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carlo75
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domenica 7 settembre 2025
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l'amore incondizionato non muore mai
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"Amour" di Michael Haneke e' un film che esplora la profondita' dell'amore e della dedizione in una coppia anziana. La storia segue Georges e Anne, due insegnanti di musica in pensione che hanno condiviso piu' di cinquant'anni di vita insieme. Quando Anne viene colpita da un ictus, la loro vita cambia drasticamente e Georges diventa il suo unico sostegno. La regia di Haneke e' magistrale, e crea un'atmosfera intima e rispettosa che permette allo spettatore di entrare nella vita della coppia. La recitazione di Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva e' straordinaria, e la loro chimica sullo schermo e' autentica. La casa in cui vive la coppia e' un personaggio a se' stante, un luogo dove la loro storia d'amore si e' sviluppata e dove ora si trovano a confrontarsi con la malattia e la morte.
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"Amour" di Michael Haneke e' un film che esplora la profondita' dell'amore e della dedizione in una coppia anziana. La storia segue Georges e Anne, due insegnanti di musica in pensione che hanno condiviso piu' di cinquant'anni di vita insieme. Quando Anne viene colpita da un ictus, la loro vita cambia drasticamente e Georges diventa il suo unico sostegno. La regia di Haneke e' magistrale, e crea un'atmosfera intima e rispettosa che permette allo spettatore di entrare nella vita della coppia. La recitazione di Jean-Louis Trintignant e Emmanuelle Riva e' straordinaria, e la loro chimica sullo schermo e' autentica. La casa in cui vive la coppia e' un personaggio a se' stante, un luogo dove la loro storia d'amore si e' sviluppata e dove ora si trovano a confrontarsi con la malattia e la morte. Il film e' un tributo all'amore e alla dedizione, mostrando come due persone possano essere unite in modo profondo e significativo. La storia di Georges e Anne e' una riflessione sulla natura dell'amore e sulla sua capacita' di resistere alle avversita', e invita lo spettatore a riflettere sulla propria vita e sulle proprie relazioni. La lentezza e la precisione con cui Haneke dirige la storia permettono di assorbire pienamente l'intensita' emotiva della coppia, creando un'esperienza cinematografica profonda e universale.
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tunaboy
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martedì 29 giugno 2021
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recensione amour
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Nonostante la mia giovane età, ho sempre trovato l’incombente spettro della vecchiaia alquanto terrificante: l’idea di una totale dipendenza dalle cure altrui o di una mancata lucidità sono capaci di non farmi dormire la notte.
Nel suo film “Amour”, Michael Haneke traspone su pellicola un racconto che sembra personificare queste paure.
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Nonostante la mia giovane età, ho sempre trovato l’incombente spettro della vecchiaia alquanto terrificante: l’idea di una totale dipendenza dalle cure altrui o di una mancata lucidità sono capaci di non farmi dormire la notte.
Nel suo film “Amour”, Michael Haneke traspone su pellicola un racconto che sembra personificare queste paure.
Per le due ore del film seguiremo Georges e Anne, una coppia di musicisti in pensione, obbligati a fronteggiare il tema della malattia e dell’infermità: infatti, i due ictus subiti da Anne la condurranno in uno stato di disabilità dapprima parziale e successivamente totale. Il focus del film è, però, incentrato sul marito, inerme spettatore dell’ineluttabile decadimento della moglie, e sulla sua reazione a tale decadimento: Haneke riesce a trasporre in modo impeccabile l’enorme travaglio di Georges, il quale dovrà combattere con sé stesso e con gli altri per poter accettare le drammatiche condizioni. Finirà, così, per dedicarsi totalmente alla moglie, sacrificando sé stesso e la propria libertà.
Quando, però, riuscirà finalmente ad accettare la situazione, sarà obbligato a confrontarsi con la dura e straziante realtà: in un magistrale monologo, Georges racconta di quando da piccolo si trovò isolato a causa di una malattia, che gli rese impossibile anche comunicare con i suoi cari; in questo racconto riconosciamo la condizione dei due amanti, inesorabilmente divisi e distanti: ormai solo la morte può riconciliare i due.
