Posti in piedi in paradiso

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Un film di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti, Diane Fleri.
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Commedia, durata 119 min. - Italia 2012. - Filmauro uscita venerdì 2 marzo 2012. MYMONETRO Posti in piedi in paradiso * * 1/2 - - valutazione media: 2,82 su 106 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Discreti personaggi, ma rimasticature nella storia Valutazione 2 stelle su cinque

di Great Steven


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lunedì 25 luglio 2016

POSTI IN PIEDI IN PARADISO (IT, 2012) diretto da CARLO VERDONE. Interpretato da CARLO VERDONE, PIERFRANCESCO FAVINO, MARCO GIALLINI, MICAELA RAMAZZOTTI, DIANE FLERI
Ulisse è un ex produttore discografico di successo costretto a campare con uno scalcinato negozio di vinili del quale occupa anche una malandata stanza come camera da letto e bagno. Fulvio è uno stimato critico cinematografico declassato a scrivere di gossip dopo aver impalmato la moglie del capo. Domenico è un ex ricco imprenditore col vizio delle scommesse, ridotto a fare l’agente immobiliare per via delle sfortunate puntate al gioco. Tutti e tre hanno alle spalle una vita famigliare e sentimentale alquanto travagliata: il primo ha divorziato dalla moglie cantante quando ha capito che non poteva sfondare nel mondo della musica, e la donna s’è portata via la figlia in Francia, paese natale della madre; il secondo, dopo la scappatella extraconiugale, si è separato dalla moglie, afflitta da una depressione post-partum dopo la nascita della loro pargoletta; il terzo ha un numero imprecisato di figli sparsi qua e là e avuti dopo aver sedotto un sacco di donne con cui ha formato altrettante famiglie vaganti, e paga a malapena gli alimenti integrando gli introiti incerti con fuggevoli rapporti con ricche signore anziane e sole. Progettano di vivere insieme in un malmesso appartamento della periferia romana, con frigorifero non funzionante, acqua corrente e luce elettrica mancanti e metropolitana che passa sotto il pavimento. Nella loro vita entra la cardiologa psicolabile Gloria, anch’ella affettivamente distrutta e desiderosa di rimontare in sella. I tre mariti sfigati e tormentati e la dottoressa emotiva, fra sbagli, ricadute, eccessi e rivincite, riusciranno comunque a riprendere in mano la propria vita e a conquistarsi quantomeno un posto in piedi in Paradiso. Quello che appare subito chiaro è l’amore di Verdone, onnipresente e sempre e comunque controverso, per i suoi personaggi: aveva detto lui stesso, prima dell’uscita del film nelle sale, che ci teneva tantissimo a trattare il tema delicato e interessante dei mariti italiani separati e delle traversie che devono affrontare pur di non smarrire inutilmente la dignità in un qualsivoglia esperimento di rivalsa. Ma l’errore non sta propriamente in questo: più che altro, il regista getta acqua sul bagnato. In tutti i sensi: il suo attaccamento alle tematiche che, bene o male, rientrano immancabilmente nella cornice della commedia drammatica che ormai porta, affisso su sé stessa, il marchio del cineasta romano, è ormai divenuto fastidioso, e lo porta a sfornare quasi solo rimasticature. Strano, o quasi, perché il materiale per imbastire quantomeno un film capace di sano divertimento e caricature interessanti, c’era: bravi attori, una sceneggiatura neanche troppo banale (scritta con Maruska Albertazzi e l’inseparabile Pasquale Plastino), musiche accattivanti (composte da Gaetano Curreri, leader degli Stadio, e l’ex tastierista del gruppo Fabio Liberatori, entrambi amicissimi del regista) ed emozioni pronte a zompare su spettatori che, purtroppo, rimangono, se non annoiati, tuttavia delusi. Il suo insito discorso generazionale non è in sé per sé sbagliato, specialmente quando insiste sul fatto che i figli di questi genitori inetti, pasticcioni ed egoisti non possono che crescere male e senza ideali proprio per la mancanza di modelli adeguati, ma l’ossessionante ricerca di una morale, la retorica felicemente incancellabile dei sentimenti e un buonismo imperante, fanno sfortunatamente perdere un punteggio considerevole al risultato finale. Ciò che ne esce è un filmetto stilisticamente diligente, ma povero di contenuti significativi e poggiante solamente sulla simpatia dei suoi interpreti. I quali ci mettono comunque un impegno ammirevole e disegnano dei personaggi che, al di là dei limiti e del ritmo del copione, non risultano biasimevoli: il discografico di Verdone (ma quando la smetterà di ritagliarsi sempre il ruolo del protagonista, alla faccia dei colleghi Roman Polanski e George Clooney?) non si allontana troppo dal solito perdente desideroso di riscatto a cui il regista ha abituato il pubblico, ma la sua primigenia passione per la musica rock d’altri tempi e l’amore non contraffatto per la figlia, rimasta incinta di un coetaneo, meritano attenzione; lo scrittore di cinema dell’occhialuto Favino (nei ruoli comici, sempre meno reattivo e preparato che in quelli seri) strappa qualche gustosa risata, in particolare quando incontra la rattristata e desolata consorte e quando impalma in un lampo la giovincella aspirante attrice; il lazzarone seduttore e fedifrago di Giallini (ottima mimica facciale e recitazione sfacciatamente sopra alle righe) è tutto sommato un mascalzone adorabile; infine, il personaggio della Ramazzotti ne mette in risalto l’ingenua femminilità e un senso comico di piacevole naturalezza. Peccato, però, che l’indecisione del tono decisivo della pellicola, troppo ipertesa fra il patetico e il grottesco, l’ironia e il pathos, l’autocommiserazione e il riscatto, non giovi affatto alla resa finale. Ma è una costante, nel repertorio di Verdone, e certamente non gli si può negare, almeno dal 1987 (anno di Io e mia sorella) in poi, di aver raffigurato, molto più che con semplice decenza, uno spaccato di Italia che combatte e annaspa per risalire la china, popolato di uomini e donne, ma soprattutto uomini, accomunati dalla meschinità, dall’autolesionismo, dalla furfanteria e anche dalla speranza nel futuro. A pensarci bene, non è roba da poco.

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