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olgadik
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venerdì 15 gennaio 2010
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film diverso
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Preceduto da qualche pettegolezzo circa il rifiuto della scrittrice Muriel Barbery di riconoscere ne Il riccio dell’Achache una creatura nata dal suo libro, ecco in sala questo film colto e un po’ cerebrale. Tra cinepanettoni, annunci di tromba su Avatar, amarcord in tutte le salse, esso si colloca, proprio come il personaggio principale del racconto, con discrezione, in punta di piedi, senza effetti speciali ma con un nitore semplice e un richiamo alla nostra intelligenza e affettività. Da lettrice non molto convinta del libro, non avevo apprezzato di esso la sentenziosità didattica e l’eccesso di citazioni da buon condominio alto-borghese (per restare nel tema). Mi erano piaciuto però i personaggi principali e in particolare la portiera Renée che l’autrice fa crescere e scoprire a poco a poco in modo che il lettore capisca tramite tanti piccoli segnali, a volte pieni di humour, la sua vera natura.
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Preceduto da qualche pettegolezzo circa il rifiuto della scrittrice Muriel Barbery di riconoscere ne Il riccio dell’Achache una creatura nata dal suo libro, ecco in sala questo film colto e un po’ cerebrale. Tra cinepanettoni, annunci di tromba su Avatar, amarcord in tutte le salse, esso si colloca, proprio come il personaggio principale del racconto, con discrezione, in punta di piedi, senza effetti speciali ma con un nitore semplice e un richiamo alla nostra intelligenza e affettività. Da lettrice non molto convinta del libro, non avevo apprezzato di esso la sentenziosità didattica e l’eccesso di citazioni da buon condominio alto-borghese (per restare nel tema). Mi erano piaciuto però i personaggi principali e in particolare la portiera Renée che l’autrice fa crescere e scoprire a poco a poco in modo che il lettore capisca tramite tanti piccoli segnali, a volte pieni di humour, la sua vera natura. Renée è infatti una creatura emarginata che non ama se stessa ma è ricca di cultura, riflessione ed affetto da donare. Del film, che è stato a priori un po’ snobbato perché solitamente un romanzo che ha successo genera un prodotto cinematografico brutto, mi è invece piaciuta la semplificazione dei personaggi (non perfettamente riuscita nella portiera per la quale avrei speso più pennellate). Colpisce anche la cura dei particolari raffinati e mai volgari (vedi i piccoli disegni a pennarello di Palma), nonché la malinconia e la dolcezza dei dialoghi essenziali che hanno preso il posto di certa supponente verbosità del romanzo. Quello che invece non viene fuori è il microcosmo del condominio, ridotto alla sola famiglia della ragazzina: madre che coccola le piante e ignora quasi le figlie, sorella maggiore odiosa come da manuale, padre lontano inutilmente severo. E’ vero che essa è abbastanza emblematica, ma qualche altra raffigurazione di quel mondo da portierato e androne liberty, non avrebbe stonato. Riuscito invece il tentativo di restituire con ritmo lento i particolari che si addicono più alla narrazione letteraria che non ha limiti di tempo. Ma il senso ultimo del discorso arriva efficacemente allo spettatore: le apparenze tradiscono e spesso chi possiede tesori di affettività e sa guardare a fondo nel prossimo, rischia di trovarsi emarginato perché nessuno, preso dalla vacuità del suo privato, ha occhi per queste creature che sembrano minori e non lo sono. E’ il caso di Renée ma anche di Kakuro, il ricco signore giapponese che va a occupare l’attico del palazzo e comprende subito i “segreti” della custode. Alla fine Paloma, che progetta il suicidio allo scoccare dei tredici anni, smette di accarezzare la sua acerba decisione, messa com’è di fronte alla morte vera che fa male e non è come lei l’immagina. C’è un’ultima cosa che vorrei dire su quest’opera curata e particolare nell’attuale panorama: non c’è nel film una sola scena di sesso eppure si parla di amore, affidando però il messaggio a una gestualità intensa e discreta, d’altri tempi, un gioiello di eleganza a fronte di troppe esibizioni inutili.
