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“Ho sceso, dandoti il braccio, milioni di scale, non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.” da Satura di Eugenio Montale
Davide e Ursula non potrebbero essere più diversi. Ursula è una ragazza non vedente, tosta di carattere e determinata nelle sue scelte. Vive da sola in un palazzo della periferia romana e lavora come educatrice in un centro per ragazzini in difficoltà.
Davide Lancia, figlio di un potente palazzinaro romano, è un giovane architetto cresciuto tra agiatezza e privilegi. Il padre è indispettito perché lo considera immaturo e senza carisma.
Sembrerebbero destinati a non incontrarsi mai, troppo distanti i loro mondi.
E invece, a volte accadono piccoli miracoli e la strada di una giovane donna cieca di un quartiere povero può finire per incrociarsi con quella di un rampollo dell’alta borghesia.
Nel giorno del suo compleanno, stanco che il figlio non sappia cosa fare della sua vita, il padre lo mette alla prova affidandogli l’abbattimento e la ricostruzione di un primo palazzo in una zona di periferia che presto verrà riqualificata, generando una grande speculazione edilizia.
Il compito non sembra difficile: il progetto del nuovo condominio extra-lusso c’è già e i quasi tutti i condomini sono già stati convinti ad accettare l’offerta economica per vendere all’immobiliare i vecchi appartamenti.
Quasi tutti, manca solo Ursula, per nulla intenzionata a vendere e abbandonare il suo appartamento e la palazzina che conosce centimetro per centimetro, cosa che gli permette di vivere da sola.
L’incontro con Davide, destinato a cambiare le vite di entrambi, sarà inizialmente rocambolesco e problematico. Tra bugie e inganni, sorprese e colpi di scena, impareranno pian piano a conoscersi.
Piccolo miracolo potrebbe iniziare con “c’era un volta”, perché, alla fin fine, è una favola dei nostri giorni, anche se, in questo caso, è il principe che viene salvato da Cenerentola. Ursula insegna a Davide a guardarsi dentro, a non accontentarsi della banalità delle cose materiali, a guardare il mondo con uno sguardo nuovo capace di sentire oltre che vedere, anteponendo i bisogni degli altri alla propria vanità.
Come ha detto il regista Guido Chiesa, al centro della storia “c’è la dicotomia tra vedere e non vedere, tra la cecità fisica di Ursula e quella emotiva di Davide, chiusa tra la superficialità del suo sguardo e il non sapere ascoltare.”
L’altra dicotomia del racconto è quella tra centro e periferie con i piani urbanistici dei quartieri periferici guidati dalla speculazione edilizia, dagli abusi e dalla corruzione per arricchire i soliti noti, senza un reale progresso sociale. Ma Davide, ora in grado di guardare alla vita in modo diverso, sarà in grado di opporsi al padre e contrastare i suoi affari lucrosi.
Dopo il notevole Per amore di una donna, potente epopea famigliare che racchiude quasi un secolo di storia di una famiglia ebrea, Guido Chiesa torna alla commedia con questa favola sociale che si fa apprezzare per la gentilezza e la misura con cui caratterizza la narrazione. Non alza mai i toni, racconta la disabilità di Ursula con delicatezza e rispetto, senza cercare il ricatto emotivo. C’è un uso efficace del sonoro che mette in evidenza i suoni minori e i rumori di strada associandoli alla percezione di Ursula, quasi una rappresentazione sensoriale della vita quotidiana.
In uno dei ruoli più difficili da interpretare per un attore, Greta Scarano è semplicemente fenomenale, costruisce un personaggio vero e credibile, fragile e forte nello stesso tempo. Riesce a dare corporeità alla cecità, a far percepire allo spettatore le difficoltà quotidiane e le sensazioni che vive un non-vedente.
Marco D’Amore, in un ruolo per lui insolito, lontano dalla spietatezza del Ciro di Gomorra, completa efficacemente la coppia al centro della storia con una interpretazione asciutta e senza fronzoli ma molto efficace.
Come nel racconto del Piccolo Principe di Antoine de Saint‑Exupéry, grazie ad Ursula, Davide imparerà che “l’essenziale è invisibile agli occhi”, e le vere pupille, anche se hanno bisogno di un braccio per scendere le scale, sono quelle che “sentono” prima di “vedere”.
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