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melania
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domenica 10 maggio 2015
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superficiale
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No,devo dire che il film non mi è piaciuto molto,tutto è rappresentato in forma superficiale,non dice nulla di nuovo,il dolore della protagonista non tocca il cuore dello spettatore,quantomeno il mio,perchè sembra artefatto e non convince.Sono andata a vedere questo film con molte aspettative ma sono rimasta delusa
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brian77
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venerdì 8 maggio 2015
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torna all'antico...
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Jennifer Aniston fa per 100 minuti la faccia triste e si contorce come un bambino che finge di star male per non andare all'asilo. Questa interpretazione risibile è ai suoi occhi la prova d'attrice che finora era mancata alla sua carriera... Spero torni a fare quel tipo di commedie in cui dimostra qualche indubbia qualità, e non si butti anche lei in questi film orrendi che gli attori americani scambiano spesso per "artistici" solo perché permettono di puntare a qualche sciagurato Oscar. Film pessimo, e prova mediocrissima della Aniston. Misteriosamente uscito nelle sale italiane: vediamo quanto incassa...
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eugenio
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domenica 22 febbraio 2015
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agrodolce commedia sul dolore della vita
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Cake, un termine inglese per indicare una torta, qualcosa di dolce, ci verrebbe in mente, una zuccherata piacevolezza golosa. Questo verrebbe alla mente dello spettatore quando si appresta a entrare in contatto con un nuovo film. Pensieri sparsi intinti di uno zuccheroso sentimentalismo nascondono per antifrasi, un film amaro, dove il dolore permea ogni incavo della pellicola.
Uscirà nelle sale dal 26 marzo ma il nuovo dramma di Daniel Barnz, debuttato dal festival del cinema di Toronto, già appassiona per l’intensa interpretazione della struccata, arrabbiata, depressa, dal corpo segnato da cicatrici, Jennifer Aniston, irriconoscibile in un ruolo drammatico, lei conosciuta soprattutto per commedie (come dimenticare la serie televisiva Friends? E l’oramai divenuto classico “Ti odio, ti lascio, ti.
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Cake, un termine inglese per indicare una torta, qualcosa di dolce, ci verrebbe in mente, una zuccherata piacevolezza golosa. Questo verrebbe alla mente dello spettatore quando si appresta a entrare in contatto con un nuovo film. Pensieri sparsi intinti di uno zuccheroso sentimentalismo nascondono per antifrasi, un film amaro, dove il dolore permea ogni incavo della pellicola.
Uscirà nelle sale dal 26 marzo ma il nuovo dramma di Daniel Barnz, debuttato dal festival del cinema di Toronto, già appassiona per l’intensa interpretazione della struccata, arrabbiata, depressa, dal corpo segnato da cicatrici, Jennifer Aniston, irriconoscibile in un ruolo drammatico, lei conosciuta soprattutto per commedie (come dimenticare la serie televisiva Friends? E l’oramai divenuto classico “Ti odio, ti lascio, ti..”), combattuta nel suo dilaniarsi tra farmaci e droga per lenire quel dolore cronico, conseguenza di un terribile incidente.
L'ex signora Pitt, imbruttita e con le occhiaie per l’occasion, si libera dai canoni sexy della ninfomane di “Come ammazzare il capo e come ammazzare il capo 2”, divenendo tutt’uno con la camera da presa che con spirito analitico la segue in ogni sua azione quotidiana,studiandone i movimenti e rilevando con precisioni chiurgica il declino psicologico di una donna ossessionata da un passato che la distrugge giorno dopo giorno.
Il suo ruolo in Cake è quello di Claire, donna resa da un tragico incidente tanto fragile e sofferente nel corpo, quanto indurita nello spirito. L'unica persona che la sopporta ancora è Silvana (Adriana Barraza), la donna che l'aiuta in casa e l'accompagna, all'occorrenza anche a procurarsi in Messico gli antidolorifici con cui combatte il suo dolore cronico. La vita della protagonista si complica ancora di più quando inizia ad essere ossessionata, in sogni e allucinazioni, da Nina (Anna Kendrick), ragazza morta suicida che faceva parte del suo stesso gruppo di supporto per persone affette da dolore cronico. Claire decide di andare a conoscere il marito della giovane donna (Sam Worthington), che come lei è in cerca di risposte. L’incontro con il figlio di lui e lo scontro con i demoni del suo passato, costringerà la giovane donna a rivedere le sue scelte, optando per una crescita che prima che sentimentale non potrà che dirsi spirituale,vincendo le remore di un trascorso poco illustre e ineabriandosi in un futuro ignoto e chissà, forse diverso pur se doloroso.
E’ un viaggio quello di Claire, un viaggio che la protagonista è tenuta a compiere sia metaforicamente (con il significato di una rinascita che tarda avenire come rimozione di un lutto troppo grande) che fisicamente: insieme ai suoi viaggi in macchina, rigorsamente sdraiata insieme alla governante che in qualche modo la assiste calmandola dalle sue paturnie e dai suoi incubi (magistrale, in in gioco di luci azzurro-verdil la scena della acqua-terapia dove il divenire del flusso diviene quasi elemento di non ritorno nei torbidi sogni di Claire) noi spettatori ci muoviamo in un universo quasi intimo, tocchiamo con mano la bellezza di un dolore duro e aspro che non vorremmo mai che ci accadesse.
Un dolore da cui è possibile guarire solo con la forza d’animo e l’accettazione e l’emblematico riporsi in posizione eretta di Claire forse ci fa ricordare che la vita che poi fa così male, dopotutto, val la pena che sia vissuta.
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(di no_data)
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