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ciccio capozzi
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giovedì 14 gennaio 2010
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la lettura, isola felice
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“IL RICCIO” di MONA ACHACHE; FRA-ITA, 09. Renée è la classica portiera di un condominio di ricchi: grassoccia, unta, vecchiazza, acida; ma nasconde un segreto. Tratto dal forse sopravvalutato best seller “L’eleganza del riccio”, di Muriel Barbery, ne è una trasposizione sostanzialmente fedele. L’autrice del libro ha comunque rosicato, perché la regista-sceneggiatrice ha giustamente adeguato l’andamento della prosa alla scansione del film: le descrizioni verbali sono rese in asciutte traduzioni visuali, usando la scenografia e il montaggio. E’comunque ben presente l’aura di mistero che aleggia su questo sciatto donnone, che ha la complessa personalità che solo una grande attrice come Josiane Balasko poteva darle.
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“IL RICCIO” di MONA ACHACHE; FRA-ITA, 09. Renée è la classica portiera di un condominio di ricchi: grassoccia, unta, vecchiazza, acida; ma nasconde un segreto. Tratto dal forse sopravvalutato best seller “L’eleganza del riccio”, di Muriel Barbery, ne è una trasposizione sostanzialmente fedele. L’autrice del libro ha comunque rosicato, perché la regista-sceneggiatrice ha giustamente adeguato l’andamento della prosa alla scansione del film: le descrizioni verbali sono rese in asciutte traduzioni visuali, usando la scenografia e il montaggio. E’comunque ben presente l’aura di mistero che aleggia su questo sciatto donnone, che ha la complessa personalità che solo una grande attrice come Josiane Balasko poteva darle. La scelta della gestualità che è incarnata dall’attore, ricordiamolo, ancorchè relativa al suo talento, è sempre indicata dalla regia: per cui molto raramente si dà un’interpretazione di spessore, senza che ce ne sia una valida. Qui poi ne abbiamo altre due più che riuscite: la ragazzina e l’intellettuale giapponese; e anche le figurine di contorno, la famiglia della piccola, sono azzeccatissime. E’ un film che gioca con l’intellettuale complicità di chi si rifugia nella lettura come isola di grazia continua: una dimensione aperta, di tolleranza e di reciproca generosità;nonché dalla realistica considerazione della vita, nonostante le apparenze.
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[+] si rifugia nella lettura come isola di grazia
(di franco1944)
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vipera gentile
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mercoledì 13 gennaio 2010
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riccio o pesce rosso?
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Tratto dal libro “L’eleganza del riccio” della scrittrice francese Muriel Barbery, è sviluppato brillantemente dalla regista Mona Acache. Per una volta, il lettore non rimane deluso vedendo la storia sul grande schermo. La protagonista è una portinaia grassa e sciatta, Renè, che, all’interno del suo bugigattolo, legge libri di filosofia e di narrativa molto impegnativi ed è appassionata dei film del regista giapponese Ozu. Questo suo lato nascosto viene casualmente scoperto da una ragazzina che abita nel condominio, Paloma; intelligentissima e insofferente alla superficialità del suo ambiente sociale, è molto riservata e ha deciso di porre fine alla sua vita il giorno del suo compleanno perché si rifiuta di vivere in una boccia di vetro come il pesce rosso di sua sorella.
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Tratto dal libro “L’eleganza del riccio” della scrittrice francese Muriel Barbery, è sviluppato brillantemente dalla regista Mona Acache. Per una volta, il lettore non rimane deluso vedendo la storia sul grande schermo. La protagonista è una portinaia grassa e sciatta, Renè, che, all’interno del suo bugigattolo, legge libri di filosofia e di narrativa molto impegnativi ed è appassionata dei film del regista giapponese Ozu. Questo suo lato nascosto viene casualmente scoperto da una ragazzina che abita nel condominio, Paloma; intelligentissima e insofferente alla superficialità del suo ambiente sociale, è molto riservata e ha deciso di porre fine alla sua vita il giorno del suo compleanno perché si rifiuta di vivere in una boccia di vetro come il pesce rosso di sua sorella. Paragona Renè al riccio, il grazioso animaletto che si cela dietro a pungenti aculei. Frasi del film:
Paloma a Renè:“Lei sì che ha trovato il suo nascondiglio.” E ai genitori: “Voglio diventare una portinaia.” Il padre risponderà con distacco, ormai abituato alle stravaganze della figlia: “Noi ti appoggeremo senz’altro in questa tua scelta di vita.”
