A. O. Scott
The New York Times
Con Bobby, Emilio Estevez – autore della sceneggiatura, regista e interprete – si è posto un obiettivo enorme e onorevole. È giusto dirlo. Se le intenzioni contano qualcosa, Estevez è da ammirare. Ha cercato, attraverso tante storie che si intrecciano casualmente, di riprodurre un sentimento collettivo. Con un cast di una ventina di pesi massimi ha provato a catturare la combinazione di ansia, rabbia, speranza e idealismo che si suppone caratterizzasse gli Stati Uniti nel 1968. Tutta l'azione si svolge nell'Hotel Ambassador di Los Angeles dove, il 4 giugno di quell'anno, fu assassinato Robert Kennedy. Ma la galleria di star finisce per distrarre più che convincere, e anche se la regia alla Altman dà al film una certa fluidità, non è così fluido l'intrecciarsi delle storie che rende tutto più simile a L'inferno di cristallo – se non a un episodio di Fantasilandia – che a Nashville. Solo alla fine del film, quando si sente un commovente discorso di Bob Kennedy si ha per un attimo la visione del film che Estevez avrebbe voluto realizzare e che noi avremmo voluto vedere.
Da Internazionale, 19 gennaio 2007