Come tipico del regista austriaco, “Amour” è evidentemente permeato da un’estrema drammaticità e tristezza, ma quello che, a mio parere, più lo caratterizza è la struggente umanità: come ci suggerisce il titolo, il film ci vuole parlare dell’amore più estremo e struggente, ma anche più vero e umano. Non mancano infatti momenti di patetica tenerezza, e in alcune scene possiamo anche trovare qualche guizzo di ironia, entrambi complici nel dipingere l’assurda tragicità fornitaci dalla vita.
Il film risulta tecnicamente ineccepibile, nonostante in alcune scene sembri risentire della lentezza della narrazione, risultando difficile da seguire attentamente.
Ed è così che Haneke crea una delle più umane rappresentazioni di un tenero e resiliente amore e della grottesca drammaticità della vita.
Voto: 4.5/5
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alessandro fiorucci
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mercoledì 1 aprile 2020
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haneke in stato di grazia
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Haneke porta in scena l'amore nella sua forma più pura, lo cala con maestria negli angusti spazi di un attico parigino e lo sublima coi silenzi che riempiono i giorni più duri di due ottuagenari innamorati. Protagonista di Amour è una coppia di anziani signori, Georges e Anne, interpretati magistralmente da J. L. Trintignant ed E. Riva. Dopo aver insegnato musica per una vita, i due trascorrono serenamente la propria pensione, assistendo fieri ai concerti di qualche affermato ex allievo e suonando l'un per l'altro il monumentale pianoforte a coda che si staglia austero al centro del loro elegante salotto. Quando ad un tratto Anne è colpita da un malore, Georges si ritrova a combatterne i postumi, barcamenandosi tra improbabili pappine ed ardite manovre infermieristiche, scacciando di tanto in tanto un fastidioso piccione che irrompe sfacciatamente dalla finestra, come a presagire un lugubre futuro.
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Haneke porta in scena l'amore nella sua forma più pura, lo cala con maestria negli angusti spazi di un attico parigino e lo sublima coi silenzi che riempiono i giorni più duri di due ottuagenari innamorati. Protagonista di Amour è una coppia di anziani signori, Georges e Anne, interpretati magistralmente da J. L. Trintignant ed E. Riva. Dopo aver insegnato musica per una vita, i due trascorrono serenamente la propria pensione, assistendo fieri ai concerti di qualche affermato ex allievo e suonando l'un per l'altro il monumentale pianoforte a coda che si staglia austero al centro del loro elegante salotto. Quando ad un tratto Anne è colpita da un malore, Georges si ritrova a combatterne i postumi, barcamenandosi tra improbabili pappine ed ardite manovre infermieristiche, scacciando di tanto in tanto un fastidioso piccione che irrompe sfacciatamente dalla finestra, come a presagire un lugubre futuro. Georges vive con dignità e volontà d'animo la malattia della moglie, godendo qua e là del supporto di vicini ed operatrici sanitarie, non sempre all'altezza di un compito moralmente così gravoso. Le rare visite dell'unica figlia Eve, la bravissima I. Huppert di Elle, non sono di conforto per la coppia e tanto meno per la stessa Eve, sospesa tra gli scricchiolii della propria vita coniugale e la dolorosa visione della madre sofferente ed indifesa. Eve diventa così il centro nevralgico e nevrotico della vicenda, incarnando esitazioni e paure di noi spettatori, soprattutto di quella parte di noi che troppo spesso cerca di dare un razionale ad ogni cosa, finendo per sotterrare ogni empatia. Ed empatia è ciò che Haneke ci chiede, tramite il sapiente uso della voce fuori campo, che a teatro, in una delle scene iniziali, invita tutti a riporre da parte ogni dispositivo elettronico e implicitamente quel chiacchericcio social, che è interpretazione distorta e giudizio spietato della realtà. Amour è un'opera neoclassica, in cui Haneke scolpisce con grazia il culmine dell'esperienza umana. L'intreccio assume una regolarissima forma circolare, svelando da subito quel finale, la morte terrena, che è l'annunciato finale di qualsiasi esistenza; Haneke sazia così la nostra fame di pubblico consumista, prima di consegnare ai nostri sensi, ormai inermi, la piena fruizione dello spettacolo dell'amore.