Ma il segreto di Renè viene scoperto anche da un nuovo inquilino, un ricchissimo giapponese che la corteggia con discrezione. Una sera, mentre escono per andare a un ristorante, incontrano un’inquilina che si rivolge a Renè dicendo:
“Molto piacere, signora.” E Renè allibita dice al suo accompagnatore:
“Non mi ha riconosciuta.”
E lui risponde:
“Perché non l’ha mai vista.”
In parte divertente, in p arte triste, inusuale per la nostra società che attribuisce più valore all’apparenza che ai contenuti. Da vedere.
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andyzerosettesette
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sabato 23 gennaio 2010
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ricerche femminili di un rifugio dal conformismo
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Un film ispirato a un best-seller va probabilmente giudicato in modo autonomo rispetto all'opera letteraria da cui prende le mosse, e del resto deve avere una sua dignità e autonomia artistica, tale da essere perfettamente fruibile anche da chi non abbia letto il romanzo. Il film dell'esordiente Achache raggiunge questo obiettivo, raccontando di fatto una storia di due donne diverse per età e posizione sociale ma accomunate dall'essere entrambe relativamente anticonformiste, perchè capaci di ritagliarsi uno spazio personale in un mondo che in qualche modo le ignora o le costringe a un ruolo sgradito, e di rifiutare qualsiasi clichè, in particolare quello della portinaia donna semplice e ignorante e quello dell'adolescente di buona famiglia viziata, priva di idee e valori e circondata solo di oggetti costosi e vacui.
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Un film ispirato a un best-seller va probabilmente giudicato in modo autonomo rispetto all'opera letteraria da cui prende le mosse, e del resto deve avere una sua dignità e autonomia artistica, tale da essere perfettamente fruibile anche da chi non abbia letto il romanzo. Il film dell'esordiente Achache raggiunge questo obiettivo, raccontando di fatto una storia di due donne diverse per età e posizione sociale ma accomunate dall'essere entrambe relativamente anticonformiste, perchè capaci di ritagliarsi uno spazio personale in un mondo che in qualche modo le ignora o le costringe a un ruolo sgradito, e di rifiutare qualsiasi clichè, in particolare quello della portinaia donna semplice e ignorante e quello dell'adolescente di buona famiglia viziata, priva di idee e valori e circondata solo di oggetti costosi e vacui. La vita di entrambe cambia, intensamente anche se per un breve periodo, in seguito all'incontro con l'unica persona che sceglie davvero di comunicare con loro e di approfondirne l'interiorità, e che non a caso è una persona "altra" nell'universo della borghesia parigina, un benestante giapponese appena trasferitosi nell'elegante condominio dove si svolge la vicenda.
La giovane incompresa supera in parte il suo disadattamento e ritrova il gusto della vita e della scoperta proprio quando la matura portinaia si libera della sua patina difensiva cominciando a vivere in un mondo che per una volta comincia ad accorgersi di lei, e i loro destini incrociati sono una sorta di passaggio di consegne. Il filo conduttore, suggerito dalla saggezza del giapponese Ozu, è la citazione letteraria da "Anna Karenina" sulle famiglie felici che si assomigliano tutte, mentre quelle infelici lo sono ciascuna a modo proprio: la famiglia della dodicenne Paloma è una di quelle (fintamente) felici e che dall'esterno sembrano assomigliarsi tutte, ma che in realtà nascondono varie forme di disagio (si pensi alla nevrosi della madre ossessionata dalla psicanalisi), mentre sia Renée sia Paloma vivono una personale infelicità esteriore, ciascuna a modo proprio, alla quale contrappongono come un rassicurante rifugio segreto l'esplorazione della propria interiorità, sotto forma di buone letture o di analisi filmate delle ipocrisie del genere umano.
