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lizzy
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domenica 24 maggio 2026
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se son rose...
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Antonio Albanese è come il buon vino (rosso): invecchiando migliora.
Se agli inizi egli era interessante come artista ironico e pungente, pur se assolutamente nonsense (io adoro il nonsense: sono nata con Cochi e Renato, Enzo Jannacci e altri mostri sacri come loro), con l'andare del tempo si è rivelato anche fine osservatore del mondo che lo circonda.
Certo un mondo fatto di acqua (dolce), di provincie (sonnacchiose), di vie laterali, di edilizia popolare, di personaggi di tutti i giorni.
Ma se, appunto, prima tendevo a vedere l'Albanese come un artista secondario, dopo l'eccellente prova ne "L'Intrepido", di Gianni Amelio, ho capito la vera caratura dell'uomo ed ho rivalutato tutta la sua carriera vedendola da tutt'altra prospettiva.
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Antonio Albanese è come il buon vino (rosso): invecchiando migliora.
Se agli inizi egli era interessante come artista ironico e pungente, pur se assolutamente nonsense (io adoro il nonsense: sono nata con Cochi e Renato, Enzo Jannacci e altri mostri sacri come loro), con l'andare del tempo si è rivelato anche fine osservatore del mondo che lo circonda.
Certo un mondo fatto di acqua (dolce), di provincie (sonnacchiose), di vie laterali, di edilizia popolare, di personaggi di tutti i giorni.
Ma se, appunto, prima tendevo a vedere l'Albanese come un artista secondario, dopo l'eccellente prova ne "L'Intrepido", di Gianni Amelio, ho capito la vera caratura dell'uomo ed ho rivalutato tutta la sua carriera vedendola da tutt'altra prospettiva.
Albanese è "uno di noi" e "parla come mangia".
I personaggi di "Lavoreremo da grandi" sono gli stessi sfigati che possiamo trovare appresso porta, individui che popolano i sobborghi delle città o i paesini più sperduti, Gente senza arte nè parte sempre in cerca di una futile rivalsa che, comunque, non arriverà mai e sempre intenti a cercare di sbarcare il lunario, in un modo o nell'altro.
Sono totalmente in disaccordo con altri commenti che ho letto che riducono questo film ad un opera sbilenca e che cercano di deviare l'attenzione su tutta la trama puntando il dito su cose come il presunto titolo errato (eppure anche se non tutti i protagonisti un lavoro non lo hanno anche il Battiston / Idraulico non sembra proprio un lavoratore provetto...) non andando oltre il proprio naso come vista dell'opera.
Come ha scritto qualcuno "Se non hai profonde basi culturali non puoi apprezzare certe gemme di questo film" e io aggiungo volentieri "Se non hai mai vissuto la provincia italiana, specialmente quella di certi laghi del Nord Italia, non puoi capire appieno la portata evocativa e realistica di questo film".
Qua non siamo davanti a solo quattro "desperados": la stessa figlia dell'Umberto, il rapper col doppio nome, lo schizzinoso Bebo e tutti gli altri sono persone irrisolte in cerca non tanto di autore, ma di un "happy ending" che probabilmente non arriverà mai.
Anche la escort sui generis: nemmeno lei riesce a gestire bene il lavoro che fa alla fine dei conti...
E forse il più fortunato e allegro di tutti è proprio lo stralunato Mathias che, psicolabile ed in preda costantemente ai fumi dell'alcol, vive in un limbo mistico e sereno fregandosene di quel che gli capita attorno (perchè un ebete non capendo nulla vive, appunto, felice in ogni momento della sua esistenza!).
Qua le situazioni finalmente diventano veramente comiche: lo stesso Gigi che sbarca all'inizio del film, aprendolo incoscientemente, e che si limita a fare solo presenza col corpo collassato, strappa più di una risata nei vari momenti che è tirato in causa, pur non facendo proprio nulla se non metterci "la presenza".
Così come lo scoppiettante scambio di battute fra Albanese e Battiston, coppia perfetta per lo scopo, fa sganasciare dal ridere più di poche volte.
Sicuramente non siamo di fronte certi atteggiamenti ironici molto trash stile "cinepanettone", e a volte bisogna calarsi nei panni dei vari personaggi per capire l'ironia della situazione, oltre che fare riferimento alle proprie conoscenze culturali in generale, ma io sono riuscita a ridere spesso e volentieri durante il film, cosa che ormai mi viene difficile vedendo certi stupidi lavori cinematografici spacciati per "comici" e che di comico non hanno quasi mai nulla.
