Basic Instinct

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Un film di Paul Verhoeven (II). Con Michael Douglas, Sharon Stone, George Dzundza, Jeanne Tripplehorn, Dorothy Malone.
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Thriller, durata 125 min. - USA 1992. MYMONETRO Basic Instinct * * * - - valutazione media: 3,02 su 35 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Irene Bignardi

La Repubblica

Qualcuno disse che fu di cattivo auspicio la morte della diva alla quale erano dedicati il manifesto (bellissimo) e la mostra fotografica (ancora più bella) che celebravano i quarantacinque anni del Festival di Cannes. E in effetti Marlene Dietrich si era spenta proprio allora, gloriosamente, pudicamente, sempre leggendaria, all’età di novantun anni, quattro mesi e nove giorni. Che il suo volto stupendo campeggiasse sulla grande festa della Croisette non fu per niente imbarazzante. Fu forse di cattivo auspicio (e anche un po’ imbarazzante) che a inaugurare il Festival di Cannes 1992 fosse stato invitato un pasticciaccio brutto, una serie di crimini e misfatti, uno spreco di carne e sangue, come Basic Instinct. E dire che l’anno prima il festival si era aperto con Homicide, nel 1990 con Sogni di Kurosawa, nel 1989 con Lawrence d’Arabia restaurato. Il problema non è preferire le gambe dei cammelli a quelle di Sharon Stone, l’attrice (molto bella e anche quasi brava) che in Basic Instinct regala agli spettatori alcune lezioni di Kamasutra e qualche scorcio delle sue aree più segrete. È preferire il cinema di qualità (o l’onesto cinema di serie B) a quello di serie B travestito da cinema di serie A grazie a una pioggia di dollari (49 milioni), a un attore-produttore da cinque milioni di dollari, a uno scandalo montato, e alla pruderie sessuale americana. Già, perché gli spettatori che si aspettano da Basic Instinct grandi emozioni erotiche resteranno delusi. Niente che non si sia già visto recentemente, tanto per citare a caso, tra Henry & June, Analisi finale, Orchidea selvaggia (dove, francamente, davano la sensazione di fare più sul serio).
Si chiede giustamente “Newsweek” perché gli amori di Henry & June siano stati giudicati NC-l7 (vietato ai minori), mentre i brividi caldi di Basic Instinct sono stati giudicati R (e cioè il film è consentito ai minori purché accompagnati). Commenta David Ansen: “Una sola risposta èpossibile: l’erotismo esplicito va bene solo se accompagnato dall’ostilità e dalla sofferenza della carne, ma Dio salvi i nostri figli dalla visione sullo schermo di due persone nude che si danno reciprocamente un semplice piacere”.
Quanto ai gay, che hanno protestato perché tutte le cattive o presunte tali del film sono lesbiche o almeno bisessuali, è ora che la smettano di lamentarsi. Se c’è una categoria che dovrebbe protestare con Paul Verhoeven, Michael Douglas e lo sceneggiatore Joe Eszterhas (tre milioni di dollari anche per lui) è quella degli psicologi, psichiatri e affini. Le due bellezze che si affrontano sullo schermo, tutte e due laureate in psicologia a Berkeley nel 1983, sono la prova vivente della decadenza della deontologia professionale. Soprattutto Beth (Jeanne Trippleborn), la psicologa della polizia, che va a letto con la gente di cui deve occuparsi passa informazioni riservate, ed e affidabile quanto un venditore di auto usate.
Potrebbero protestare anche i sessuologi i quali hanno invano predicato che per fare l’amore sono necessari tenerezze e preludi, e che l’orgasmo femminile si conquista lentamente. Mentre qui, quando va bene, è tutto uno strappare mutande, sbattere contro i muri, penetrare dolorosamente senza chiedere permesso e rivelando (Michael Douglas) delle belle smagliature da dimagramento. Quanto all’assassina, sulla cui identità resta volutamente qualche mistero - tanto che anche le anticipazioni fatte dai gruppuscoli gay per boicottare il film davano informazioni discordanti - c’è poco da lamentarsi. I Cattivi devono per forza essere bianchi, anglosassoni e maschi?
La storia è nota. Il detective Nick Curran della polizia di San Francisco, ex bevitore, ex cocainomane, detto Shooter per qualche sinistro incidente in cui ha fatto fuori per intemperanza dei poveracci che passavano di lì, mentre si occupa del caso di un miliardario che è stato trovato legato al suo letto e massacrato con un punteruolo, presumibilmente da una donna, resta praticamente fulminato dallo charme della bella bionda con cui se la faceva il defunto e che è, ovviamente, la prima sospettata.
Non si può dargli torto. La bellissima Catherine Tra-meli - Sharon Stone, miliardaria (alla morte dei genitori in un incidente aereo ha ereditato centodieci milioni di dollari e li ha accresciuti scrivendo thriller la cui trama assomiglia in maniera inquietante ai delitti in corso), ha l’aria di una bionda hitchcockiana aggiornata all’epoca della sessualità “hot”. Non bastasse, c’è anche il fatto, si suppone eccitante, che vive con un’altra donna (Leilani Sarelle); che si fa guardare da questa mentre fa l’amore; che non porta biancheria, e che, accavallando e scavallando le Splendide gambe durante un interrogatorio, è tutta contenta di mostrare provocatoriamente a procuratori e agenti il suo pube angelicale; che, per soprammercato, è un’accanita fumatrice (e la polemica contro la fobia antifumo è finalmente divertente); che parla come un’educanda. “Da quanto uscivate insieme?” le chiede garbato Michael Douglas, parlando del morto. “Non uscivamo, chiavavamo,” risponde l’angelo biondo.
Giustamente, appena ne ha le prove, lui la definisce “la scopata del secolo”. Sedotto dalla nuova dark lady, Michael Douglas (in una grottesca interpretazione sempre sull’orlo della crisi di nervi) suscita la gelosia della sua ex girl-friend, Beth, la psicologa della polizia, che ha qualche segreto da nascondere e qualche cadavere... be’, non proprio nell’armadio. Con quel che ne segue: abbastanza preciso da far combaciare tutte le tessere di un gioco di identificazioni, identità confuse, fantasie perverse e perversioni realizzate, abbastanza ambiguo da lasciare aperte le discussioni sull’identità della colpevole. O del colpevole, chi lo sa.
Meglio lasciar perdere i rimandi a Hitchcock che l’ambientazione a San Francisco, la fredda bellezza bionda della protagonista e il gioco dello scambio di identità potrebbero suggerire. Verhoeven, sotto le immagini in carta patinata, punta senza esitazioni allo stomaco e ai genitali. Ma, ignorando ogni vero sentimento, per quanto deviato, trascurando ogni vera motivazione, non riesce a costruire quella cosa fondamentale per un thriller che si chiama su-spense. A meno che, naturalmente, l’errore non stia nel considerare Basic Instinct un thriller. Mentre è solo una fantasia porcacciona, dove tutte le donne sono colpevoli di qualcosa.
Da Irene Bignardi, Il declino dell’impero americano, Feltrinelli, Milano, 1996


di Irene Bignardi, 1996

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