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pipay
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giovedì 14 gennaio 2010
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dal vuoto alla ricchezza d'animo
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Un film dove tutto è sussurrato, quasi sottinteso. Un notevole contrasto di personaggi completamente diversi: la bambina che ha in mente di suicidarsi; la portinaia che vive nella solitudine del suo appartamento; l'inquilino giapponese che porta un soffio di novità e che vede il mondo con saggezza e con disincantata ironia. La regista, tuttavia, ha optato per un ritmo narrativo stucchevole, troppo lento, congeniale forse alla storia, utile a focalizzare atmosfere, interni di ambienti e stati d'animo particolari, ma che alla fine risulta poco funzionale e non giova al bilancio generale della vicenda. Però il film forse merita di essere visto, non foss'altro per quel senso di vuoto, di smarrimento che coglie quasi di sorpresa lo spettatore dopo l'incidente nel quale scomparirà uno dei personaggi (non dico apposta quale).
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Un film dove tutto è sussurrato, quasi sottinteso. Un notevole contrasto di personaggi completamente diversi: la bambina che ha in mente di suicidarsi; la portinaia che vive nella solitudine del suo appartamento; l'inquilino giapponese che porta un soffio di novità e che vede il mondo con saggezza e con disincantata ironia. La regista, tuttavia, ha optato per un ritmo narrativo stucchevole, troppo lento, congeniale forse alla storia, utile a focalizzare atmosfere, interni di ambienti e stati d'animo particolari, ma che alla fine risulta poco funzionale e non giova al bilancio generale della vicenda. Però il film forse merita di essere visto, non foss'altro per quel senso di vuoto, di smarrimento che coglie quasi di sorpresa lo spettatore dopo l'incidente nel quale scomparirà uno dei personaggi (non dico apposta quale). Proprio "grazie" a questa traumatica e repentina scomparsa, la storia acquista una valenza particolare e la vicenda entra nel nostro cuore e vi permane. Da un vuoto si genera così, paradossalmente, qualcosa capace di arricchirci l'animo.
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nick castle
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sabato 22 gennaio 2011
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stupendo!
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Unico e stupendo, un capolavoro. Mona Achache adatta per il grandissimo schermo un romanzo a quanto dicono abbastanza ordinario, modificandone alcuni aspetti in meglio (nel libro Paloma ripone i suoi pensieri in un diario, nel film usa una videocamera per filmare se stessa e gli altri) e mettendo in scena la storia con originalità, aiutata da un elegante fotografia e dalle calde musiche di Gabriel Yared. Mona, facendo tesoro di film come "Sesso, bugie e videotape" e "American beauty", riesce a unire due visioni, quella dello spettatore (in pellicola 35 mm) e quella della giovane-graziosissima protagonista (in video analogico Hi8, sgranatissimo), mantenendo un controllo formale tipico della pellicola anche sulle riprese in video, dove altri con meno arguzia, avrebbero dato vita a pasticci pseudo-sperimentali.
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Unico e stupendo, un capolavoro. Mona Achache adatta per il grandissimo schermo un romanzo a quanto dicono abbastanza ordinario, modificandone alcuni aspetti in meglio (nel libro Paloma ripone i suoi pensieri in un diario, nel film usa una videocamera per filmare se stessa e gli altri) e mettendo in scena la storia con originalità, aiutata da un elegante fotografia e dalle calde musiche di Gabriel Yared. Mona, facendo tesoro di film come "Sesso, bugie e videotape" e "American beauty", riesce a unire due visioni, quella dello spettatore (in pellicola 35 mm) e quella della giovane-graziosissima protagonista (in video analogico Hi8, sgranatissimo), mantenendo un controllo formale tipico della pellicola anche sulle riprese in video, dove altri con meno arguzia, avrebbero dato vita a pasticci pseudo-sperimentali. Un esordio ottimo, che di meglio non ci si potrebbe aspettare. La piccola Garance Le Guillermic meriterebbe un premio Oscar, così come la regista e il compostire Yared. Il più bel film francese degli ultimi tempi.