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viaggiorchestrale
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sabato 18 maggio 2019
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abbaglio clamoroso della critica
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Se il film lo facessero solo gli attori, mi domando che fine farebbero gli sceneggiatori . Non basta mettere attori del calibro della Hupert o Trintignant per dare lustro ad un film,quando la sceneggiatura e inconsistente.Un film di una lunghezza interminabile, dove non succede nulla di cosi importante, da lasciare lo spettatore in tensione sulla poltrona. Una pellicola girata in una chiave realistica e decadente che non aggiunge nulla di nuovo nemmeno nei contenuti. Al regista consiglierei di ricordarsi che esistono anche i documentari per trattare certe tematiche e svilupparle con il giusto patos.
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Se il film lo facessero solo gli attori, mi domando che fine farebbero gli sceneggiatori . Non basta mettere attori del calibro della Hupert o Trintignant per dare lustro ad un film,quando la sceneggiatura e inconsistente.Un film di una lunghezza interminabile, dove non succede nulla di cosi importante, da lasciare lo spettatore in tensione sulla poltrona. Una pellicola girata in una chiave realistica e decadente che non aggiunge nulla di nuovo nemmeno nei contenuti. Al regista consiglierei di ricordarsi che esistono anche i documentari per trattare certe tematiche e svilupparle con il giusto patos.La vita ha molto piu realismo dei due personaggi medio borghesi, che interpretano amour, bastava andare a documentare per esempio le strutture del r.s.a e chiedere il senso della vita ospiti piuttosto che girare 127 minuti di niente.
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fabio
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mercoledì 20 marzo 2019
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film realista sulla vecchiaia
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Non manca di maturità questo lavoro, ben girato e ben interpretato; tuttavia induggia troppo finendo per diventare prolisso e poco interessante.
Decisamente meglio "Ella&john": più contrastato, maggior spessore psicologico dei personaggi e una trama che può dirsi tale.
Qui invece tutto questo manca e se il primo tempo promette bene la seconda parte delude le aspettative.
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ennio
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venerdì 29 giugno 2018
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haneke non mi delude mai
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Chissà se Haneke e Tornatore hanno pensato nello stesso momento di raccontare storie di persone anziane alle prese con squarci di vita intensamente vissuti nel momento dell'inesorabile decadimento fisico. Perchè questo film mi ha fatto subito pensare alla "migliore offerta" di Tornatore, anch'esso del 2012. Per il resto, ottimi film ma molto diversi.
Però con tutto il rispetto per il nostro regista, Haneke possiede quell'inimitabile, asciutta intensità nel rappresentare le non-emozioni, che mi suscita sempre, per paradossale riflesso inconscio, l'intensità emotiva dell'osservatore.
La Huppert di "amour" è la stessa della "pianista", pur interpretando personaggi diversissimi, a conferma del feticismo artistico di Haneke.
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Chissà se Haneke e Tornatore hanno pensato nello stesso momento di raccontare storie di persone anziane alle prese con squarci di vita intensamente vissuti nel momento dell'inesorabile decadimento fisico. Perchè questo film mi ha fatto subito pensare alla "migliore offerta" di Tornatore, anch'esso del 2012. Per il resto, ottimi film ma molto diversi.
Però con tutto il rispetto per il nostro regista, Haneke possiede quell'inimitabile, asciutta intensità nel rappresentare le non-emozioni, che mi suscita sempre, per paradossale riflesso inconscio, l'intensità emotiva dell'osservatore.
La Huppert di "amour" è la stessa della "pianista", pur interpretando personaggi diversissimi, a conferma del feticismo artistico di Haneke.
