La giuria

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Un film di Gary Fleder. Con John Cusack, Gene Hackman, Dustin Hoffman, Rachel Weisz, Bruce McGill.
continua»
Titolo originale Runaway jury. Drammatico, durata 127 min. - USA 2003. - 20th Century Fox Italia uscita venerdì 30 gennaio 2004. MYMONETRO La giuria * * * - - valutazione media: 3,07 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Marco Cicala

Il Venerdì di Repubblica

Nei legal thriller hollywoodiani. i kolossal di ambientazione forense, la giuria è un po’ come il coro nella tragedia antica: uno dei pilastri su cui si reggono il pathos, l’impalcatura drammatica. Chi non ricorda La parola ai giurati (di Sidney Lumet, 1957), l’apoteosi dei politicamente corretto ante litteram, con Henry Fonda giurato liberal che - solo contro tutti - rovescia la sentenza colpevolista e salva un innocente dalla sedia elettrica? O nei Verdetto (1982, sempre Lumet) l’accorata, filosofica, arringa davanti ai giurati di Paul Newman, avvocato dei poveri in lotta contro una perfida lobby ecclesiastico-ospedaliera? La lista dei titoli è chilometrica. Ma adesso, per gli appassionati del genere (che oltre agli studios ha reso miliardari romanzieri come John Grisham o Scott Turow), arriva La Giuria (Runaway Jury) di Gary Fleder, tratto, ancora, da un bestseller di Grisham. Pirotecnico il cast: Dustin Hoffman, Gene Hackman (per la prima volta insieme), ma anche John Cusack e Rachel Weisz. E la storia di un processo intentato contro un colosso dell’industria delle armi (ma nel libro è una multinazionale del tabacco). La posta in gioco è pesante e la sfida vede opposti un avvocato senza macchia (Hoffman) e difensori senza scrupoli che per averla vinta si affidano a un manipolatore di giurie (Hackman). Ma l’ago della bilancia è un giurato dagli oscuri moventi (Cusack).
Fra vecchie volpi di Hollywood e in mezzo a tanti ruoli classici ne spunta uno meno usuale: Il «manipolatore», appunto, o più elegantemente «consulente per la giuria» (Jury consultant), una creatura tipica del sistema giudiziario Usa. Decisiva, spesso, per l’esito dei processi. Spiega Ugo Mattei, ordinario di diritto anglo-americano all’Università di Torino, che insegna anche all’Università della California: «Si tratta di una figura estremamente specializzata che aiuta gli avvocati delle due parti a scegliere i membri di una giuria popolare». Sì, perché in America (e questo nel film non si vede mai) sono accusa e difesa a selezionare, tra una cinquantina di cittadini sorteggiati a caso, i 12 giurati che alla fine emetteranno il verdetto, rimettendolo nelle mani dei giudice togato.
Il duello tra le parti, insomma, comincia ben prima di entrare in aula: nella scelta dei giurati ognuno cerca di tenere quelli a lui potenzialmente favorevoli ed eliminare gli altri che, invece, potrebbero fare il gioco dell’avversario. Come in una partita a poker. Così un numero limitato di giurati può essere scartato da accusa e difesa senza fornire motivazioni. E tutti possono essere però contestati «per giusta causa», vale a dire fornendo ragioni argomentate (per esempio, un membro della giuria che per motivi religiosi, razziali, economici potrebbe, anche solo sulla carta, non garantire imparzialità di giudizio). E in tutto questo, il manipulator che c’entra? È una sorta di sismografo della personalità altrui. E lui quello che deve leggere nelle teste dei candidati giurati, radiografarne i pensieri, studiarne le debolezze e le reazioni. Per prevederne le risposte in anticipo, accettarli o giustificarne l’eventuale ricusazione. Il Trial Consultant non ricorre alla palla di cristallo ma ad affilatissime (e non di rado inquietanti) tecniche per la decifrazione dei carattere. Pescando i propri «trucchi» dalla psicologia, dalla fisiognomica, dalla sociologia... Ma affinando anche il fiuto personale. Sul giurato da scegliere si indaga a tutto campo: da che classe sociale proviene? Che guarda in tv? Professione? Religione? Composizione etnica dei quartiere in cui abita? Situazione familiare? Malattie? Letture? Qualsiasi elemento è utile per tracciare il profilo di uomini e donne che siederanno in giuria. Anche a costo di seguirli e spiarli dribblando le leggi sulla privacy.