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nirvana
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sabato 15 gennaio 2011
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spinoso ed elegante
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Il film è raffinatissimo, la trama si spiega lentamente, accompagnata da una meravigliosa colonna sonora,e scopre e unisce due personaggi accomunati dalla profondità dei loro sentimenti in un mondo ricco freddo e borghese. La similitudine al riccio è bellissima, questo piccolo mammifero che si protegge con le sue spine e si nasconde nella sua tana è la metafora della solitudine della nostra società, ma con un risvolto positivo: sotto le gli aculei si nasconde un essero dolce, elegante e pronto ad amare!
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ilconterik
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martedì 28 giugno 2011
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un film diversamente elegante
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Il riccio non vanta una trama particolarmente brillante. La struttura è semplice, in parte forse prevedibile, e l’intreccio in sè non è particolarmente coinvolgente. I personaggi invece sono splendidi. Interpretati divinamente, realistici e credibili nella loro psicologia e nella loro rappresentazione su cellulosa.
Possiamo dunque ascrivere questo film alla categoria low concept, cioè a quel genere di pellicole che non punta su una trama intensa e piena d’azione, ma si concentra sulla profondità e sullo sviluppo dei personaggi.
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Il riccio non vanta una trama particolarmente brillante. La struttura è semplice, in parte forse prevedibile, e l’intreccio in sè non è particolarmente coinvolgente. I personaggi invece sono splendidi. Interpretati divinamente, realistici e credibili nella loro psicologia e nella loro rappresentazione su cellulosa.
Possiamo dunque ascrivere questo film alla categoria low concept, cioè a quel genere di pellicole che non punta su una trama intensa e piena d’azione, ma si concentra sulla profondità e sullo sviluppo dei personaggi. In parole povere, quel genere di film che se non sono sceneggiati a regola d’arte diventano inesorabili portatori di sbadigli.
Per fortuna, se siete familiari al genere, non è questo il caso de Il riccio. Se si esclude il primo quarto d’ora non si trovano mai inquadrature più lunghe del dovuto e non ci vorrà troppo tempo perchè i personaggi catturino la vostra attenzione.
Paloma (Garance Le Guillermic): è una bamina bizzarra, molto intelligente per la sua età (e in ogni caso più intelligente degli altri componenti della sua famiglia). E’ appassionata di disegno e ha l’abitudine di riprendere con la videocamera la strana giungla di persone che si aggirano nei suoi territori, arrecandole disturbo. E’ ossessionata dal bisogno di scoprire cosa sia la morte: non ne ha paura, crede anzi che sia ben diversa da come viene comunemente dipinta. Per questo sta cercando un modo elegante per farla finita.
Renée (Josiane Balasko): è la portinaia del condominio in cui vive Paloma e fa del suo meglio per rientrare nello stereotipo della “portinaia di condominio”, in modo da vivere il più possibile nell’anonimato e nell’indifferenza altrui. Non perchè realmente la desideri, ma dato che in ogni caso quello è il ruolo in cui la società la relega, è bene che gli altri la ignorino del tutto, così che lei possa vivere in santa pace nel suo microscopico alloggio con un grasso gatto sulle ginocchia. E’ di fatto il riccio della storia. Tenta di essere sgradevole nell’aspetto e nel carattere (tanto che non è mai stata in vita sua da una parrucchiera), ma cela dentro di sè un’eleganza e una cultura insospettabili: nessuno (gatto escluso) è mai entrato nel vano più nascosto del suo alloggio, in cui alberga la sua preziosissima e fornitissima biblioteca personale.