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danko188
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venerdì 4 marzo 2016
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l'amour d'auteur
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Dopo averci raccontato una storia di bambini tedesca ne Il nastro bianco, Haneke torna in Francia per narrarci gli ultimi momenti dell’amore di Georges (Jean Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), una coppia di ex docenti di pianoforte aventi un’unica figlia, Eve (Isabelle Huppert), figlia d’arte nonché affermata musicista.
Da un appartamento proviene cattivo odore, la polizia chiamata dai vicini vi fa irruzione affrettandosi ad aprire le finestre. Nella camera da letto giace il corpo esanime di una donna anziana. Da lì a breve lo spettatore più arguto non ci metterà molto a capire come sono si sono svolti i fatti.
Prima però, Haneke ci chiama a sederci, a spegnere i cellulari, a vietarci ogni registrazione audio o video.
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Dopo averci raccontato una storia di bambini tedesca ne Il nastro bianco, Haneke torna in Francia per narrarci gli ultimi momenti dell’amore di Georges (Jean Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), una coppia di ex docenti di pianoforte aventi un’unica figlia, Eve (Isabelle Huppert), figlia d’arte nonché affermata musicista.
Da un appartamento proviene cattivo odore, la polizia chiamata dai vicini vi fa irruzione affrettandosi ad aprire le finestre. Nella camera da letto giace il corpo esanime di una donna anziana. Da lì a breve lo spettatore più arguto non ci metterà molto a capire come sono si sono svolti i fatti.
Prima però, Haneke ci chiama a sederci, a spegnere i cellulari, a vietarci ogni registrazione audio o video. Ci invita al rispetto. Le luci si spengono, si sentono le prime note.
Inizia lo spettacolo.
Un film sulla vecchiaia e la morte, banalmente detto. Un film in cui anche la macchina da presa sembra essere sotto l’influsso di questo male, le riprese statiche di Haneke ci fanno addentrare in una casa dell’alta borghesia in cui si respira sin da subito un clima di mesta solitudine, claustrofobia e algidità. I due ottantenni protagonisti trascorrono le lente giornate cimentandosi in letture di libri, giornali o riviste, ascoltando musica classica e di tanto in tanto assistere a concerti in una Parigi, città di quell'amour di cui non ci viene offerto il minimo scorcio.
Un giorno come tanti, durante una conversazione a tavolino come tante, Anne avverte una mancanza, Georges le parla, incitandola a rispondere, la scuote, lei fissa il vuoto impassibile: ostruzione della carotide. La condizione di Anne da quell’episodio in avanti peggioreranno irrimediabilmente, prosciugandole ogni energia. In questo climax di abbandono delle forze da parte di Anne, si slancia vigoroso l’amore di Georges, pronto a prendersi cura della povera consorte disabile come meglio può.
Credo sia in assoluto il film più lento che abbia mai visto e voglio sottolineare di come “lento” talvolta, non sia necessariamente un difetto. Le scene sono lunghissime e nel loro susseguirsi il tempo sembra davvero prosciugare, sequenza dopo sequenza, ogni accenno di spirito e qualsivoglia vitalità. Si arriva alla fine di questo film stanchi, con il peso di aver visto qualcosa che va a gravare sulla nostra mente, probabilmente una nuova coscienza. Molti faranno fatica ad apprezzare lo stile di Haneke se non lo si ha già assaporato prima, così come la fotografia di Darius Khondji (Seven, La nona porta), sempre volta al grigiore ma in fin dei conti perfettamente funzionale a quelle che dovrebbero essere le tonalità di un’opera funesta come questa.
Almeno un paio di invenzioni di Haneke sono straordinarie per quanto riguarda l’utilizzo del sonoro. La prima: durante la scena dell’ictus di Anne in cui Georges dimentica il rubinetto acceso, si allontana seguito dalla telecamera e il rumore dell’acqua d’un tratto cessa, ci avverte che Anne è finalmente tornata in sé. La seconda è invece un tranello cinematografico che ci ha giocato il vecchio mattacchione made in Baviera: quando Georges è seduto sulla poltrona del salone a guardare il pianoforte, Haneke ci fa credere che la musica proviene dallo strumento stesso suonato da Anne, che in realtà si trova paralizzata in camera da letto, la musica proviene da una registrazione che suo marito ascolta immaginando che sia lei ad interpretarla. Segnale che la stabilità dell’affranto Georges sta lentamente venendo meno.
