kyo kusanagi
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domenica 30 marzo 2025
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noioso
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Lento e noioso. Un melodramma a tinte splatter ,due ore infinite con un ritmo compassato che dalla seconda metà in poi crolla e con la storia che sembra a un certo punto non sapere più cosa voler raccontare. Non ho empatizzato con nessun personaggio fatta eccezione per Sully interpretato dal sempre ottimo Mark Rylance, unico personaggio degno di nota. Ho faticato ad arrivare alla fine e il finale non mi ha lasciato niente se non la sensazione di tempo sprecato. Bocciato!
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monfardini ilaria
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martedì 18 giugno 2024
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epopea cannibalica generazionale
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“Il Mondo dell’Amore non vuole Mostri”.
Luca Guadagnino torna al cinema, dopo il suo controverso Suspiria del 2018, e lo fa con un film che è un vero e proprio pugno nello stomaco, un coming of age, un racconto di formazione, delicato e cruento al tempo stesso, deliziosamente profondo e sanguinolento, adatto a chi cerca l’orrore ma anche le emozioni pure e le lacrime. Non era facile vincere questa scommessa, ma direi che Guadagnino ancora una volta ce la fa e porta a termine una pellicola che non può certo lasciare indifferenti. Bones and All, classe 2022, tratto dal romanzo Fino all’Osso della scrittrice statunitense Camille DeAngelis, è un film dalle due anime, quella prettamente romantica e teen, dai colori pastello, e quella horror e oscura come la pece: nelle sapienti mani del regista siciliano queste due nature si incarneranno l’una nell’altra, dando vita a 130 minuti di film che passano in un batter di ciglia, tanto è coinvolgente e seducente la storia dei giovani Maren e Lee, due “diversi” che si incontrano, si piacciono e decidono di vivere la loro vita assieme nonostante le evidenti difficoltà.
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“Il Mondo dell’Amore non vuole Mostri”.
Luca Guadagnino torna al cinema, dopo il suo controverso Suspiria del 2018, e lo fa con un film che è un vero e proprio pugno nello stomaco, un coming of age, un racconto di formazione, delicato e cruento al tempo stesso, deliziosamente profondo e sanguinolento, adatto a chi cerca l’orrore ma anche le emozioni pure e le lacrime. Non era facile vincere questa scommessa, ma direi che Guadagnino ancora una volta ce la fa e porta a termine una pellicola che non può certo lasciare indifferenti. Bones and All, classe 2022, tratto dal romanzo Fino all’Osso della scrittrice statunitense Camille DeAngelis, è un film dalle due anime, quella prettamente romantica e teen, dai colori pastello, e quella horror e oscura come la pece: nelle sapienti mani del regista siciliano queste due nature si incarneranno l’una nell’altra, dando vita a 130 minuti di film che passano in un batter di ciglia, tanto è coinvolgente e seducente la storia dei giovani Maren e Lee, due “diversi” che si incontrano, si piacciono e decidono di vivere la loro vita assieme nonostante le evidenti difficoltà. Non adatto agli stomaci deboli, a causa dei sanguinolenti effetti speciali , è sicuramente meno pomposo ed auto celebrativo del precedente Suspiria che, sebbene a me sia piaciuto, a tratti peccava vistosamente di arroganza e sembrava più un esercizio di stile per mettere in luce le evidenti doti del regista che un vero omaggio al capolavoro argentiano del 1977. Qui, lasciati da parte i film del passato, Guadagnino costruisce una storia che, pur prendendo qualche idea dai vari Near Dark, Twilight o Warm Bodies, e forse, soprattutto, dal nostrano Non mi Uccidere di Andrea De Sica, anch’esso tratto da un romanzo di mano femminile, riesce ad essere interessante ed a tirare fuori qualche spunto di riflessione, sebbene non brilli mai per una spiccata originalità. Le atmosfere on the road nelle quali il regista immerge i due giovani protagonisti ricordano a tratti quelle di un altro grande film degli anni Duemila, Into the Wild di Sean Penn del 2007, così come le splendide ed ispirate musiche del nucleo di ferro dei Nine Inch Nails, Trent Reznor ed Atticus Ross, non possono non ricordare quelle composte per il film di Penn dal leader dei Pearl Jam Eddie Vedder; in entrambi i casi le note di queste malinconiche ballads ci immergono in un’atmosfera di libertà nella quale aleggiano però sinistri presagi.