Qua viene sceneggiata la vera vita di tutti i giorni. Si perchè se a qualcuno certe situazioni possono sembrare impossibili o improbabili io stessa ho vissuto e/o sono stata testimone di ben peggio.
L'incoscienza di chi torna a casa alticcio, il cercare di riparare ad un danno creando danni ancora più grandi, le incomprensioni sociali e culturali che sfociano in dialoghi incredibilmente surreali, le conoscenze "strambe", gli stessi vigili urbani che diventano sempre più petulanti in maniera inversamente proporzionale alla grandezza del borgo dove operano...
Ho conoscenze con figli ben peggiori di quelle dell'Umberto e con madri anche più invasive di quella del Beppe.
E di "Mathias" ne conosco diversi, non solo un paio.
Insomma: Antonio Albanese per me si avvia a diventare un vero "Mostro Sacro" nella storia dello spettacolo in Italia, alla stregua di un Proietti o di un Verdone (anche se quest'ultimo ultimamente sembra abbia esaurito la carica creativa eccezionale di un tempo e che viva di quel semplice manierismo scontato che permette ad artisti del suo calibro di non finire in uno squallido e povero "dimenticatoio", ma di arrivare alla pensione con una certa dignità...).
Anche perchè, proprio come i due succitati "big", egli propone una comicità ruspante e verace e legata alla vita di tutti i giorni e non si inventa nulla di strano per far ridere o semplicemente per far riflettere: egli ci sbatte in faccia la realtà. E, come tutti voi ben dovreste sapere, spesso... la realtà supera di gran lunga la fantasia!
Antonio, per te le rose sono veramente fiorite ormai.
Per Mathias invece si consiglia un viaggio a Lourdes (stupenda la scena finale con lui che.... va beh, non parlo per non spoilerare!).
Ottimo film che mi ha regalato qualche ora di allegria spudorata.
Lo consiglio a tutti i puri di cuore, ma non ai finti snob...
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gabriella
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martedì 10 febbraio 2026
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l''equilibrio dei vuoti
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C'è un mondo che sfuma, quella provincia raccontata prima da Carlo Mazzacurati e più recentemente da Francesco Sossai che con le "Le città di pianura "ne ha documentato la mutazione antropologica di un territorio, quasi a voler salvare dall'oblio volti e mestieri non più utili al progresso, protagonisti che si muovono tra le macerie di quel mondo, e c'è un filo conduttore che unisce il cinema dei due registi veneti, la poetica del margine. E in questo contesto si unisce e si colloca l'ultimo film di Antonio Albanese, che è anche un tentativo di recuperare quella tenerezza nel raccontare, come in questo caso, la notte brava di quattro "pasticcioni" che rappresentano quella commedia umana di perdenti , dove si ride delle loro sventure, ma con un pò di amarezza.
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C'è un mondo che sfuma, quella provincia raccontata prima da Carlo Mazzacurati e più recentemente da Francesco Sossai che con le "Le città di pianura "ne ha documentato la mutazione antropologica di un territorio, quasi a voler salvare dall'oblio volti e mestieri non più utili al progresso, protagonisti che si muovono tra le macerie di quel mondo, e c'è un filo conduttore che unisce il cinema dei due registi veneti, la poetica del margine. E in questo contesto si unisce e si colloca l'ultimo film di Antonio Albanese, che è anche un tentativo di recuperare quella tenerezza nel raccontare, come in questo caso, la notte brava di quattro "pasticcioni" che rappresentano quella commedia umana di perdenti , dove si ride delle loro sventure, ma con un pò di amarezza. Tre sessantenni, che vivono in un borgo sul lago D’Orta, Umberto, musicista fallito, con due matrimoni falliti alle spalle, Beppe, un idraulico che vive ancora con la madre, Gigi che ha appena ereditato da una vecchia e ricca zia , soltanto una collezione di trucchi e parrucche, vanno a recuperare Tony, il figlio di Umberto, all’uscita dal carcere dal quale entra ed esce continuamente e per festeggiare la ritrovata libertà, vanno a bere al bar del paese, solo che sulla strada del ritorno, l’auto investe qualcosa o qualcuno. Da qui ha inizio una serie di intoppi e situazioni surreali, che si intrecciano nell’arco di una notte. Albanese dirige senza fretta, lascia che la situazione degeneri con quella naturalezza assurda che era tipica del compianto regista