Notevole l’utilizzo della musica adoperata dal regista in maniera molto dosata ma assai sapiente. Ennesimo voto di celebrazione nei confronti di Franz Schubert, il cui Trio op.100 sembrava quasi accompagnare Isabelle Huppert in un divino piano sequenza de La Pianista, tra l’altro utilizzato, seppur in maniera diegetica, da Stanley Kubrick nel suo Barry Lyndon.
La musica in Amour non gioca un ruolo determinante, ma arricchisce da ottimo elemento di contorno i toni lirici del film, garantendone un maggiore pathos.
Anche in questo film si assiste ad una ricerca approfondita delle relazioni umane e soprattutto familiari, ci viene mostrata un’altra faccia dell’alta/media borghesia rispetto al già citato capolavoro del 2001, Cachè e Il nastro bianco, la parte più vulnerabile, indifesa e direi anche più tenera, senza togliere una certa spietatezza in perfetto stile Haneke, qui piuttosto realistica.
Contrariamente, una differenza sostanziale rispetto agli altri lavori è la totale assenza di quei campi lunghissimi esterni a cui il regista ci aveva abituati. Tuttavia a questo proposito ci riserva un ulteriore colpo di genio venuto dalla sua abile mano registica e inventiva, quando in un serie di inquadrature a tutto schermo riprende bellissimi quadri sparsi per la casa dei protagonisti, quadri che rappresentano luoghi lontani, grandi spazi aperti. Una trovata formidabile.
Amour, film premiatissimo ma capace di dividere la critica, un film che vive di silenzi e di sguardi, di stralci di musica colta, di dolcezza e di piccoli gesti dediti ad un sentimentalismo sincero, che non vuol stupire, né strappare lacrime, solo raccontare portandoci probabilmente più risposte che domande. Non c’è da chiedersi “perché” davanti a ciò che si vede, c’è solo da prenderne atto, ci viene aperta una sola strada, quella del rispetto e della riverenza che ogni anziano meriterebbe e di cui purtroppo ci approfittiamo per ricevere qualcosa in cambio come nelle commissioni sbrigate da conoscenti e vicini di casa in questo film. Senza contare il trattamento riservato da una delle infermiere nei confronti di Anne, che non può che destare in chi guarda, una certa indignazione.
A vedere i nomi degli attori non ci sarebbe neanche il bisogno di parlarne, ma è curioso sapere che la grande Emmannuelle Riva ha esordito con Hiroshima mon amour di Resnais e con buona probabilità concluderà la carriera proprio con Amour. Mentre il gigante Trintignant ci ha regalato l’ultimo dichiarato saggio di bravura dopo 14 anni lontano dalle scene. Entrambi hanno collaborato con Kieślowski in due differenti film della fantomatica Trilogia dei Colori.
Haneke in vena anche di leggero autocitazionismo riproponendo la Huppert nella parte di una pianista e inquadrandola accanto al pianoforte con una tenda bianca ampia e luminosa sullo sfondo.
Voto 8.5
Danko188
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aldo marchioni
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giovedì 30 luglio 2015
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noioso e deprimente
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Noiosissimo per i primi 30 o 40 minuti. Poi cambia ritmo, e diventa semplicemente noioso.
Non fosse per Lost in Translation, che rimane imbattibile, sarebbre il più noioso film che abbia mai visto.
Il tema dell'eutanasia ... Interessante. Andate a (ri)vedere Millino dollar Baby ... ecco, quello si ...
