On the Road

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Un film di Walter Salles. Con Kristen Stewart, Garrett Hedlund, Kirsten Dunst, Sam Riley, Viggo Mortensen.
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Titolo originale On the Road. Drammatico, - USA 2012. - Medusa uscita giovedý 11 ottobre 2012. MYMONETRO On the Road * * 1/2 - - valutazione media: 2,63 su 48 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

"On the road: sulle rombanti strade della vita" Valutazione 4 stelle su cinque

di Benedetta Spampinato


Feedback: 811 | altri commenti e recensioni di Benedetta Spampinato
mercoledý 26 dicembre 2012

Giovani poeti ubriachi e brulicanti di vita, essenze nella mente, pensieri che superano il tempo, transizioni di vita e morte, eroina nelle vene, ragazzine bionde e melanconiche, consunte sigarette di hipsters fannulloni e girovaganti, macchine da scrivere, lacrimanti parole stralunate ed allucinate: è questa l’America di cui ci parla J. Kerouac nel suo romanzo manifesto della beat generation, On the road, da cui il regista W. Salles ha tratto l’omonima pellicola, presentata a Cannes ed uscita nelle nostre sale l’undici ottobre.
Centoquaranta minuti di intensi dialoghi e fotogrammi di fogli sui quali scrivere una storia, la più grande storia mai scritta da Sal; quest’ultimo, nel lontano inverno del 1947, decide di fare un viaggio con il muscoloso Dean Moriarty, coinvolgendo C. Marx, Old Bull Lee, la moglie di Dean, Marylou ed altri nomadi alla ricerca di sé stessi. Dietro questi nomi fittizi si celano le reali persone che fecero questo viaggio: J. Kerouac, Neal Cassady, Allen Ginsberg, W. Borroughs e LuAnne Henderson. Lo scrittore, infatti, non dichiara i veri nomi, perché non vuol cadere nell’autobiografismo: il suo è lo specchio di un’epoca e qualunque altro ragazzo poteva incarnare un Dean o un Sal. Questo è un giovane pieno di sogni, visioni, amante dei «pazzi di voglia di vivere, di parole, di salvezza, i pazzi del tutto e subito, quelli che non sbagliano mai e non dicono mai banalità ma bruciano, bruciano, bruciano come favolosi fuochi d’artificio.» È uno scrittore, come dire, work in progress, ansioso di raccontare una narcotica esperienza senza intoppi grammaticali o pudori. E ci riesce benissimo: On the road venne scritto su un rotolo di carta in tre settimane, ma il film che vediamo è tratto da un’antecedente edizione da poco ritrovata. Sal era sicuro che da quel viaggio «avrebbe ricevuto la perla» poi, però, iniziano i dubbi, gli interrogativi esistenziali che tormentano i pellegrini. «Dissi a Dean che la cosa che ci legava tutti quanti insieme in questo mondo era invisibile» dice Sal.
Il verbo dovere diventa un paradigma di vita, al contrario della spinta ideale dell’omerico Odisseo, l’eccitante esaltazione sviene in una ridda in cui il dinoccolato Dean uccide il mistero di cui egli stesso è fatto. «La strada dell’eccesso porta al palazzo della saggezza» annotava W. Blake, ma che ne vale quando gli occhi lacrimano (molto suggestiva l’immagine di Dean e Marylou che piangono), perché mancanti di un presente che vuol farsi riconoscere? In fondo, se non si parte con una domanda, che senso ha il viaggio? «Non c’è tempo: dobbiamo partire» ripete ossessivamente Dean, profetizzando la triste condizione del nostro secolo. È proprio il misticismo dell’opera che la rende grandiosa e commovente. Kerouac, come i suoi compagni di viaggio, fu un grande religioso. È questo che differenzia la beat generation dallalost generation
 
«Quando attraversammo il confine tra il Colorado e lo Utah, vidi Dio nel cielo sotto forma di un enorme ammasso di nuvole dorate dal sole sopra il deserto: il nuvolone sembrava puntare un dito contro di me e dire: "Passa e vai, sei sulla strada del paradiso".»

«In una civiltà in cui si sta bene, ma no troppo»(F. Pivano) gli emarginati, amanti di C. Parker ed E. Fitzgerald, cercano un senso da dare alla miseria della vita, tra estasi alcoliche e archetipi americani (come quello dello spazio aperto e del self-made-man). Un’America triste, puttana, (ma anche) madre buona e spesso illusoria negli anni in cui Lou Reed «non sapeva dove andare»; B. Dylan urlava a squarciagola di sentirsi «come una pietra che rotola» e il presidente H. Truman provava a non usare le armi durante un’inquietante Guerra Fredda. Kerouac voleva raccontare proprio quest’ipocrisia, questo silenzio prima della tempesta tra marijuana, sesso, autostop, macchine d’epoca, donne che, come Marylou e Camille, sono condannate alla vecchia condizione: chi cerca di svincolarsi, vendendosi al mercificato dio-sesso, chi tenta la quiete di una detestabile famiglia. L’incantesimo si dissolve, poi: «Nessuno può arrivare a quella cosa. Viviamo nella speranza di riuscire ad afferrarla una volta per tutte» dice Sal, ribadendo quell’angoscia che attanaglia il giovane Moriarty. Sal Kerouac è solo un filtro nella narrazione. I veri protagonisti sono Dean, Marylou, Carlo e tutti gli altri. Lui è un umile viaggiatore, il menestrello di una generazione che non giudica, ma si muove. C’è da chiedersi se oggi sia possibile un viaggio come questo, nell’epoca del digitale e dei satellitari.
In fondo, noi dove stiamo andando? La nostra cultura si riferisce costantemente al periodo storico di On the road, quasi come non ne fosse uscita viva. Probabilmente, non c’è mai stato posto per gli angry young men, fuorché all’interno di stereotipi di “folli” ed “incompresi” (basti pensare alla tragica fine dell’attore James Dean). Kerouac morì di cirrosi epatica, quindi è rimasto chiuso all’interno dell’etichetta “poeta-maledetto”, non molto diverso da C. Baudelaire o E. Hemingway, ma questo non basta.
Strade impervie, tramonti rossastri su S. Francisco e stelle ammiccanti la strada, quella che indica sempre verso sud- ovest. Pollice alzato, una mano tra i capelli e occhi folgorati al cospetto di artemisie e campi di grano, un trabiccolo sgangherato e fogli consunti fatti per essere scarabocchiati: questo è On the road.
Il grande premio che va a W. Salles (già noto per I diari della motocicletta) è proprio la fedeltà al testo, coadiuvato dalla produzione di Francis Ford Coppola e dalla sublime fotografia di Eric Gautier. Ci sono, poi, giovani attori promesse del cinema venturo (Sam Riley, Garrett Hedlund, Kristen Stewart), attori già noti al pubblico (Viggo Mortensen, Kirsten Dunst, Steve Buscemi) e raffinate colonne sonore curate da G. Santaolalla.
La storia è sicuramente modernizzata e quindi attira il pubblico giovanile.
Dopo la proiezione, ci si rende conto di un cambiamento, un risveglio, un nuovo pensiero.

«E allora penso a Dean Moriarty,
penso perfino al vecchio Dean Moriarty,
padre che non abbiamo mai trovato,
penso a Dean Moriarty.» 
da On the road
 
 
 
 

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