padovano, ed è anche dove si avverte di più la sua presenza ( qui si percepisce che il linguaggio che li accomuna non è solo artistico, ma condivisione di amicizia e rispetto reciproco), dove il tragico e il comico si danno il cambio senza avvisare, dove emerge la solidarietà tra “ultimi”e il lago che fa da sfondo, che avvolge quella notte stramba , rendendola quasi onirica. Albanese ama raccontare la provincia, , gli piace indugiare sul paesaggio , momenti in cui la narrazione si ferma e lascia parlare solo l’acqua. I personaggi di Albanese sono dei naufraghi che da soli andrebbero alla deriva, ma insieme formano una specie di zattera umana con la quale riescono a galleggiare, nessuno rinfaccia all’altro i propri fallimenti, tutti si accettano come pezzi difettosi, che però incastrati tra di loro in qualche modo riescono a funzionare. Così come funziona la coppia Albanese Battiston, il primo con le sue nevrosi e le sue ansie, l’altro con una fisicità imponente e quella malinconia negli occhi. E’ un film che ti dà una pacca sulla spalla e ti dice che tutto sommato va bene anche così, non bisogna prendersi troppo sul serio, alla fine. Forse qualche minuto in più, a mio avviso avrebbe giovato, rimane un qualcosa che non so definire, di irrisolto, proprio come i personaggi.
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jonnylogan
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martedì 2 giugno 2026
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dopo cento domeniche
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Albanese, regista, attore e autore di quest'ultima pellicola, torna dietro la macchina da presa per la settima volta e a soli tre anni di distanza dal precedente Cento Domeniche (id.; 2023). Questa volta per narrare una storia ambientata nei suoi luoghi d’origine e solo all'apparenza più leggera. Perché se nella sua ultima fatica era l'inganno della società capitalista, sotto forma di un dissesto di un istituto bancario, a piegare i sogni di un uomo come tanti e con lui la sua vita fin dalle fondamenta. Questa volta sono i declivi del Lago d'Orta che in maniera rurale e dolce, esattamente come le sue acque, accolgono le storie di una serie di personaggi che calzano alla perfezione sulle spalle dei membri del cast.
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Albanese, regista, attore e autore di quest'ultima pellicola, torna dietro la macchina da presa per la settima volta e a soli tre anni di distanza dal precedente Cento Domeniche (id.; 2023). Questa volta per narrare una storia ambientata nei suoi luoghi d’origine e solo all'apparenza più leggera. Perché se nella sua ultima fatica era l'inganno della società capitalista, sotto forma di un dissesto di un istituto bancario, a piegare i sogni di un uomo come tanti e con lui la sua vita fin dalle fondamenta. Questa volta sono i declivi del Lago d'Orta che in maniera rurale e dolce, esattamente come le sue acque, accolgono le storie di una serie di personaggi che calzano alla perfezione sulle spalle dei membri del cast. Per sé stesso Albanese si riserva il ruolo di Umberto, un compositore di musica, con ben due divorzi alle spalle, che vive con l'illusione di aver salvaguardato i legami con entrambe le ex coniugi. E con due figli con i quali ha creato un rapporto decisamente sui generis a cominciare da Toni, interpretato dal venticinquenne Niccolò Ferrero già consumato attore di cinema, TV e soprattutto teatro, nei panni di un pregiudicato da poco scarcerato e che tratta il padre come fosse un amico. Beppe interpretato da Giuseppe Battiston, idraulico schiacciato dalla personalità materna, con la quale vive in simbiosi. E infine Gigi, un disoccupato interpretato da Nicola Rignanese che, ubriaco per tutto il corso della pellicola, ha da poco scoperto che una zia milionaria non gli ha lasciato nulla in eredità.
Tutti i protagonisti "se la raccontano" cercando soprattutto di raccontarla a tutti coloro che incontrano. Ma sarà una semplice notte di bagordi che virerà inaspettatamente verso un lato più noir che li costringerà a vedersi per quello che in realtà sono, obbligandoli a rimettere i piedi nuovamente e saldamente sulla terra: Da Umberto che spera sempre di poter finalmente "svoltare" e riprendersi in mano la sua vita. A Toni che in attesa di processo fa finta di nulla. A Beppe che cerca di giustificare il motivo per il quale vive ancora, da over 50, con una madre che lo tratta alla stregua di un semplice adolescente.