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angelo umana
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sabato 17 gennaio 2015
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la vecchiaia nel cinema
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Michael Haneke è un originale “giovane” regista 73enne, austriaco con molte french-connections (per via degli attori e attrici francesi sue muse), spiazzante, intellettuale, controcorrente, capace di mostrare la violenza estrema e gratuita di Funny Games (1997 rifatto nel 2007), il sospetto e il voyeurismo in Niente da nascondere (con Claude Auteuil e Juliette Binoche), i vizi non detti o la perversione della perfida La pianista (Isabelle Huppert), l’analisi delle relazioni tra gli esseri umani in Il nastro bianco, Oscar al miglior film straniero nel 2010, e le considerazioni sulla vecchiaia di questo Amour, vincitore a Cannes nel 2012.
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Michael Haneke è un originale “giovane” regista 73enne, austriaco con molte french-connections (per via degli attori e attrici francesi sue muse), spiazzante, intellettuale, controcorrente, capace di mostrare la violenza estrema e gratuita di Funny Games (1997 rifatto nel 2007), il sospetto e il voyeurismo in Niente da nascondere (con Claude Auteuil e Juliette Binoche), i vizi non detti o la perversione della perfida La pianista (Isabelle Huppert), l’analisi delle relazioni tra gli esseri umani in Il nastro bianco, Oscar al miglior film straniero nel 2010, e le considerazioni sulla vecchiaia di questo Amour, vincitore a Cannes nel 2012. Un tempo della vita non frequentemente descritto dal cinema nella sua essenzialità, con realismo, l’ineluttabilità del diventar vecchi (“se di vecchiezza la detestata soglia evitar non s’impetra”, Leopardi), gli aspetti quasi banali o il lato oscuro, nascosto, di questa fase della vita, lontano dall’entertainment o dalla mitizzazione che a volte il cinema ne fa.
I due anziani ultraottantenni sono niente-poco-di-meno che Jean Louis Trintignant e Emmanuelle Riva, con la loro giovane 60enne figlia Isabelle Huppert. Si invecchia, non ci si può far niente, si degrada e non si riesce ad essere più quelli di prima. Un film che pone diversi temi: uno è quella della pietà di Trintignant nell’assistere la sua compagna, che decade progressivamente e velocemente, un impegno a cui tiene fede perché la loro è un’unione forte ormai più che un Amour. Un legame tra due intellettuali benestanti, lei era una pianista e la figlia Huppert vive della musica anch’essa. Da piccola si rasserenava, dice al padre, al sentire i genitori fare l’amore nella loro stanza, capiva che erano uniti. Ma Trintignant non tiene fede a quell’impegno proprio fino all’ultimo. Sarà forse la pietas o le convinzioni della moglie che lo portano a non prolungare quella sofferenza: lei si era fatta promettere di non venire mai più ricoverata in ospedale, e riteneva del resto priva di senso una vita condotta tra quegli stenti, quando non si può svolgere quasi più nessuna delle proprie occupazioni quotidiane.
La vita prosegue o questa è la vita, così sembra pensare la figlia Huppert al trovarsi sola nell’appartamento vuoto dei genitori alla fine del film; la vita proseguiva anche prima, attorno ai due anziani: “Non ho il tempo di pensare alla vostra preoccupazione. Avete la vostra vita, lasciateci la nostra”. Questo le aveva detto il padre quando essa voleva agire, fare qualcosa contro il decadimento della madre: un non reagire che risulta inaccettabile ad altre età. Sia stato per il valore del regista, oppure per la veridicità delle scene girate sempre all’interno dell’appartamento dei due anziani, oppure ancora per la interpretazione di due mostri sacri del cinema francese e per quella “sofferente” e toccante di Emmanuelle Riva, la Palma d’Oro a Cannes fu strameritata!
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no_data
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martedì 2 dicembre 2014
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bello
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4 stelle meritate, per un film semplicissimo, molto bello, che riassume la pochezza della vita in se' degli uomini, cosi' ricca, cosi' povera, la vecchiaia e il senso della vita che c'e' solo sino a quando puoi viverla davvero. Cosa siamo e sino a quando siamo qualcosa ? chi ci ama davvero, lo sa ...
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