Kakuro Ozu (Togo Igawa): viene dal giappone ed è il nuovo padrone dello stabile, nonchè nuovo vicino di casa di Paloma. Insieme alla piccola, è l’unico che è riuscito a scorgere la vera Renèe dietro la folta coltre di aculei con cui si protegge. E’ un uomo elegante, di grande gentilezza e cortesia. Riveste un ruolo quasi idealizzato: è semplice, dolce e amichevole. E’ l’antitesi della borghesia parigina, elitaria e allo stesso tempo ottusa e volgare nel suo ostentare una superiorità intellettuale del tutto inesistente. In qualche modo sembra essere la “versione positiva” dell’uomo abbiente.
Gli attori interpretano le loro parti con grande efficacia, dal primo all’ultimo, con una particolare menzione per la giovane Garance Le Guillermic, che nonostante la sua età riesce a dar vita ad un personaggio complesso ed introverso.
Muriel Barbery, l’autrice del libro “L’eleganza del riccio” da cui il film è tratto, ha subito sottolineato (con toni poco garbati) che il film non rispecchia affatto il suo romanzo. Anche alcuni lettori lamentano il fatto che i personaggi fossero molto meglio caratterizzati nella versione cartacea della storia. In questo caso, temo che sia l’autrice sia i lettori non comprendano appieno che cosa significhi fare un adattamento cinematografico di un romanzo. Cinematografia e scrittura adottano linguaggi specifici che, sebbene abbiano alcuni punti di contatto, in alcuni caso viaggiano su binari contrapposti. La sceneggiatura ha delle particolari esigenze visive, che nel caso di storie come questa poco si adattano ai codici utilizzati in letteratura. Se così non fosse il film risulterebbe didascalico, tremendamente lungo e noioso. Inoltre, ciò che viene presentato nell’adattamento non può che essere il racconto filtrato dalla percezione soggetiva dello sceneggiatore (tralasciando il fatto che naturalmente sia per il libro che per il film, il tutto viene ulteriormente soggettivizzato dal lettore/spettaotore).
Al di là di questi aspetti, forse fin troppo relativistici, a me il film è piaciuto e spero che possa piacere anche a voi. Semplice e delicato, senza osare troppo, risulta piacevole alla visione. Il libro non l’ho letto ma mi sembra che i maligni sbaglino quando sostengono che, come suggerito dal titolo, il riccio in immagini abbia perso la sua eleganza. Al massimo lo definirei diversamente elegante.
Si attendono commenti da parte di chi il libro l’ha letto!
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francesco2
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martedì 11 gennaio 2011
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il film dal riccio non lo voglio, no!
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Non ho letto il libro da cui il film è tratto, anche se ne ho molto sentito parlare e mi è sorta curiosità di farlo. Ciò detto, l’opera vuole raccontare la storia particolare di una ragazzina particolare, che si è proposta una data per porre termine alla sua vita, forse perché annoiata, da buona figlia di intellettuali parigini, forse perché non capisce il senso della morte, forse per entrambi i motivi. Dall’altro lato, bisogna mettere in scena un racconto che abbraccia tre personaggi, le cui relazioni non sempre appaiono chiare ( Renée, per la ragazzina, potrebbe essere una vera madre, per quanto paradossalmente FIGLIA anche della sua intelligenza, che ha contribuito a valorizzarla? E col signore giapponese cosa c’è? Un’amicizia?Ma è plausibile, con un uomo che potrebbe essere tuo padre?) Queste “stranezze" sono l’unica risorsa quando la realtà è piatta e schematica, si nutre e contemporaneamente si svuota perché papà e mammà ospitano gli “Huiles”(Pezzi grossi) della buona borghesia, e il condominio, per quel poco che se ne capisce nel film, suscita invidia per quello dello “Spazio bianco’”).
