Il riccio

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Un film di Mona Achache. Con Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet.
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Titolo originale Le hérisson. Drammatico, durata 100 min. - Francia, Italia 2009. - Eagle Pictures uscita martedì 5 gennaio 2010. MYMONETRO Il riccio * * 1/2 - - valutazione media: 2,75 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Debutto con uno straordinario tris di protagonisti Valutazione 3 stelle su cinque

di Great Steven


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lunedì 11 agosto 2014

 
IL RICCIO (FR, 2009) diretto da MONA ACHECHE. Interpretato da JOSIANE BALASKO – GARANCE LE GUILLERMIC – TOGO IGAWA – ARIANE ASCARIDE – ANNE BROCHET § Renée, portinaia introversa e scontrosa di un elegante palazzo parigino, è una donna colta, appassionata degli amanti di Tolstoj e delle sorelle Munekata di Ozu. Ha cinquantaquattro anni, un gatto e un segreto doloroso mai rivelato. L’arrivo di monsieur Kakuro Ozu, elegante, raffinato e ricco giapponese dal cuore nobile, e la disarmante intelligenza di Paloma, figlia undicenne di genitori ottusi estremamente matura per la sua tenera età e con tendenze suicide, eluderanno le spine e scopriranno “l’eleganza del riccio”. Allo stesso modo, la guardiola di Renée diventerà per Kakuro e Paloma un luogo di sospensione e altrove in cui riparare e pescare “un sempre nel mai”. Perde “l’eleganza” nel titolo e diventa un film il caso letterario del 2007, che vanta ristampe, premi letterari e centinaia di migliaia di copie vendute. Il riccio, della debuttante Mona Achache che sfida l’immaginario dei lettori, incarnando sullo schermo i personaggi letterari di Muriel Barbery e il suo racconto intimo, chiuso in un condominio e in atmosfere di acceso lirismo. La generosità narrativa dell’autrice cede il passo nella pellicola a una sorta di diario intrinseco analogo a quello redatto dalla Paloma letteraria e mutuato in immagini attraverso l’impiego ossessivo e ripetuto di una vecchia videocamera che filma tutte le immagini domestiche, dalla sorella irritabile al pesce rosso che finisce nel gabinetto, dal padre assente che rincasa dal lavoro alla madre scialba impegnata in compiti culinari. Diretto da una regista esordiente non ancora trentenne che ha adattato il fortunato best-seller pubblicato nel 2004, questo film è uscito in Italia fra le onde di una polemica della sopravvalutata autrice che l’ha accusato di tradimento. L’opera, però, migliora il romanzo, lo asciuga, è più compatto e scorrevole. Benché un po’ rozza nella regia, la giovane Achache tira discretamente a campare. Gli dà l’acqua della vita l’ispida Balasko, che sa rendere la sua portinaia indolente, risolutamente solitaria e terribilmente elegante. Attrice attiva e assidua dal 1973, guidata da registi di enorme successo commerciale ma anche da autori (Polanski, Leconte, Berri, Téchiné, Hubert), ha scritto, diretto e interpretato quattro film di cui in Italia fu distribuito soltanto Peccato che sia femmina. Ma anche le interpretazioni di Igawa e della piccola Le Guillermic valgono il prezzo del biglietto e impreziosiscono il film di una coppia assorta, ben congegnata e diligente: il giapponese rappresenta con onore e orgoglio patriottico un signore molto ben distinto, che ama la cucina del suo paese e legge scorrevolmente i romanzi russi, pur amando anche il gioco degli scacchi e il cinema della sua nazione nativa, mentre la giovane francese si staglia sullo sfondo nitido e tutt’altro che opaco della scenografia per un’intelligenza sopraffina, un acume sublime e tutto sommato anche una tenerezza ingarbugliata eppure emergente e presente in tutte le sue manifestazioni d’affetto che rimangono sempre sotto le righe. Gli altri personaggi rimangono purtroppo in ombra e non hanno grosse occasioni di esprimersi al meglio delle loro potenzialità, ma il trio dei protagonisti è eccellente nell’offrire la bellezza della proiezione in sala di un’opera prima che fa parlare di sé per una squisita leggiadria, un distinto senso della morte e della sopravvivenza, un’accurata dissertazione sulle sensazioni umane più nascoste e velate e infine per una tradizionale esposizione delle musiche e della colonna sonora che nei film francesi più o meno di ogni epoca raffigura un elemento silenzioso ma pur sempre indispensabile, che innesca emozioni a catena per la sua semplicità maestosa. 

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