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renato volpone
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lunedì 30 gennaio 2012
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la cattiveria che ti fa sentire diverso
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Il film racconta della cattiveria più intima, quella che umilia, che ti penetra dentro, che ti uccide senza permetterti di morire, racconta dei falsi sorrisi, dell'ipocrisia, del "tutto per bene" che nasconde il marcio più inenarrabile, lo racconta con grande delicatezza, ma anche con decisione senza lasciare respiro, anzi un respiro si, quello della speranza, quello di un aiuto che cambia il mondo. Racconta dei neri d'America, racconta della segregazione razzista, ma racconta anche di come si possa isolare il proprio simile solo perchè è diverso o perchè la pensa diversamente, e quando non ci si conforma a come si viene emarginati. Racconta del coraggio, del mettersi in gioco nonostante tutto, del non aver niente da perdere, del darsi, del donarsi per gli altri, sia nel bene, sia nella cattiveria, nel donare un abbraccio d'amore al figlio del nemico, racconta di come si può cambiare il mondo cominciando dall'amare chi in fondo ha bisogno di smettere di stringere i denti.
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Il film racconta della cattiveria più intima, quella che umilia, che ti penetra dentro, che ti uccide senza permetterti di morire, racconta dei falsi sorrisi, dell'ipocrisia, del "tutto per bene" che nasconde il marcio più inenarrabile, lo racconta con grande delicatezza, ma anche con decisione senza lasciare respiro, anzi un respiro si, quello della speranza, quello di un aiuto che cambia il mondo. Racconta dei neri d'America, racconta della segregazione razzista, ma racconta anche di come si possa isolare il proprio simile solo perchè è diverso o perchè la pensa diversamente, e quando non ci si conforma a come si viene emarginati. Racconta del coraggio, del mettersi in gioco nonostante tutto, del non aver niente da perdere, del darsi, del donarsi per gli altri, sia nel bene, sia nella cattiveria, nel donare un abbraccio d'amore al figlio del nemico, racconta di come si può cambiare il mondo cominciando dall'amare chi in fondo ha bisogno di smettere di stringere i denti. E' un urlo prolungato, elegante, strozzato che racconta di quanto anche noi possiamo fare per cambiare le cose, di come basta poco per dare molto, di come non si deve piangersi addosso, ma osare, osare e lottare per conquistare e conservare la democrazia e la libertà. Assolutamente da non perdere
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filippo catani
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giovedì 26 gennaio 2012
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lotta per l'emancipazione
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Nel razzista Mississipi tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60 quasi tutte le famiglie "bene" dispongono di una cameriera di colore. Queste donne si occupano praticamente di tutto in casa ma soprattutto di crescere i bambini. Una giovane giornalista anticonformista le aiuterà a svelare le umiliazioni che subiscono ma anche aneddoti irriverenti in un libro.
Il film è davvero molto forte e assai ben recitato. Intanto il regista riesce a spaziare tra una serie variegata di emozioni; non solo il dramma delle condizioni delle donne di colore ma anche aneddoti assolutamente divertenti quasi esilaranti. La storia sicuramente mira a distruggere il finto perbenismo che tanto permeava (e permea) gli Stati Uniti specie al Sud.
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Nel razzista Mississipi tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60 quasi tutte le famiglie "bene" dispongono di una cameriera di colore. Queste donne si occupano praticamente di tutto in casa ma soprattutto di crescere i bambini. Una giovane giornalista anticonformista le aiuterà a svelare le umiliazioni che subiscono ma anche aneddoti irriverenti in un libro.
Il film è davvero molto forte e assai ben recitato. Intanto il regista riesce a spaziare tra una serie variegata di emozioni; non solo il dramma delle condizioni delle donne di colore ma anche aneddoti assolutamente divertenti quasi esilaranti. La storia sicuramente mira a distruggere il finto perbenismo che tanto permeava (e permea) gli Stati Uniti specie al Sud. Come detto splendida l'interpretazione del cast praticamente tutto al femminile che riesce a emozionare lo spettatore. Speriamo che questo film riesca ad aggiudicarsi qualche preziosa statuetta che sarebbe più che meritata.
