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“Perché tu sei il mio migliore amico, te lo dico, che sei speciale e quando siamo insieme
il mondo è capovolto, di colpo nulla è più banale, nulla è più banale.” Jure al cane Marlowe
Vicino al confine più remoto del nordest, a una manciata di chilometri sia dall’Austria che dalla Slovenia, c’è il vecchio paesino minerario di Cave del Predil. Quando la miniera era ancora in funzione il borgo aveva 15000 abitanti, dopo la chiusura si è svuotato, ora ci vivono poche centinaia di persone, quasi tutte anziane.
Tra loro Petra e Jure, due fratelli squattrinati che vivono in una roulotte e campano di lavoretti improvvisati. Due ragazzi emarginati, l’unico legame loro rimasto è con la madre, malata di Alzheimer, che vive in una casa di riposo. Sono molto uniti, inseparabili, anche se non potrebbero essere più diversi.
Petra è fredda e tagliente come il paesaggio circostante, istintiva e irascibile, vulcanica e mai doma.
Jure è un ragazzo dolce e buono, candido come la neve, di un’ingenuità disarmante.
Sono stanchi di quella vita senza prospettive, di prendere continuamente schiaffi in faccia.
Si avvicina il Natale ma il clima natalizio non li sfiora minimamente. Sognano di andar via, di scappare da quel “buco di culo di paese” - usando il gergo di Petra - dove si sentono intrappolati. Ma vivono di espedienti, alla giornata, fanno fatica anche a mettere insieme pranzo e cena. Devono racimolare soldi, tanti soldi. Non bastano i lavoretti, gli intrallazzi con il sottobosco della criminalità di provincia, le scommesse clandestine sulle sfide di power slap. All’improvviso sembra presentarsi la grande occasione: è stato smarrito il cagnolino Marlowe e i proprietari promettono una lauta ricompensa. Che per Petra significa un riscatto, anzi, un ricatto. Naturalmente nulla andrà per il verso giusto. La vicenda prende una piega inaspettata con un effetto domino di colpi di scena e un’escalation di sorprese, tra spacciatori senza scrupoli, bizzarri babbi natale impersonati da detective improvvisati e sfide grottesche a suon di schiaffi.
Nella parte finale il tono ironico e tragicomico da commedia amara di provincia vira verso il noir, al candore della neve si affiancano sfumature “nere” e venature crime, quasi da thriller.
Ma Petra e Jure, pur scalcagnati e derisi, presi a schiaffi dalla vita, sono pur sempre i nostri (anti)eroi, e come tali, ce la faranno. L’ultimo schiaffo sarà, per l’appunto, l’ultimo.
Dodici anni dopo quell’autentico gioiello che è stato Zoran il mio nipote scemo, seguito da un decennio di serie televisive, il regista friulano Matteo Oleotto torna in sala ripartendo dai canoni dell’esordio e da quello sguardo affettuoso sui perdenti di provincia, su chi non ce l’ha fatta ed è rimasto indietro. Ieri Zoran e Paolo Bressan, oggi Petra e Jure. Uno sguardo che ricorda molto quello di Carlo Mazzacurati, e non è un caso che il territorio sia lo stesso, un paesaggio inscindibile dai suoi personaggi. Quel microcosmo del nordest che pulsa umanità, con i suoi magnifici perdenti che, malgrado tutto, resistono e non si arrendono alle avversità della vita. Personaggi surreali che non diventano mai macchiette, piuttosto, come è stato scritto, delle “marionette tragiche”con una dimensione umanissima e poetica.
E come con Rok Prašnikar, interprete di Zoran, anche questa volta Oleotto ha scovato due attori poco conosciuti, Adalgisa Manfrida e Massimiliano Motta, che hanno dato vita a due interpretazioni superlative. Adalgisa Manfrida alla Festa del Cinema di Roma è stata giustamente premiata come “Attrice rivelazione dell’anno”. Tutto il cast, però, si è dimostrato all’altezza, compresi i personaggi minori, ben calibrati e amalgamati sia nella sceneggiatura che nelle interpretazioni.
Ispirato dai paesaggi innevati e dai personaggi strampalati di Fargo dei fratelli Coen, Ultimo schiaffo è sicuramente uno dei film italiani più originali e innovativi della stagione. Quello di Oleotto è un cinema sghembo, difficilmente etichettabile. Il regista goriziano ha una freschezza cinematografica assai rara nel panorama italiano. Non si può non sottolineare la cura e la qualità di ogni aspetto, come la splendida fotografia, con quell’azzurrognolo “livido” che domina i volti e i paesaggi, facendoci sentire il freddo pungente e l’asprezza del paesaggio, o l’originale colonna sonora con brani classici di Rossini, Verdi e Mascagni alternati alle musiche folk originali di Luca Ciut.
Dopo Zoran abbiamo aspettato 12 anni per l’opera seconda, confidiamo che l’attesa per la terza sia molto più breve.
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