La cena

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Irene Bignardi

La Repubblica

C'è a Roma uno storico ristorante che si chiama Otello alla Concordia, luogo di incontri, di amicizie, di tirar tardi, di chiacchiere, molto frequentato dal mondo del cinema romano, ed evidente modello di Arturo al Portico, il ristorante - quattordici tavoli, molti habitués, una padrona molto carina, cordiale e signora (è Fanny Ardant, con un segreto turbamento amoroso) - che è il palcoscenico del nuovo film di Ettore Scola, La cena: ancora una volta (e dopo molti anni) un film corale e volutamente claustrofobico, ma a differenza di La famiglia, di Ballando ballando, di La terrazza, tutto concentrato in una sorta di tempo reale, le due ore e sei minuti che dura il tipicamente italiano rito dello slow food in trattoria. Ettore Scola ha detto che il suo film rilancia il rito della conversazione - e che l'unico momento in cui questo rito può esprimersi è proprio a tavola, ma fuori casa, lontano dall'ossessivamente invadente convitato elettronico. In realtà la conversazione - o le conversazioni - di La cena, scritte da due generazioni di sceneggiatori a confronto (Ettore Scola e sua figlia Silvia, Fulvio Scarpelli e suo figlio Giacomo) sono, in chiave ironica, dialoghi tra sordi, che appartengono di diritto (anche se non per la forma) all'italica tradizione cinematografica dell'incomunicabilità. Non ascolta quello che ha da dirle sua figlia Lea Gransdorff (e sì che si tratta di cose importanti) la superficiale e siliconata madre a cui Stefania Sandrelli presta con coraggio e autoironia la sua matura bellezza. Non si ascoltano e non si capiscono il padre distratto, la figlia che avrebbe tanto voluto qualche volta sentirsi dire di no e il fratello ex tossico (Sergio Nicolai, Francesca D'Aloja e Giorgio Tirabassi). Non si intendono proprio Francesco Siciliano e la fidanzata Eleonora Danco, che gli comunica di essere incinta mentre lui adocchia Daniela Poggi - e il loro dialogo sembra riprendere sempre allo stesso punto morto. E attorno a loro ecco Vittorio Gassman, vecchio pensionato colto e acidulo, Adalberto Maria Merli che propone a Nello Mascia la messinscena di un dialogo ispirato a Dostoevskij in cui l'amico non dovrebbe mai aprire bocca, il filosofo Giancarlo Giannini che la giovane allieva e amante Marie Gillain vorrebbe costringere a dir tutto alla moglie, una famigliola giapponese che fotografa freneticamente, il malinconico ragioniere con parrucchino (Rolando Ravello) felice di poter parlare con il "mago" Antonio Catania, i bravi borghesi che in un concerto di cellulari parlano di tasse (e al cellulare concertano adulteri), le brave signore alla vigilia della pensione, i camerieri, il cuoco veterocomunista, incazzato e polemico a cui Eros Pagni presta tutta la sua grinta, i ragazzini con l'aria così coatta ma in fondo tanto tanto buoni... E' un peccato che in un insieme fluido e intelligente, in cui Scola ritrova il suo stile migliore, riaffiorino le tentazioni della vecchia commedia degli eccessi e della caricatura, per esempio nel "tavolo" della bella Nadia Carlomagno, che ha dato appuntamento al ristorante, contemporaneamente, a tutti i suoi amanti e introduce uno stridente stile da pochade. E peccato anche che i collegamenti tra tavolata e tavolata non siano più agili e nervosi, anzi, che lascino a volte la sensazione di ritrovarci sempre allo stesso punto di una situazione che non si muove. Peccato perché il quadro sociologico forse è un po' troppo romano ma vivido, gli interpreti bravi quando non eccellenti (basti per tutti l'ottimo Tirabassi), la fotografia di Franco Di Giacomo molto bella ed è brillante la cornice narrativa (riassunta dal lungo piano sequenza in cui l'intero ristorante si ferma al suono del concerto per arpa e flauto di Mozart) che porta la forma-pranzo a degli estremi ancora intentati nonostante l'ormai fitta tradizione di film conviviali. La sensazione che lascia La cena è così, da una parte, il disappunto di fronte a un bel film imperfetto cui avrebbe giovato un lavoro di lima - dall'altra il piacere di un cinema altamente professionale, colto, spesso acuto, che disegna con humour e intelligenza il ritratto dell'italiano medioborghese di oggi. Ma dietro la vivacità e i momenti di commedia, La cena è soprattutto un film amarognolo, quasi una resa: Scola si nasconde dietro Gassman, questa umanità che non si parla e non si ascolta non gli piace proprio, nessuno esce migliore o cambiato da Arturo al Portico. Se non, forse, il bambino giapponese che vede ciò che gli altri, troppo occupati a parlare senza ascoltare, non vedono.
Da La Repubblica, 27 novembre 1998

di Irene Bignardi, 27 novembre 1998

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