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linus2k
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domenica 12 febbraio 2012
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quando si dice "raccontare bene una bella storia"
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Stasera ho recuperato dopo tanto la dimensione più classica e diretta del cinema, quello dei film che raccontano storie, e le raccontano bene, credibili, reali, sincere, umane.
"The help" è un gran bel film, non un film colossal, non effetti speciali e nemmeno ricerche stilistiche, metafore elevate... è un film per raccontare una storia... la cosa più semplice e forse la più ardua... e lo fa molto bene!
Siamo negli Stati Uniti, nel Mississipi, anni '60, in una piccola cittadina di provincia. C'è un'upper-mid class bianca alle prese con la meschinità della loro vita quotidiana e con il rapporto con la comunità afro americana..
Beh... la tematica è nota, da "A spasso con Daisy" a "Il buio oltre la siepe", fino a "Radici" ma anche a "Manderlay e Dogville", la tematica è già stata narrata.
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Stasera ho recuperato dopo tanto la dimensione più classica e diretta del cinema, quello dei film che raccontano storie, e le raccontano bene, credibili, reali, sincere, umane.
"The help" è un gran bel film, non un film colossal, non effetti speciali e nemmeno ricerche stilistiche, metafore elevate... è un film per raccontare una storia... la cosa più semplice e forse la più ardua... e lo fa molto bene!
Siamo negli Stati Uniti, nel Mississipi, anni '60, in una piccola cittadina di provincia. C'è un'upper-mid class bianca alle prese con la meschinità della loro vita quotidiana e con il rapporto con la comunità afro americana..
Beh... la tematica è nota, da "A spasso con Daisy" a "Il buio oltre la siepe", fino a "Radici" ma anche a "Manderlay e Dogville", la tematica è già stata narrata...
Ma qui si fa un'operazione così semplice da spiazzare... si racconta una commedia, equilibrata, mai patetica, spesso leggera nel punto giusto con una commistione speciale e dosatissima di commozione e risate..
"The Help" parte dal punto di vista femminile, quasi escludendo quello maschile, e posiziona la storia tra le dame di carità grette e meschine della cittadina, troppo attente al loro piccolo mondo e quasi non toccate dai fatti esterni (le notizie della morte di Kennedy e la marcia di Martin Luter King sfiorano appena le loro misere vite). Preoccupate più di apparire nel gruppo, rimangono scioccate dalla pubblicazione di un libro che, in maniera anonima, racconta la loro grettezza e le loro piccolezze, raccontate dalle loro cameriere di colore.
Al di là della critica storica al razzismo ed all'apartheid, che in questo caso viene affrontata evitando di scadere nel patetico e nelle tonalità dramamtiche già ben presenti altrove, il film ripercorre l'universo femminile, evidenziandone diversi aspetti, dalla debolezza umana, alla necessità di riscatto, fino al coraggio della verità..
La bellezza di tutto questo è che ne viene fuori un quadro assolutamente più attuale di quanto si pensi, sia nei riferimenti anche alla politica attuale (gli atteggiamenti di una delle donne, la più meschina, ricordano molto da vicino quelli della Michele Bachmann, leader dei Tea Party), sia alla critica alla media borghesia provinciale, che ancora oggi è spesso vittima e schiava di apparenze e dicerie.
Protagoniste di tutto questo un gruppo di attrici fenomenale: intense, commoventi, capaci di descrivere in maniera meravigliosa una tavolozza femminile ricchissima di colori e sfumature.
"The Help" ne esce fuori come una delle più belle sorprese al cinema di questi ultimi tempi, un quadro colorato, vivo ed emotivamente forte che merita di essere visto, ed amato.
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osteriacinematografo
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lunedì 6 febbraio 2012
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il coraggio delle donne
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1962. Jackson, Mississipi.
Profondo sud americano, l’America del “Grande Fiume”, delle immense piantagioni, delle pianure a perdita d’occhio, del Ku Klux Klan e del razzismo organizzato, l’America dei Kennedy, di Martin Luther King, della guerra in Vietnam, delle infinite distese d’ipocrisia.
