Il sale della terra

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Un film di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado. Titolo originale The Salt of the Earth. Documentario, durata 100 min. - Brasile, Italia, Francia 2014. - Officine Ubu uscita giovedý 23 ottobre 2014. MYMONETRO Il sale della terra * * * 1/2 - valutazione media: 3,88 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari. Acquista »
   
   
   

bidimensione e movimento Valutazione 4 stelle su cinque

di vanessa zarastro


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lunedý 10 novembre 2014

«Una foto non parla solo di chi è ritratto, ma anche di ritrae» una frase del film che è un po’ la chiave di questo viaggio modellato nella luce e nello spazio. Il regista Wim Wenders con il figlio del famoso fotografo Sebastião Salgado sono coautori di questo documentario sulla sua opera e vita. Un’operazione mastodontica coraggiosa e ambiziosa perché inserire il movimento nello spazio fotografico e raccontare la terza dimensione dell’immagine bidimensionale e statica è sempre un rischio. A mio avviso, Wenders – anch’esso fotografo oltre che regista – riesce a farlo.
In alcuni punti il fim si presenta come uno sfogliare di fotografie con voce narrante fuori campo che si alterna, una volta è lo stesso Sebastião (ripreso mentre riprende!), un’altra Wenders un’altra ancora Juliano. In altre, specialmente dove c’è un alto punto di vista e dove c’è una visione ampia - ad esempio nelle migrazioni o nei disastri della mano dell’uomo - la telecamera si sostituisce alla camera fissa. Così anche nel ritrarre le popolazioni indigene siano essi gli Awà Guajà in Amazonia o i Nenet in Siberia. A tale proposito Salgado fa un’interessante descrizione del ritratto che per riuscire non può essere una semplice descrizione anaffettiva, ma deve cogliere, in un certo senso, l’anima del soggetto da ritrarre.Tra le innumerevoli opere che Salgado ha realizzato nel corso della sua carriera, emergonoi grandi progetti di lungo periodo: La mano dell’uomo una pubblicazione di 400 pagine del 1993 sui settori di base della produzione,Workers, che documenta le vite quasi impercettibili dei braccianti di tutto il mondo, Migrations (2000), una rappresentazione delle migrazioni di massa causate dalla carestia, dai disastri naturali, dal degrado ambientale e dalla pressione demografica, e l’ultima opera, Genesis che è il risultato di un’esplorazione durata otto anni alla scoperta di montagne, oceani, deserti, animali e popolazioni con terre e vite incontaminate.La Terra è vista come una magnificarisorsa da conoscere, contemplare e raccontare, ma anche da salvaguardare in modo più rispettoso nei confronti della natura e dell’ambiente circostante. Genesis è una sorta di grande antropologia planetaria, un omaggio visivo ma anche un grido di allarme; è un viaggio fotografico fatto di oltre 200 immagini, in un liricobianco e nero, di mondi in cui natura, animali ed esseri viventi vivono ancora in equilibrio con l’ambiente: dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia.
Personalmente sono rimasta molto colpita dalle foto degli anni ‘90 dove Salgado, attraverso la sua macchina fotografica, porta alla ribalta la vastità del fenomeno delle migrazioni delle popolazioni in Africa. Sono veramente impressionanti le immagini delle popolazioni in Congo così come i cadaveri accatastati in Rwanda. Vedere la fuga d’intere popolazioni, osservarle morire di stenti, di malattie in modo così massiccio è proprio ciò che ha portato Salgado a non voler più fotografare e a cadere in uno stato di depressione che solo con l’intervento della vera eroina del film (della vita?) e cioè Lelia Wanickla geniale e collaborativa moglie di Sebastião. Da lei parte l’idea di riforestare la fazenda familiare ereditata dai genitori di Salgado che gli darà di nuovo linfa vitale e desiderio di ricominciare a fotografare la natura. 

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