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Non ho letto il libro da cui il film è tratto, anche se ne ho molto sentito parlare e mi è sorta curiosità di farlo. Ciò detto, l’opera vuole raccontare la storia particolare di una ragazzina particolare, che si è proposta una data per porre termine alla sua vita, forse perché annoiata, da buona figlia di intellettuali parigini, forse perché non capisce il senso della morte, forse per entrambi i motivi. Dall’altro lato, bisogna mettere in scena un racconto che abbraccia tre personaggi, le cui relazioni non sempre appaiono chiare ( Renée, per la ragazzina, potrebbe essere una vera madre, per quanto paradossalmente FIGLIA anche della sua intelligenza, che ha contribuito a valorizzarla? E col signore giapponese cosa c’è? Un’amicizia?Ma è plausibile, con un uomo che potrebbe essere tuo padre?) Queste “stranezze" sono l’unica risorsa quando la realtà è piatta e schematica, si nutre e contemporaneamente si svuota perché papà e mammà ospitano gli “Huiles”(Pezzi grossi) della buona borghesia, e il condominio, per quel poco che se ne capisce nel film, suscita invidia per quello dello “Spazio bianco’”). Un’interpretazione (Veramente?) azzardata: for quando Paloma filma non è solo per REGISTRARE (Come succede, ho letto, nel libro), ma anche per INVENTARE, costruire un film personale, una sorta di piccolo-grande “Le petit Nicolas”, che non è un vero e proprio diario, dato che riflette la snsibilità di un ragazzino. Ma è questo il primo, tragico limite del film: la telecamera di Paloma (Nome spagnolo per una francese, cosa che accresce la sua “Doppia-identità” di ragazzina già-adulta) non cattura nulla ,è un registratore vuoto ed amorfo, come a volte i suoi disegni. Come al cento per cento anodine sono le scene in cui parla la Balasko (Renèe, RINATA, si intitola il suo personaggio, nome che illustra il DURANTE Del film ma non il (Quasi) dopo, cioè la MORTE): servono solo a farci solidarizzare con lei, ma non aggiungono nient’altro, anche se nessuno pretende che una ragazza di ventotto anni somigliasse a Sodersbergh (Il quale, comunque, con “Sesso, bugie e videotape” era un debuttante). In questa retorica sui poveracci incompresi si inseriscono spunti curiosi come la musica giapponese nel bagno, o la storia del pesce (Che alla fine verrà salvato), ma è il co(n)testo in sé che non funziona, data anche la superficialità con cui si analizzano (?)personaggi di contorno come la sorella. Si aggiunga poi il finale ultra –retorico (Renéé, la RINATA, MUORE proprio quando la stavano apprezzando, e la ragazzina che aveva simulato più volte la morte ora la vedrà in faccia.) Ma per favore!........Lei è morta cercando di salvare un tipo che, non si è capito bene perché, stava attraversando la strada, e, sentenzia Paloma, ciò che conta è che lei s ia morta mentre stava facendo del bene. Poi, paradossi del caso, la sua morte si è verificata proprio quando aveva ridato vita proprio al malcapitato pesce.
Con buona pace di chi accusi Jeunet di buonismo, la sua Amélie, sicuramente più grande, (Come età, e non solo)…….ci annoia molto di meno nel (Ri) scoprire sé stessa, cercando di uscire dal guscio soffrendo ed aiutando gli altri che si trovano in difficoltà.
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mitzuko
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mercoledì 13 gennaio 2010
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come perdere l'occasione per fare un bel film.
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Vedendo il film dopo avere letto il bellissimo racconto della Barbery si capisce subito perché lo abbia disconosciuto. Svuotato completamente del significato originale e scritta la sceneggiatura prendendo si e no una decina di pagine a caso del libro, il film risulta completamente incomprensibile a ci lo vede senza conoscerne la storia. Privo di dialoghi completi e pieno di perdite di tempo che non volgono ad alcun significato, come le attese per seguire la dodicenne a riempiere di inchiostro i disegni sul muro, si fa fatica a non annoiarsi. L'unico motivo che si può avere per vedere questo film è di constatarne lo scempio.
[+] se leggere il libro e poi vedere il film.....
(di seanpenn1966)
[ - ] se leggere il libro e poi vedere il film.....
[+] da vedere
(di simonetta)
[ - ] da vedere
[+] convengo con mitzuko
(di il modesto)
[ - ] convengo con mitzuko
[+] se mai constatare il regalo
(di maria)
[ - ] se mai constatare il regalo
[+] titolo perfetto
(di asfodelo)
[ - ] titolo perfetto
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