La stella che non c'è

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Un film di Gianni Amelio. Con Sergio Castellitto, Ling Tai, Angelo Costabile, Hiu Sun Ha, Catherine Sng, Enrico Vanigiani, Roberto Rossi, Chungqing Xu, Biao Wang, Jian-yun Zhao, Qian-hao Huang, Xiu-feng Luo, Xian-bi Tang, Lin Wang.
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Drammatico, durata 104 min. - Italia 2006. uscita venerdì 8 settembre 2006. MYMONETRO La stella che non c'è * * * - - valutazione media: 3,00 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

La Cina di Amelio "Grigia e spaventosa"

di Natalia Aspesi La Repubblica

Gianni Amelio con il suo La stella che non c'è, primo dei due film italiani in concorso, accolto da otto minuti di applausi alle prime proiezioni, porta alla Mostra una Cina mai vista prima, soprattutto nei film cinesi: quella che il cinquantenne manutentore napoletano disoccupato Sergio Castellitto attraversa alla ricerca di una sua Shangri-La, di quella ormai per lui mitica acciaieria che ricostruita chissà dove con gli altiforni smantellati della Ilva di Bagnoli ormai chiusa, nasconde un difetto pericoloso, che solo lui crede di poter eliminare.
Ispirato a "La dismissione" di Ermanno Rea, il film di Amelio ha commosso critica Internazionale e pubblico, e anche il vicepresidente del Consiglio e ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli che ieri mattina alle 8 si è messo in fila con gli spettatori trascinando anche il suo staff. «Lo volevo vedere a tutti i costi e non potevo aspettare la presentazione ufficiale perché alla festa della Margherita a Caorle mi attende un probabile incontro con Berlusconi (poi saltato, ndr)». Ha definito il film «possente, trascinante», e il regista lo ha ricambiato complimentandosi per la nuova legge sul cinema che gli pare perfetta. Vincenzo Buonavolontà (Castellitto) trova il suo Virgilio nella studentessa-interprete Liu Hua (l'esordiente ventenne Tai Ling) e con lei inizia un viaggio che è una discesa all'inferno nel cuore dell'immenso paese delle contraddizioni, comunista e consumista, ricchissimo e miserevole, all'avanguardia e retrogrado: dai lussuosi grattacieli di vetro di Shanghai con i suoi uffici eleganti, simbolo di una società opulenta, in treno sino alla città di Wuhan dove vivono 8 milioni di persone e ancora troneggiano gigantesche statue di Mao, lungo lo Yangsi sino a Chongqing, 13 milioni di abitanti, con gli spaventosi grattacieli da 70 piani dove s'ammassano anche l2mila inurbati in cerca di lavoro, in pullman al villaggio di Yinchuan, dove ancora i contadini sopravvivono coni loro piccoli commerci artigianali, in camion a Baotou dove finalmente Castellitto trova il gigante siderurgico costruito con i resti dell'acciaieria napoletana e riesce a consegnare il suo prezioso marchingegno: il viaggio è finito, e Castellitto, più bravo dei solito, che sino a quel momento ha mostrato un viso febbrile, chiuso, un po'folle, può finalmente sorridere e piangere.
Chi è Vincenzo? «È uno di quei cinquantenni solitari che si ritrovano di colpo senza il lavoro cui hanno appassionatamente dedicato tutta la vita. Ha la tempra di certi capitani di ventura del passato che partivano verso l'ignoto, ma anche di un mio nonno semianalfabeta che a vent'anni partì da solo per l'Argentina e si costruì una nuova esistenza». Da ragazzo Amelio ha avuto la sua fase maoista e a Hong Kong dove era andato a girare la sua prima pubblicità, si comprò il Libretto Rosso, in cinese, per essere più rigoroso. La distruttiva rivoluzione culturale gli sembrava un'idea esaltante: se lui di origine contadina era diventato un intellettuale, perché gli intellettuali non dovevano diventare contadini? «Oggi la Cina è soffocata da un sistema burocratico duro, dittatoriale, su cui si è installato il peggio del capitalismo a scapito della vita dei lavoratori. Dovunque abbiamo girato i cieli erano grigi, nebbiosi, impenetrabili, a causa dell'inquinamento a livelli spaventosi. Abbiamo visto il sole solo quando abbiamo raggiunto la Mongolia interna. Tutta la troupe prima o poi si è ammalata, di dissenteria e altro».
Tre mesi di sopralluoghi, nove settimane di riprese, un tempo infinito per superare le vane commissioni di controllo, che noi chiameremmo di censura. «Non volevano che girassimo nelle acciaierie di Chongqing, che sono uno dei luoghi più spaventosi della terra, dove le donne fanno da mangiare tra i miasmi velenosi e i bambini scalzi e abbandonati girano tra i detriti dell'acciaio: poi abbiamo ottenuto il permesso, con i soliti angeli custodi gelidi che assistevano alle riprese. Con un trucco siamo riusciti a ricostruire queste scene ma temevamo che poi i vari controllori ci avrebbero chiesto, anzi consigliato gentilmente, di eliminarle. Invece quello strazio non ci ha colpiti per niente, si vede che ci sono abituati». Un altro momento sconvolgente dei film è quando Castellitto e la ragazza cinese s'inerpicano sulle scale del grattacielo slabbrato e cadente, vero brulicante alveare umano, in cui in ogni loculo vive una famiglia, c'è un laboratorio, si svolge un commercio, esercita una prostituta. Non hanno protestato? «Hanno insistito perché togliessimo la frase "hanno costruito grattacieli ma non gli ascensori", che offendeva il loro concetto di progresso. Però non l'abbiamo fatto e si sono rassegnati. Sono stati invece implacabili nel far togliere le mascherine antinquinamento alle comparse, perché davano un'immagine secondo loro offensiva della loro gloriosa industrializzazione. Poi sono riuscito a filmare le operaie vere che anche fuori dalla fabbrica non si tolgono la mascherina».
Ovunque la macchina da presa riprende i meravigliosi bambini cinesi sempre soli, come abbandonati, e a un certo punto da un televisore, spunta una biondina di tre anni: « È Alma, la figlia del mio figlio adottivo albanese, che avevo scelto per interpretare "Lamerica". Si è sposato e ho finito per adottare tutta la sua famiglia, che è diventata la mia: sono appena nate due gemelline che ho lasciato inquieto nell'incubatrice in ospedale. Ma l'evento inaspettato che mi ha sconvolto la vita è un altro. Io ho fatto tutte le esperienze che volevo, non ho lasciato nulla d'intentato, ma desideravo un altro tipo di amore. E infatti mi sono innamorato come non mai della ragazzina cinese dei mio film, che come tanti attori ha un bisogno tattile verso il suo regista, e mi stava vicino, e mi toccava. Io mi sono avvicinato a lei con cautela, ma ho 61 anni, e Tal Lirig 21, è un vuoto di vita ed esperienze che neppure l'amore può colmare. Così ho deciso di fuggire e di limitarmi a fare il nonno e di far crescere le mie nipotine. Questa esperienza interrotta ha cambiato anche il mio modo di lavorare, mi ha fatto capire il valore della tenerezza, mi ha suscitato un senso più materno che paterno verso i personaggi, verso gli attori di questo mio ultimo film».
Da La Repubblica, 6 settembre 2006


di Natalia Aspesi, 6 settembre 2006

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