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1962. Jackson, Mississipi.
Profondo sud americano, l’America del “Grande Fiume”, delle immense piantagioni, delle pianure a perdita d’occhio, del Ku Klux Klan e del razzismo organizzato, l’America dei Kennedy, di Martin Luther King, della guerra in Vietnam, delle infinite distese d’ipocrisia.
Skeeter è una neo laureata che torna a casa. Il suo desiderio è diventare scrittrice, trova lavoro nel giornale locale, ma in parallelo coltiva ben altre ambizioni, e decide con azzardo di descrivere la vita delle domestiche di colore che popolano la vita delle case dei bianchi.
L’azzardo consiste nella versione che la ragazza decide di offrire: Skeeter –donna bianca e anticonformista- intende mostrare la prospettiva delle collaboratrici, e per farlo inizia a intervistarle clandestinamente, a instaurare rapporti proibiti con le medesime, a divenirne complice, a comprendere l’evidenza dei comportamenti disumani delle sue coetanee, così occupate da riunioni insensate e circoli di bridge, dalla costruzione di immacolati piedistalli che conservino quel solco invisibile ma consistente fra loro e la razza inferiore, da dimenticarsi dei figli e della propria felicità, da coltivare un rancore che diviene odio e monta collettivamente.
Il linguaggio e la struttura, il metodo narrativo di “The Help”, classici e consistenti, rendono l’opera fluida ed efficace, la visione utile e attraente.
Il film è rappresentato interamente dal punto di vista femminile, e ogni attrice indossa il proprio ruolo con stile e convinzione: Tate Taylor (all’esordio) osserva le giornate contrapposte delle donne di Jackson, scruta i loro sguardi -le espressioni in cui si contrappongono superbia e sottomissione- fruga fra le loro tasche, studia i loro comportamenti, i dolori, le solitudini, le ferite sotterranee e i desideri sopiti.
Da un lato si schierano le ladies, bianche e candide in superficie, gelose, ruvide e astiose nell’intimità, pronte a tutto per tutelare i loro subdoli interessi, le situazioni di vantaggio ingiustificato di cui godono e abusano; dall’altro le domestiche nere, che dietro l’abito da lavoro e l’illusione del colore della pelle mostrano il volto reale e umano di madri in prestito, di strutture portanti su cui poggia l’educazione dei bambini (gli stessi bambini che –da adulti- diventeranno i loro distaccati padroni, in un gioco al massacro), di collante e interfaccia fra genitori e figli, di donne legate fra loro da una solidarietà intensamente autentica.
“Il coraggio ha saltato una generazione. Ti ringrazio per averlo riportato in questa famiglia”- dice la madre di Skeeter alla figlia, nel momento in cui si rende conto che ha agito per controvertere una situazione di ingiustizia cristallizzata, per mettere in discussione la ridicola superiorità della razza bianca, e porre fine a un massacro sociale privo di senso ma estremamente reale, oggi come ieri.
“The help”, storia di un aiuto che si rivela struttura, storia di donne narrata con passione e semplicità, desta sensazioni di rassicurazione, contenutistica ancor prima che estetica; il film ritrova infatti una caratteristica rara ed essenziale per il cinema: la credibilità.
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lucblaks
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sabato 28 gennaio 2012
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"perché il vento della libertà inizia a soffiare".
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1962.Jackson,Mississipi. Skeeter giovane bianca reduce dal college e desiderosa di diventare un pezzo grosso nel giornalismo, decide di scrivere un libro dal punto di vista della cameriere di colore.
Un Film Assolutamente Perfetto. Dopo mesi di pellicole tristi, di film che non si possono guardare e che vengono definiti capolavori(es.The Artist) finalmente un lavoro intenso e realista che il cinema stava aspettando da un bel po'. Meraviglioso il cast tutto al femminile a partire dalla sempre perfetta Jessica Chastain per concludere con la meravigliosa Emma Stone. Ma in un film sulla discriminazione razziale non può che spiccare il cast di colore azzeccatissima la scelta della Davis ma sopratutto di Octavia Spencer che mai come in questo film dimostra come sia difficile e frustrante la vita di una cameriera.