Maren vive col padre, frequenta il college e sembra avere un’unica amica, che una sera la invita a casa sua per una festa. Il padre della giovane non vuole lasciarla uscire, così lei scappa dalla finestra e raggiunge le altre, ma una volta a casa dell’amica, mentre parlano amorevolmente sdraiate sotto un tavolino, Maren stacca di netto con un morso il dito alla ragazzina, e poi scappa via. Lei ed il padre sono quindi obbligati ad andarsene alla svelta, e si capisce come non sia la prima volta che questo accade. Una mattina, giunti i due in una nuova città, Maren si ritroverà sola: il padre è scappato lasciandole un’audiocassetta in cui le spiega il motivo del suo gesto e la sua totale incapacità di aiutarla a risolvere il suo problema. Maren si metterà così alla ricerca della madre che non ha mai conosciuto, e dalla quale sembra aver ereditato la sua selvaggia voglia di sangue, e durante il viaggio si imbatterà in molte persone che sono “come lei”, tra cui Lee, di cui si innamorerà follemente.
Parte tranquillo, Bones and All, facendoci conoscere Maren piano piano, stupendoci con la sua delicatezza che si lega alla sua inaspettata brutalità, e va avanti con una narrazione decisamente rilassata inframezzata dagli strani incontri che la giovane fa sul suo cammino dopo l’inatteso abbandono del padre. La ragazzina è sola, lasciata a se stessa, e anche se continua a negarlo sembra avere estremamente bisogno di appoggiarsi a qualcuno che l’aiuti a capire la sua vera natura, chi è realmente, e perché ha sempre voglia di carne umana. Scoprirà di non essere unica, ma che intorno a lei ci sono molti altri della sua razza, come ad esempio Sully, un simpatico vecchietto che sembra però sviluppare un attaccamento morboso nei confronti della ragazza, tanto da indurla a fuggire da lui, e Lee, un giovane introverso col quale invece legherà subito. Del resto, che Sully sia il “cattivo” e Lee il “buono”, pur appartenendo alla stessa specie, Guadagnino ce lo suggerisce già nel modo in cui gira le due scene degli omicidi messi in atto dai due: Sully fa fuori un’anziana, e mentre lo fa la mdp scorre sulla casa della donna, le sue foto felici, i ritratti di famiglia sorridenti, gli oggetti di una vita, i toni pastello; quando invece è il turno di Lee, farà prima fuori un ubriacone che molesta mamme nei supermercati e si diletta di pornografia, e successivamente un vizioso disonesto che seduce al luna park e che consumerà con lui un viscido rapporto sessuale in un campo di grano di kinghiana memoria. Sully è un mostro, Lee un ragazzo con una necessità strana che cerca di soddisfarla uccidendo mostri. Guadagnino non vuole che Maren e Lee siano giudicati: capiti sì, forse anche giustificati, ma non certo giudicati. Bones and All è una storia di emarginazione, quella in cui spesso si trovano a vivere i diversi, che hanno paura della società, e tendono ad isolarsi, non fidandosi più nemmeno dei loro simili. Ma l’amore, sembra suggerire Guadagnino, quello con la A maiuscola, non ha paura della diversità, come ci aveva già ampiamente raccontato nel bellissimo Chiamami col tuo Nome (2017), ma anzi, può essere balsamo e redenzione per le anime più tormentate. All’inizio diffidente anche nei confronti di Lee, Maren svilupperà per lui un amore così grande che andrà oltre tutte le difficoltà ed i sensi di colpa che la attanagliano.
