Gangs of New York

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Un film di Martin Scorsese. Con Leonardo DiCaprio, Daniel Day-Lewis, Cameron Diaz, Liam Neeson, John C. Reilly.
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Drammatico, durata 168 min. - USA 2002. MYMONETRO Gangs of New York * * * - - valutazione media: 3,22 su 74 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

La mannaia e la provvidenza sul popoloso villaggio Valutazione 4 stelle su cinque

di Great Steven


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lunedì 7 ottobre 2019

GANGS OF NEW YORK (USA, 2002) diretto da MARTIN SCORSESE. Interpretato da LEONARDO DICAPRIO, DANIEL DAY-LEWIS, CAMERON DIAZ, LIAM NEESON, BRENDAN GLEESON, JOHN C. REILLY, JIM BROADBENT, HENRY THOMAS, GARY LEWIS
Dal 1846 al 1863, a Manhattan. Scorsese lo descrisse così: «è la storia di un ragazzo che cerca un padre e di un padre che desidera un figlio, sullo sfondo della Frontiera che diventa città, del western che diventa un gangster movie, con in più un tocco di Guerra Civile e di abolizione della schiavitù. Tutto in un film!». Sceneggiato da Jay Cocks, Steven Zaillian e Kenneth Lonergan, dal libro (1928) di Herbert Asbury. Sintesi estetica e ideologica di trent’anni di cinema, è il film più politico di Scorsese e, malgrado le sue analogie con l’opera lirica, il più storico nel suggerire che il cuore di tenebra della nazione statunitense è impregnato fin nei più reconditi recessi di sangue, tribolazione, violenza, paura, odio razziale. Per quanto riguarda le sue fonti culturali, è il suo film più europeo (Shakespeare specialmente, Dickens, Hugo, ecc.), ma anche un’appassionata meditazione sul cinema del passato, coinvolgendo il pensiero di maestri quali Griffith, Fuller, Sternberg e Visconti. È il suo film meno cattolico e più laico (o precristiano?) nel suo transfert dagli emigrati italiani agli irlandesi. Nella stratificata contaminazione di mitologia fantastica e documentazione storica (i draft riots contro la coscrizione obbligatoria sul servizio militare che nel 1863 misero a fuoco Manhattan), è infine il suo film più coraggioso e attuale sul piano sociologico. In postproduzione lo dovettero tagliare parecchio, in quanto il primo director’s out durava quasi quattro ore. Dramma edipico sull’identità dei cittadini di un paese di orfani in cui s’imprime il simbolo ufficiale degli USA – l’aquila sull’occhio vitreo, dunque cieco, di Bill il Macellaio. Nonostante l’audacia della messinscena, risulta una pellicola antropologica imperfetta e ricca di bagliori che rappresenta probabilmente il capolavoro mancato del più grande regista americano vivente. Affrontando però dapprima i connotati del messaggio che la vicenda intende lanciare, non va dimenticato che alla base v’è una storia assai interessante che aiuta a veicolare l’importante morale politica ed educativa di fondo: sedici anni dopo la morte del padre, Priest Vallon, sacerdote a capo della famiglia spirituale dei Conigli Morti, immigrati acerrimi nemici dei Nativi, capitanati da William Cutting (il summenzionato Bill il Macellaio), Amsterdam Vallon ritorna nei luoghi dove si svolse quell’epica battaglia assetato di vendetta e determinato a fare giustizia contro il Macellaio, colui che eliminò suo padre. Frequentando i bassifondi e venendo a contatto con banditi e gente dei quartieri poveri dei Five Points, fa amicizia con Johnny Sirocco e assolda la simpatia di Jenny Everdeane, scaltra borseggiatrice ingaggiata molto tempo prima da Cutting. Fingendosi amico di quest’ultimo, Amsterdam lo accompagna negli scontri con la polizia e nei tentativi di repulisti etnici per le strade dei Five Points e nel frattempo medita il momento migliore per tendergli un agguato, ma quando tale momento si presenta, ad Amsterdam le cose si rovesciano a suo estremo sfavore. Marchiato a fuoco dal temibile avversario, l’intrepido giovane organizza una nuova battaglia contro la Federazione Americana dei Nativi raccogliendo tutti gli oppositori a tale setta, proprio nel periodo in cui le autorità legislative della metropoli concordano i termini delle votazioni presidenziali e istituiscono la leva coercitiva per continuare il conflitto di Secessione. Ne esce un’ecatombe senza precedenti che dura quattro giorni, nei quali New York City viene costantemente bombardata e perde moltissimi abitanti. Amsterdam riesce a vendicarsi, e non perde Jenny, che si è innamorata di lui ed è ricambiata. Un kolossal dalle enormi aspettative che finisce per bastare a sé stesso e si realizza per tre quarti, poiché l’ultimo quarto rimane irrisolto per via della troppa violenza e di un simbolismo teso all’esagerazione e all’accumulazione. Ma in compenso le interpretazioni offrono un ampio quadro di respiro fenomenale su una struttura robusta che contiene in sé più di un elemento epico: DiCaprio impiega la mistura di impegno e passione nel recitare i ruoli che già allora gli riusciva abituale; Day-Lewis interpreta un antagonista tanto malvagio quanto istrionico, e fra tutti i personaggi inventati dalla trama è senza dubbio quello più storicamente verosimile; la Diaz fa la ladra di portafogli per i vicoli newyorkesi col piglio dell’attrice furba, un po’ irriverente ma tagliata per una parte non semplice; Gleeson si cala nei panni dello sceriffo McGinn con simpatica avversione per chi tiranneggia gli indifesi; Neeson, troppo sacrificato in un esordio stringato che non gli rende giustizia, è comunque un esempio di padre guerriero valido anche come carattere in un’opera della settima arte; Reilly impersona con efficacia il traditore Happy Jack Mulraney evidenziando il passaggio da fedele servitore di Priest Vallon a poliziotto in combutta con le forze eversive; e infine J. Broadbent  si fa valere nei panni di William Tweed, futuro senatore degli Stati Uniti e numero uno dell’associazione democratica Tammany Hall, determinato anch’egli ad arginare il potere in rapida ascesa dei Nativi. Nessuna forzatura ideologica, pesante qua e là a causa di una ridondanza musicale e immaginifica, riluttante a raffigurare un percorso di crescita collettiva condiviso senza rilevanti incidenti. Ricco di sequenze da antologia e popolato da battute taglienti e ardimentose. Prodotto da Alberto Grimaldi e Harvey Weinstein e distribuito dalla Fox. Fotografia di Michael Balthaus, scene di Dante Ferretti, costumi di Sandy Powell e colonna sonora di Howard Shore.

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