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pippo
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lunedì 30 marzo 2026
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quando la giustizia sbaglia e non chiede scusa
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Nella miniserie Portobello non è soltanto la ricostruzione rigorosa dei fatti a colpire, ma la capacità della regia di Marco Bellocchio di insinuarsi nelle crepe emotive e morali di una vicenda che appartiene tanto alla cronaca quanto alla coscienza civile del Paese.
La narrazione si muove con precisione quasi chirurgica, evitando sia la retorica sia il sensazionalismo, mentre l’interpretazione di Fabrizio Gifuni restituisce un Enzo Tortora di straordinaria complessità: mai ridotto a simbolo, sempre profondamente umano. È proprio in questa tensione tra documento e interpretazione che la serie trova la sua forza, riuscendo a rendere tangibile l’assurdità di un meccanismo giudiziario che, in alcuni momenti, assume contorni apertamente kafkiani.
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Nella miniserie Portobello non è soltanto la ricostruzione rigorosa dei fatti a colpire, ma la capacità della regia di Marco Bellocchio di insinuarsi nelle crepe emotive e morali di una vicenda che appartiene tanto alla cronaca quanto alla coscienza civile del Paese.
La narrazione si muove con precisione quasi chirurgica, evitando sia la retorica sia il sensazionalismo, mentre l’interpretazione di Fabrizio Gifuni restituisce un Enzo Tortora di straordinaria complessità: mai ridotto a simbolo, sempre profondamente umano. È proprio in questa tensione tra documento e interpretazione che la serie trova la sua forza, riuscendo a rendere tangibile l’assurdità di un meccanismo giudiziario che, in alcuni momenti, assume contorni apertamente kafkiani.
Viene naturale chiedersi se un formato da miniserie documentaria avrebbe potuto amplificarne ulteriormente l’impatto, soprattutto in un’epoca dominata da prodotti ibridi tra fiction e realtà. Una scelta del genere avrebbe forse reso ancora più accessibile e immediata una vicenda che, per una parte consistente del pubblico più giovane, resta sconosciuta o appena sfiorata nei libri di storia.
Ma ciò che distingue davvero Portobello dall’ennesimo racconto giudiziario è la sua natura profondamente politica e civile. Non siamo di fronte a una trama costruita per intrattenere: siamo davanti a un frammento autentico della storia italiana, uno di quei momenti in cui il sistema mostra le sue crepe più pericolose. È il racconto di come la giustizia, quando smarrisce il proprio equilibrio, possa travolgere un individuo senza mai restituirgli davvero ciò che gli è stato sottratto, nemmeno quando l’errore viene riconosciuto.
In filigrana emerge anche il ruolo della stampa, ieri come oggi: un potere capace di orientare, deformare, talvolta manipolare l’opinione pubblica attraverso fughe di notizie e narrazioni parziali. Ed è forse proprio qui che la serie trova la sua attualità più inquietante.
Portobello non è solo un’opera riuscita: è un’opera necessaria. Una di quelle che dovrebbero circolare di più, essere discusse, diventare patrimonio condiviso. Perché ricordare, in questo caso, non è un esercizio di memoria, ma un atto di responsabilità.
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jonnylogan
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sabato 28 marzo 2026
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dove eravamo rimasti?
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Marco Bellocchio, , non ha mai provato per il casto Tortora particolare empatia, portandone comunque in scena tutta la parabola umana e riuscendo a esplorarne quegli anfratti che affondano le radici nel ricordo collettivo, esattamente come quattro anni or sono aveva saputo ripercorrere gli anni di Piombo attraverso la vita dell’onorevole Moro. Impiegando questa volta la potenza narrativa della storia processuale per raccontare a chi non c’era, o per rievocare, per chi era presente, cosa accadde nel bel mezzo del decennio più pop della nostra penisola. Ricreando un fatto di cronaca kafkiano, e che richiama non a caso ‘Il Processo’, con un uomo di successo nazionale la cui vita venne sconvolta come un fulmine a ciel sereno.
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Marco Bellocchio, , non ha mai provato per il casto Tortora particolare empatia, portandone comunque in scena tutta la parabola umana e riuscendo a esplorarne quegli anfratti che affondano le radici nel ricordo collettivo, esattamente come quattro anni or sono aveva saputo ripercorrere gli anni di Piombo attraverso la vita dell’onorevole Moro. Impiegando questa volta la potenza narrativa della storia processuale per raccontare a chi non c’era, o per rievocare, per chi era presente, cosa accadde nel bel mezzo del decennio più pop della nostra penisola. Ricreando un fatto di cronaca kafkiano, e che richiama non a caso ‘Il Processo’, con un uomo di successo nazionale la cui vita venne sconvolta come un fulmine a ciel sereno. Arrestato fra le mura di casa, con un trattamento che richiamava quello riservato ai criminali che lo avevano accusato.
Fabrizio Gifuni, già visto sempre diretto dal regista Piacentino proprio in Esterno Notte (id.; 2022), passa dalla figura dello statista originario di Maglie al volto nazional – popolare del rassicurante Enzo Tortora. Replicandone posture, toni di voce ma non le fattezze, che vengono immediatamente accantonate da chi osserva la prova monumentale alla quale l’attore ci permette di assistere. Come in un dramma epico si assiste al successo che ne decreta l’apice professionale, l’arresto, la condanna processuale e pubblica, costruita sulla base di confessioni spontanee e insinuazioni di pregiudicati e pentiti. Aggiungendo alla narrazione i dietro le quinte. I momenti di solitudine di un uomo clamorosamente finito nel tritacarne mediatico non per le sue abilità di presentatore ma per via di un arresto che rivisto a distanza di anni ha ancora dell’incredibile.
Senza giudicare o fornire una chiave di lettura per quel che accadde al personaggio e all’uomo, Bellocchio aggiunge alla vicenda umana una pletora di villain incarnati sia dagli accusatori, tra i quali si staglia la figura di Lino Musella, attore teatrale capace di tratteggiare la schizofrenia di Giovanni Pandico, il principale accusatore di Tortora, ma anche coloro che, dal lato delle istituzioni, decisero di porre una serie di giudizi morali sull’uomo ancor prima che sul caso.
Una serie che merita di essere vista perché sa appassionare fino all’ultima inquadratura, anche se se ne conosce l’epilogo narrativo. Una serie che pensiamo avrà vita semplice anche oltre i nostri confini, grazie alla medesima potenza narrativa, tecnica e recitativa di un cast e un regista che hanno saputo restituire dignità a un uomo ingiustamente e prematuramente giudicato colpevole.
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