Per la sua protagonista pare che a tratti Gadagnino si sia ispirato alla tormentata Mademoiselle Lycanthrope di Stefano Benni, la donna lupo che fa parte delle protagoniste del suo testo paradigmatico Le Beatrici del 2011. Ad interpretarla viene scelta la giovane attrice canadese Taylor Russell, nota agli amanti dell’horror per aver preso parte ai due film di Adam Robitel Escape Room ed Escape Room 2 (2019 e 2021). Quasi trentenne, la Russell si è ben calata nei panni di una diciottenne insicura che scopre pian piano se stessa ed il mondo dell’amore, analizzando i propri turbamenti, cercando di reprimere la sua natura fino all’atarassia, ma alla fine scegliendo di seguire il cuore e l’istinto che la rende quella che è. Per questa sua toccante interpretazione Taylor Russell ha ottenuto alla Mostra del Cinema di Venezia il Premio Mastroianni come Miglior Attrice Emergente. Al suo fianco quello che è ritenuto uno dei giovani talenti d’oro del momento, il newyorkese Timothée Chalamet, già protagonista nel 2017 del già citato Chiamami col tuo Nome, e giunto alla notorietà internazionale per aver lavorato in Un Giorno di Pioggia a New York di Woody Allen (2019) e soprattutto in Dune di Denis Villeneuve (2021). Chalamet, alto, magrissimo e coi capelli tinti di rosso fuoco e le mani tatuate, ha l’aspetto di un tossico, di un avanzo di galera, ma nasconde invece un’immensa fragilità che gli servirà per entrare in totale empatia con la dolce partner. Trovo questa coppia squisitamente perfetta, adatta a farci capire che non solo le storie tra un umano ed un diverso possono essere difficili e contrastate, come nel caso dei succitati Near Dark, Twilight o Warm Bodies, dove ragazze si innamorano di vampiri o zombie con tutte le conseguenze che ne derivano, ma anche quelle tra due diversi spesso non si svolgono in pace e regolarità come ci si potrebbe auspicare. A tal proposito non può non venire in mente il rocambolesco Border – Creature di Confine del regista Ali Abbasi, ispirato ad un racconto del famoso scrittore scandinavo Lindqvist, che narra la storia d’amore tra due esseri umani diversi e quasi mostruosi, Tina e Vore, che porterà ad una rivelazione data da un notevole choc esistenziale conseguito alla scoperta di altri diversi affini a se stessi. E poi c’è il terzo incomodo, colui che con la sua ferinità rovina l’idillio, interferisce nella storia dei due ragazzi in cerca, a modo loro, di redenzione: l’ambiguo Sully, attratto morbosamente e viscidamente da Maren, che sembra sempre sbucare fuori dal nulla come un sordido leprecauno o un satiro beffardo, è interpretato magistralmente dall’attore inglese Mark Rylance, feticcio di Spielberg e con una lunga ed onorata carriera teatrale alle spalle. Nel cast si segnala anche la presenza di Chloë Sevigny, nota soprattutto per il suo ruolo in Boys Don’t Cry di Kimberly Peirce al fianco di Hilary Swank (1999), di David Gordon Green, regista della nuova trilogia di Halloween, qui al suo primo ruolo da attore, e della splendida Jessica Harper, nota in tutto il mondo per essere stata la protagonista del capolavoro di Dario Argento Suspiria (1977) e che aveva preso parte anche al reboot di Guadagnino di tale pellicola.
La tecnica del regista siciliano è elegante e dal tono internazionale, che si nota già nelle carrellate iniziali dentro la scuola frequentata da Maren. Non a caso alla Mostra del Cinema di Venezia si è aggiudicato il prestigioso Leone d’Argento per la Miglior Regia. Il suo tratto geniale, per lo meno in questa pellicola, è quello di far passare idee semplici e personaggi all’apparenza banali come qualcosa di geniale e rivoluzionario, e proprio in questo sta il punto di forza di Bones and All. Le ambientazioni Anni Ottanta sono state ricreate praticamente tutte negli Stati Uniti, soprattutto a Cincinnati in Ohio, ed accompagnate da brani di band storiche dell’epoca come i Kiss, che segnano l’incontro di Maren e Lee, o i Joy Division, che con la loro Atmosphere suggellano la nascita del loro amore in un luna park che fa tanto Ragazzi Perduti. Che si tratti di una coproduzione italiana/americana/inglese è sottolineato anche dai già citati modelli presi a riferimento da Guadagnino, ai quali aggiungerei un altro titolo, che tratta il tema in maniera decisamente più cruda e violenta, Raw - Una Cruda Verità di Julia Ducournau del 2016.
