Casinò

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Un film di Martin Scorsese. Con Robert De Niro, Sharon Stone, Joe Pesci, James Woods, Frank Vincent.
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Titolo originale Casino. Drammatico, durata 180 min. - USA 1995. MYMONETRO Casinò * * * 1/2 - valutazione media: 3,59 su -1 recensioni di critica, pubblico e dizionari.
   
   
   

Irene Bignardi

La Repubblica

“Mandare avanti un casinò è come svaligiare una banca senza poliziotti in giro.” Così parlò Sam “Ace” Rothstein, o, meglio, il suo modello nella realtà, Frank “Lefty” Rosenthal, ras di Las Vegas, dove il suo impero durò un decennio, dalla metà degli anni settanta alla metà degli anni ottanta: un piccolo gangster approdato alla capitale del gioco nel 1968 e diventato a poco a poco il ricchissimo e potentissimo direttore di quattro casinò, il marito di una bellissima ragazza con un passato di cali giri, il proprietario di una casa da un milione di dollari (di allora), e l’uomo celebre in tutto il Nevada per le innovazioni che aveva portato nel mondo del gioco. Ma purtroppo anche l’amico di amici non del tutto irreprensibili, afflitto da una pericolosa sete di potere. Morale: una caduta rovinosa, manovrata dai boss mafiosi che erano i padroni occulti di Las Vegas.
Martin Scorsese, che in tutta la sua carriera di regista -compreso l’episodio apparentemente anomalo di L’età dell’innocenza - è sempre stato affascinato dall’antropologia delle tribù irregolari, dai meccanismi dell’ambizione, dai gusto del potere, dall’arte della sopraffazione organizzata, ha trovato in Lefty un personaggio che sembra aver vissuto per lui, e in Las Vegas il perfetto laboratorio per le dinamiche della cupidigia. Senza alcuna timidezza per il fatto che Lefty è ancora vivo e vegeto (vive in Florida, a Boca Raton). Anche perché il personaggio, prima di diventare il protagonista del suo film Casinò, si è già ritrovato (consenziente) al centro dell’omonimo bel romanzo-inchiesta di Nicholas Pileggi, l’autore di Quei bravi ragazzi, a cui il film si è ispirato.
“Las Vegas era una città senza memoria. Il posto dove si andava per riprovarci. Era la città americana dove la gente andava dopo un divorzio, dopo una bancarotta, dopo un soggiorno anche breve in galera. Era la destinazione finale per quelli che guidano attraverso mezzo continente in cerca dell’unico lavaggio macchine della morale della nazione.” Vale la pena di sgomberare il campo dalla sensazione di déjà vu. La Las Vegas di Scorsese non ha nulla a che spartire con quella kitsch di Showgirls né con quella tutta pathos di Mike Figgis. I casinò, di cui Scorsese racconta l’etologia con la precisione di un grande reporter, sono il territorio di una nuova tribù di bravi ragazzi, più tirati a lucido e sofisticati, ma non meno feroci, e tuttavia diversissimi da quei pasticcioni che cucinavano spaghetti tra una strage e un’esecuzione.
Il “morality play” di Casinò ha per protagonista il dio denaro e per tema l’inevitabile caduta che comporta la corsa senza regole al potere. Tanto più che a gareggiare sono due amici, Ace, “cervello” del gruppo e facciata rispettabile del mondo del gioco, e Nicky Santoro, braccio (e pistola), rispettivamente Bob De Niro e Joe Pesci, impegnati in un duetto magistrale di nevrosi ed elettricità. Tra i due, Sharon Stone nel ruolo dell’ex cali giri Ginger McKenna, moglie dell’uno pur non amandolo (benché travolta da una pioggia di amore e d’oro) e amante dell’altro per sfizio (e così imprevedibilmente brava da essere giustamente candidata a un Oscar, che si sarebbero meritati in verità anche il regista, il film, gli interpreti di sesso maschile e parecchi altri contributi).
Dice giustamente Pileggi che i casinò, nel mondo moderno, sono l’unico luogo in cui si possono vedere fisicamente grandi quantità di denaro nelle sue forme di carta, metallo, fiches. E Scorsese racconta con tutto il ritmo della sua montatrice Thelma Schoonmacher la complessa gestione di queste montagne di dollari (che finiscono dalle luci dei casinò nelle cucine e nelle botteghe piccolo-borghesi dei vecchi del clan mafioso). Ma Ace ha qualcosa di Gatsby: il denaro, che insegue forsennatamente, è io strumento per conquistare qualcosa di più importante, come il potere e l’amore di Ginger, che lo tradirà invece, doppiamente, con l’amico.
Su questo antieroe malato di malinconia Scorsese fa un film “epico”, commentato da una pluralità di voci e di punti di vista che invitano lo spettatore a guardare ma non a farsi prendere emotivamente. E che è coloratissimo, inaspettatamente divertente, qualcuno dirà un po’ lungo (dura tre ore): un grande ritorno al mondo scorsesiano delle “mean streets’. Tra i momenti indimenticabili, la soggettiva della cocaina aspirata attraverso una cannuccia: sintesi di un inedito senso dell’umorismo che spezia un film travolgente.
Da Irene Bignardi, Il declino dell’impero americano, Feltrinelli, Milano, 1996


di Irene Bignardi, 1996

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