concreto, tra padre e madre con un semplicismo che solo superficialmente è retorica e che si traduce in fondo, in sapiente equilibrio. Quello di chi sa che il cinema, appunto, deve saper trasmettere allo spettatore: farlo giocare con la semplicità di una storia. Che qui Spielberg ha ben fatto sua romanzandola e rendendola quindi immortale, come del resto fa il cinema, con la C maiuscola.

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