In Bones and All la trama da fiaba nera e romantica insieme serve a Guadagnino per trattare il tema delle devianze, a cui spesso le persone, pur vivendo in una società che le condanna, non riescono ad opporsi. E se non si riesce ad opporsi alle proprie devianze, si può riuscire a sottrarsi al proprio destino? La nostra sorte è già ineluttabilmente scritta o noi possiamo fare qualcosa per cambiarla, influenzarla? Esiste sempre una scelta, sembra suggerisci il regista, ma qualcuno sarà costretto a soffrire per forza: o noi stessi, o gli altri. Ed è infatti in una frase pronunciata da Lee a Maren che è racchiuso il senso più profondo di questa pellicola: dopo la bellissima scena nel manicomio, una delle più ricche di tensione e di pathos del film, sebbene interamente immersa nella luce solare, il giovane, davanti alle perplessità della compagna che non vuole appartenere a questa sanguinosa realtà, le urla “O mangi, o ti ammazzi o ti chiudi in manicomio”. Non ci sono altre scelte. O la morte, o la solitudine, o l’emarginazione, o convivere tutta la vita coi sensi di colpa e seguire il proprio istinto. Nessuna normalità…forse…
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gianfrancesco faedi
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mercoledì 19 aprile 2023
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serie bones
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in tutti questi anni ho seguito Rai 4, ma la serie che mi sta piacendo di più e che non avevo mai visto è Bones. Sono un gran appassionato di di Rai 4 e ci terrei a vedere tutta la serie BONES. VI CHIEDO CORTESEMENTE DI RIPROPORLA TUTTA. AL MOMENTO STA INIZIANDO LA QUINTA STAGIONE DI BONES E DESIDEREI,COME HO GIà DETTO DI VEDERLA TUTTA, COSICCHé RAI 4 RIMARRà CON SEAl team al top delle mie preferenze-
GRAZIE
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davdelfino
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sabato 15 aprile 2023
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non sceglierò più il film della serata
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Per la prima volta in 5 anni di relazione ho avuto l'onore di scegliere il film del sabato sera. E ho sbagliato.
Film vuoto.
Storia che non racconta niente.
Un po' come questa recensione.
Fidatevi, film terrible.
Guardatevi un cinepanettone: almeno sapete a cosa andate incontro.
Distinti saluti
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figliounico
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venerdì 14 aprile 2023
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orribile e tedioso
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Il soggetto è il frutto di un incrocio tra la saga dei Twilight e la serie di Hannibal Lecter, la trama è un romanzetto rosa incentrato sulla storia d’amore tra due adolescenti, il tutto è condito da una salsa sanguinolenta splatter inguardabile. Una pellicola disgustosa da vedersi quando non risulta noiosa e melensa, un road movie in cui il passaggio da uno Stato all’altro è opportunamente evidenziato dalla loro sigla sovrimpressa sullo schermo, perché altrimenti nessuno se ne accorgerebbe dal momento che il paesaggio nelle scene girate in esterno non cambia di molto. A Guadagnino interessa filmare soprattutto l’interno dell’abitacolo del furgoncino costringendo lo spettatore ad ascoltare le interminabili chiacchiere-confessioni dei due giovani cannibali, racconti macabri con particolari raccapriccianti su come hanno divorato le loro prime vittime.