Avvincente. Sinistro. Ottima materia da romanzo. O da film. Se non fosse però che la realtà americana va da un’altra parte, nella direzione opposta alla fiction: «In effetti la giuria, che in America è formalmente presente anche nei processi civili, avvicina la gente al diritto», dice Mattei. «Ma va ricordato che negli Usa solo il due per cento delle controversie arriva al Trial, al processo, e quindi ai giurati. Il restante novantotto finisce in patteggiamento: le parti si accordano». E perché? «Le giurie sono socialmente costose. I giurati vengono sottratti al loro lavoro e vanno pagati. Chi lavora nel pubblico ha il posto garantito mentre chi sta nei privato lo perde, è rovinato, la legge non lo tutela». Domina il pragmatismo: dove va a finire allora il pathos della camera di consiglio, dei verdetto? «Il cinema lo distorce. Quello delle giurie è un processo decisionale spesso inefficiente: per trovare l’unanimità, le deliberazioni possono essere lunghe, lentissime». Un diritto giusto, garantista, efficiente: che giustizia ci racconta il cinema Usa? «Quasi sempre una giustizia romanzesca che nella realtà non esiste. Illegal thriller è una forma più o meno ben confezionata di propaganda culturale. Retorica autocelebrativa».
I manipolatori, però, non solo esistono ma possono rivelarsi cruciali. In
molti concordano, ad esempio, nel ritenere che nel «processo dei secolo» a O. J. Simpson e nella sua assoluzione sia stato determinante l’apporto della Consultant ingaggiata dalla difesa, Jo-Ellan Dimitrius. Che ha avuto un ruolo anche nel caso Rodney King (il nero pestato a sangue da quattro poliziotti di Los Angeles, dapprima assolti poi condannati) e che oggi è tra le più richieste e costose d’America.
Costi. Dollari. «I soldi comprano tutto» si legge sulle locandine dei film con Hoffman e Hackman. Comprano anche la giustizia? «La discriminante economica resta fondamentale», continua Mattei. «Hollywood ci racconta storie edificanti di Davide che alla fine la spunta su Golia. Ma in fondo negli Usa le ultime vittorie dei “poveracci” si sono avute negli anni 70, in casi di discriminazione razziale. La corte Warren, quella che si occupava dei diritti civili, è stata l’ultima che abbia cercato di stabilire ideali di democrazia e realizzare operazioni civilizzanti». E pensare che il processo civile all’americana, con la sua «privatizzazione della giustizia», vogliamo importarlo anche in Italia... «Forse si guardano troppi film e li si scambia per realtà».
E i risarcimenti ottenuti dalle multinazionali dei tabacco? «Lì si tratta di una Civil Action: contro Golia non c’è un Davide isolato ma una coalizione di cittadini assistiti da avvocati agguerriti. È un potere forte che si scontra con un potere forte».
Nel film La Giuria, però, si parla di un’impresa ancora più difficile e interessante: del duello legale contro un gigante dell’industria delle armi. Quella lobby che nell’aprile 2003, fra polemiche e massacri in supermarket e licei (questi si raccontati senza retorica dal cinema Usa), si è vista accordare per legge una sostanziale immunità rispetto ad azioni giudiziarie in corso o a venire. Quella lobby che è un potente sponsor per la rielezione di George W. Bush, ma senza per questo essere invisa a molti dei suoi avversari democratici.
Da Il Venerdì di Repubblica, 30 gennaio 2004


di Marco Cicala, 30 gennaio 2004

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