Una pellicola dal ritmo lento, che ha il problema di essere un mix anomalo fra un regolamento di conti fra vecchi amici e un possibile incidente stradale che poteva essere sfruttato decisamente meglio ai fini della narrazione. Un peccato per un film che con qualche piccolo accorgimento avrebbe potuto impreziosire ulteriormente il cv di uno degli autori più interessanti del nostro panorama.
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fabrizio friuli
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martedì 2 giugno 2026
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quattro uomini e un " morto che cammina "
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Un compositore decaduto, un idraulico, un truffatore e un tizio che si veste da donna sono i protagonisti di una storia che sembra essere tragica, poiché credono di essere i responsabili dell' omicidio di un uomo che loro stessi conoscono (oppure conoscevano) e quindi, devono riuscire ad evadere da una brutta situazione prima di finire nei guai, per giunta, uno di loro è stato recentemente rilasciato dalle autorità, ma è improbabile che soggetti come loro, siano in grado di sopravvivere in un penitenziario.
Lavoreremo da Grandi è una commedia italiana del celebre Antonio Albanese, che ha lavorato sia come regista che come attore, ed è stato affiancato da Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero e Giuseppe Battiston, che hanno rivestito i ruoli dei personaggi principali del film, e nessuno di loro è stato deludente, ma il film stesso risulta essere appartenente a quella categoria di film che possono essere visti solamente una volta, per poi essere dimenticati, perché non ci sono delle battute divertenti, non c'è una storia originale e ci sono anche dei personaggi che, fortunatamente, appaiono solamente in una singola scena : l' altra figlia del protagonista (interpretato dallo stesso Antonio Albanese), caratterizzata da una certa bellezza ma soprattutto da un caratteraccio che la rende orribilmente antipatica e dal suo fidanzato, l' ennesimo " rapper " italiano che si limita soltanto a scimmiottare i cosiddetti " rapper americani ".
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Un compositore decaduto, un idraulico, un truffatore e un tizio che si veste da donna sono i protagonisti di una storia che sembra essere tragica, poiché credono di essere i responsabili dell' omicidio di un uomo che loro stessi conoscono (oppure conoscevano) e quindi, devono riuscire ad evadere da una brutta situazione prima di finire nei guai, per giunta, uno di loro è stato recentemente rilasciato dalle autorità, ma è improbabile che soggetti come loro, siano in grado di sopravvivere in un penitenziario.
Lavoreremo da Grandi è una commedia italiana del celebre Antonio Albanese, che ha lavorato sia come regista che come attore, ed è stato affiancato da Nicola Rignanese, Niccolò Ferrero e Giuseppe Battiston, che hanno rivestito i ruoli dei personaggi principali del film, e nessuno di loro è stato deludente, ma il film stesso risulta essere appartenente a quella categoria di film che possono essere visti solamente una volta, per poi essere dimenticati, perché non ci sono delle battute divertenti, non c'è una storia originale e ci sono anche dei personaggi che, fortunatamente, appaiono solamente in una singola scena : l' altra figlia del protagonista (interpretato dallo stesso Antonio Albanese), caratterizzata da una certa bellezza ma soprattutto da un caratteraccio che la rende orribilmente antipatica e dal suo fidanzato, l' ennesimo " rapper " italiano che si limita soltanto a scimmiottare i cosiddetti " rapper americani ".
La storia invece si basa sul fatto che loro, sono convinti di aver ucciso una persona che poi, si ritrovano davanti, confusa che poi sviene misteriosamente e credono che sia morto davvero, ma in realtà non è morto, quindi, a causa di questo personaggio, gli altri ne combinano di tutti i colori per salvare le loro reputazioni, dato che sono già dei cosiddetti " sfigati " o falliti : il primo protagonista lavora come compositore, ma risulta essere poco capace ed ha perfino una moglie infedele, dalla quale si è separato, il secondo protagonista lavora come idraulico ma vive ancora con una madre pedante, il terzo protagonista avrebbe dovuto ricevere un' eredità da una zia deceduta, ma gli sono rimaste soltanto delle parrucche o anche dei trucchi e dei vestiti che lui stesso usa, come quel soggetto che si camuffava per ottenere la pensione della madre deceduta, e l' ultimo protagonista è un truffatore che ha appena finito di scontare la sua pena.
La conclusione è la seguente : Lavoreremo da grandi ha il pregio di essere formato da un cast attoriale più che sufficiente, però, ha tanti difetti che lo rendono un film facilmente dimenticabile.
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