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Il soggetto è il frutto di un incrocio tra la saga dei Twilight e la serie di Hannibal Lecter, la trama è un romanzetto rosa incentrato sulla storia d’amore tra due adolescenti, il tutto è condito da una salsa sanguinolenta splatter inguardabile. Una pellicola disgustosa da vedersi quando non risulta noiosa e melensa, un road movie in cui il passaggio da uno Stato all’altro è opportunamente evidenziato dalla loro sigla sovrimpressa sullo schermo, perché altrimenti nessuno se ne accorgerebbe dal momento che il paesaggio nelle scene girate in esterno non cambia di molto. A Guadagnino interessa filmare soprattutto l’interno dell’abitacolo del furgoncino costringendo lo spettatore ad ascoltare le interminabili chiacchiere-confessioni dei due giovani cannibali, racconti macabri con particolari raccapriccianti su come hanno divorato le loro prime vittime. Ovviamente con questo tipo di personaggi è impossibile empatizzare, a meno che non si sia amanti della carne umana. Un contributo ideologico alla causa animalista, un accenno riassunto in poche battute subito abortito, si scorge nella sequenza in cui i due ragazzi guardando le mucche di un allevamento osservano che anche quelle bestie da macello hanno padri, madri fratelli etc etc.. Un parallelismo espresso in modo mediocre e banale rispetto a quello potente e suggestivo, rimasto nella storia del cinema, del pianto degli agnellini messi a morte nel Silenzio degli innocenti. Quello di Guadagnino è un film destinato a spettatori dallo stomaco forte, mostruoso nel senso letterale della parola, un esempio paradigmatico di film orrendo più che horror.
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silver90
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martedì 28 marzo 2023
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quando l'amore è "cannibale"
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Il cinema di Guadagnino è ancora quella frontiera dove l’estetica della mescolanza, intesa come l’unione nucleare di elementi variabili, riesce a prevalere sull’esigenza, del tutto umana, di separare il bene dal male, le anime dai corpi - o, al contrario, di fonderli invariabilmente in un'unità inscindibile. In Bones and all, storia d’amore e cannibalismo, che si collega idealmente al precedente vampiresco Only lovers survive (Solo gli amanti sopravvivono) di Jim Jarmusch, questa tendenza si rivela nella potenza delle immagini, che inquadrano la vastità delle terre americane in una cornice universale e metaforica, a simboleggiare proprio quella perdita di confini che pertiene di diritto solo alle creature misteriose, ‘aliene’.
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Il cinema di Guadagnino è ancora quella frontiera dove l’estetica della mescolanza, intesa come l’unione nucleare di elementi variabili, riesce a prevalere sull’esigenza, del tutto umana, di separare il bene dal male, le anime dai corpi - o, al contrario, di fonderli invariabilmente in un'unità inscindibile. In Bones and all, storia d’amore e cannibalismo, che si collega idealmente al precedente vampiresco Only lovers survive (Solo gli amanti sopravvivono) di Jim Jarmusch, questa tendenza si rivela nella potenza delle immagini, che inquadrano la vastità delle terre americane in una cornice universale e metaforica, a simboleggiare proprio quella perdita di confini che pertiene di diritto solo alle creature misteriose, ‘aliene’. La differenza è che qui essa si costituisce come un’allegoria potente dell'esistenza umana, definita a partire da una situazione di emarginazione e, pertanto, intesa non come un atto di aggressione all'altro, ma di sopravvivenza estrema a condizioni avverse, siano esse date dalla nascita o acquisite per esperienza. Marginali e fuori contesto, come i loro famelici istinti, sono infatti i due protagonisti,– paradossalmente in un’epoca di liberismo sfrenato, come quella dei reaganiani anni ’80. Al momento del loro primo incontro, mentre i corpi dei bravissimi Taylor Russell e Thimotée Chalamet, sin da subito sporchi di sangue, stanno ancora fiutando l’occasione, riconosciamo subito una somiglianza che contiene in sé già l’esito di una tensione antica e primordiale, la stessa che porta le anime in eterno deliquio tra Eros e Thanatos a decidere di incrociare le loro strade: il padre di Maren, pur avendola cresciuta da solo, l’ha abbandonata dopo un attacco di quella fame atavica e le ha lasciato, prima di scomparire, soltanto una cassetta per mettersi sulle tracce di una madre biologica mai conosciuta prima; il giovane Lee che, al contrario di lei, sembra aver fatto presto i conti con la sua vera natura, esita ad accoglierla sul suo camioncino, ma alla fine è costretto a cedere per effetto proprio di quella ‘inclinazione’ comune. Per Maren il percorso che l’ha portata da Lee è stato deciso a priori da qualcun altro, ma l’aver conosciuto in precedenza uno stralunato quanto spietato outsider, Sally, impersonificato da Mark Rylance, assumerà, a posteriori, i contorni di una scoperta esiziale per entrambi: tutto ciò che aveva acceso in loro una speranza altro non è che la miccia di un viaggio conoscitivo e di esplorazione di sé stessi e del mondo ben più complesso e articolato. Altri incontri, al confine con il soprannaturale, arriveranno a sconvolgere il fragile equilibrio della coppia: tra questi, spicca il cameo di Michael Sthulberg e David Gordon Green nei panni di due sconosciuti e inquietanti 'compagni di tenda', capaci di sfidare anche i limiti che la loro stessa condizione ha imposto loro. In particolare, l’asserzione di uno dei due, che dà anche il titolo al film, mette in luce lo strano percorso verso l'autodeterminazione dei protagonisti, costretti da una fame ‘incontrollabile’ a vivere come sbandati pronti a tutto per saziarsi, ma spinti a muoversi in cerca di risposte ancora più difficili da sostenere. Grazie a un abile montaggio visivo e sonoro, Guadagnino dà il meglio di sé nel seguire un filo narrativo lineare e coerente con i personaggi in quello che è, a tutti gli effetti, un road movie con diversi finali apparenti: quando anche una parvenza di normalità sembra raggiunta negli spazi angusti di un comune interno domestico, ecco che l’incontro di Maren con la madre, un’allucinazione visiva che veste i panni sconvolgenti di Chloe Sevigny, o il racconto di Lee sul suo tumultuoso passato, aprono squarci di verità e consapevolezza che sono propellenti esaltanti (ma non per questo meno spaventosi) lungo un coming of age che di ordinario non ha nulla, nemmeno la follia.
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silver90
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mercoledì 15 marzo 2023
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un'allegoria potente dell'esistenza umana
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Il cinema di Guadagnino è ancora quella frontiera dove l’estetica della mescolanza, intesa come l’unione nucleare di elementi variabili, riesce a prevalere sull’esigenza, del tutto umana, di separare il bene dal male - le anime dai corpi - o, al contrario, di fonderli in maniera invariabile e, pertanto, inscindibile. In Bones and all, storia d’amore e cannibalismo, come nel precedente vampiresco Only lovers survive (Solo gli amanti sopravvivono), questa tendenza si rivela nella potenza delle immagini, che inquadrano la vastità delle terre americane in una cornice universale e metaforica, a simboleggiare proprio quella perdita di confini che pertiene di diritto solo alle creature misteriose, ‘aliene’.
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Il cinema di Guadagnino è ancora quella frontiera dove l’estetica della mescolanza, intesa come l’unione nucleare di elementi variabili, riesce a prevalere sull’esigenza, del tutto umana, di separare il bene dal male - le anime dai corpi - o, al contrario, di fonderli in maniera invariabile e, pertanto, inscindibile. In Bones and all, storia d’amore e cannibalismo, come nel precedente vampiresco Only lovers survive (Solo gli amanti sopravvivono), questa tendenza si rivela nella potenza delle immagini, che inquadrano la vastità delle terre americane in una cornice universale e metaforica, a simboleggiare proprio quella perdita di confini che pertiene di diritto solo alle creature misteriose, ‘aliene’. La differenza è che qui essa si costituisce come un 'allegoria potente dell'esistenza umana, definita non come un atto di aggressione all'altro, ma di sopravvivenza estrema. Marginali e fuori contesto sono anche i famelici istinti dei due protagonisti, costretti da una fame “incontrollabile” a vivere come sbandati pronti a tutto per saziarsi – paradossalmente in un’epoca di liberismo sfrenato, come quella dei reaganiani anni ’80. Il padre di Mauren, pur avendola cresciuta da solo, l’ha abbandonata dopo un attacco di quella fame atavica e le ha lasciato, prima di scomparire, soltanto una cassetta per mettersi sulle tracce di una madre biologica mai conosciuta prima; il giovane Lee che, al contrario di lei, sembra aver fatto presto i conti con la sua vera natura, esita ad accoglierla sul suo camioncino, ma alla fine è costretto a cedere per effetto proprio di quella naturale ‘inclinazione’ comune. Al momento del loro primo incontro, dunque, mentre i corpi dei bravissimi Thimotée Chalamet e Taylor Russell, sin da subito sporchi di sangue, stanno ancora fiutando l’occasione, riconosciamo subito una somiglianza che contiene in sé già l’esito di una tensione antica, primordiale, la stessa che porta le anime in eterno deliquio tra Eros e Thanatos a decidere di incrociare le loro strade: infatti, anche se il percorso che ha portato Maureen da Lee è stato deciso a priori da qualcun altro, l’aver conosciuto in precedenza uno stralunato quanto spietato outsider, Sally, impersonificato da Mark Rylance, assumerà, a posteriori, i contorni di un’esiziale scoperta, che farà accendere in lei una miccia di verità e consapevolezza, propellenti esaltanti lungo un coming of age che di ordinario non ha nulla, nemmeno la follia.
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felicity
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venerdì 24 febbraio 2023
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cannibalismo come metafora della diversità
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Bones and All racconta una potente storia d'amore e cannibalismo, in cui due solitudini si incontrano e si riconoscono, legittimando per la prima volta la loro esistenza. Un viaggio on the road che passa attraverso l'accettazione della propria natura per arrivare alla scoperta di se stessi.
Il film rappresenta l’occasione di viaggiare attraverso le infinite strade e i paesaggi sconfinati del territorio statunitense. Un viaggio reale, alla scoperta di un Mid-West degli anni Ottanta ricco di contraddizioni, dove l’espansione economica va a braccetto con una realtà di profonda emarginazione sociale. Ma anche un viaggio inteso come metafora di quel senso di smarrimento che provano Maren e Lee, così come moltissimi giovani d’oggi.
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Bones and All racconta una potente storia d'amore e cannibalismo, in cui due solitudini si incontrano e si riconoscono, legittimando per la prima volta la loro esistenza. Un viaggio on the road che passa attraverso l'accettazione della propria natura per arrivare alla scoperta di se stessi.
Il film rappresenta l’occasione di viaggiare attraverso le infinite strade e i paesaggi sconfinati del territorio statunitense. Un viaggio reale, alla scoperta di un Mid-West degli anni Ottanta ricco di contraddizioni, dove l’espansione economica va a braccetto con una realtà di profonda emarginazione sociale. Ma anche un viaggio inteso come metafora di quel senso di smarrimento che provano Maren e Lee, così come moltissimi giovani d’oggi. Il sogno dei protagonisti di Bones and All, infatti, è quello di trovare un posto che possano finalmente chiamare “casa” e in cui non dover temere più il rifiuto. Cercando di raggiungere questo obiettivo, i due compiranno un profondo processo di trasformazione, proprio come nella più genuina tradizione delle pellicole on the road.
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piema
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giovedì 22 dicembre 2022
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possibile che guadagnino si sia ridotto a questo?
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Che una regista raffinato come Guadagnino si sia ridotto a fare un muovie di questo genere, fra il romantico e l'horror mi lascia basito.
Molto meglio la saga di Twilight! E non si cerchi di giustificare uno storia così strampalata con temi di diversity.
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tess
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sabato 10 dicembre 2022
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una, tutte le storie d’amore
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Se è vero che ogni storia d’amore è diversa, è vero anche che il primo amore dà le stesse sensazioni a quasi tutti. E questa è LA storia d’amore, riesce a trasferire proprio le sensazioni bellissime del primo amore (stupenda l’inquadratura del braccio e poi dello sguardo di lui che si sposta sullo sguardo e segna onestato momento in cui nasce l’amore in lei). La storia dei cannibali invece é scontatissima è noiosa, ma a me personalmente è sembrata solo un pretesto (e quindi va bene che sia banale) per raccontare il primo amore.
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