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1962.Jackson,Mississipi. Skeeter giovane bianca reduce dal college e desiderosa di diventare un pezzo grosso nel giornalismo, decide di scrivere un libro dal punto di vista della cameriere di colore.
Un Film Assolutamente Perfetto. Dopo mesi di pellicole tristi, di film che non si possono guardare e che vengono definiti capolavori(es.The Artist) finalmente un lavoro intenso e realista che il cinema stava aspettando da un bel po'. Meraviglioso il cast tutto al femminile a partire dalla sempre perfetta Jessica Chastain per concludere con la meravigliosa Emma Stone. Ma in un film sulla discriminazione razziale non può che spiccare il cast di colore azzeccatissima la scelta della Davis ma sopratutto di Octavia Spencer che mai come in questo film dimostra come sia difficile e frustrante la vita di una cameriera. Ottima la regia Tate Taylor indimenticabile la colonna sonora. Per me The Help è stata una vera sorpresa e per quanto mi riguarda la notte del 26 Febbraio durante la cerimonia degli Oscar li riflettori dovrebbero essere tutti puntati su questa meravigliosa pellicola.
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tiamaster
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lunedì 23 gennaio 2012
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dolcissimo.
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The help racconta la storia del sud degli stati uniti attraverso le vicende di un gruppo di donne,nel 1962.Negli stati uniti the help ha incassato molto,non solo perche' e un film che tocca gli statunitensi da vicino,ma perche'e'uno dei film piu' dolci e commoventi usciti ultimamente,con un cast straordinario e interpreti straordinarie (notare la presenza di un golden globe).le ricostruzioni degli oggetti e delle ambientazioni e ' minuziosa,ma la vera punta di diamante del film e la dolcezza che porta a scene toccanti....ma senza escludere scene divertenti,uno dei film piu' interessanti di queste settimane,molto umano.
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edwood87
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giovedì 29 marzo 2012
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chiedo l'aiuto del cinema.
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Ci troviamo nel 1962, in un paesino del sud America, dove Skeeter, una ragazza ventiduenne appena laureata, decide di raccontare la verità sul trattamento riservato alle domestiche di colore da parte delle loro padrone bianche. Già, siamo nel '62, ancora bianchi contro neri penserete!
Perché continuano, in America, a sfornare film su questa tematica?
La rivista Cinematografo ha letteralmente distrutto l'opera del giovane Tate Taylor perché ritenuta una sorta di "deja vu" e poco inerente ai giorni nostri. Abbiamo visto Il colore viola, Malcom X, Glory, A spasso con Daisy e tante altre pellicole riguardo al razzismo.
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Ci troviamo nel 1962, in un paesino del sud America, dove Skeeter, una ragazza ventiduenne appena laureata, decide di raccontare la verità sul trattamento riservato alle domestiche di colore da parte delle loro padrone bianche. Già, siamo nel '62, ancora bianchi contro neri penserete!
Perché continuano, in America, a sfornare film su questa tematica?
La rivista Cinematografo ha letteralmente distrutto l'opera del giovane Tate Taylor perché ritenuta una sorta di "deja vu" e poco inerente ai giorni nostri. Abbiamo visto Il colore viola, Malcom X, Glory, A spasso con Daisy e tante altre pellicole riguardo al razzismo. A mio avviso, questo film si discosta dalle tante opere che hanno trattato la tematica in questione, in quanto, questa volta, sotto i riflettori non vi sono i soliti eroi neri o i tanti fatti di cronaca sentiti e risentiti. Questa volta la luce è puntata su un "semplice" libro. Sì, perché il film non si limita esclusivamente a mostrare le atrocità fatte a queste domestiche, piuttosto scava a fondo e fa emergere il personaggio di Skeeter che, legata alla sua ex domestica, si avvicina alle donne nere stanche di subire logoranti umiliazioni e cercherà di comprendere la verità a riguardo, per poi smascherare i colpevoli. Il film, di conseguenza, non è esclusivamente incentrato sul razzismo, non può essere posto come un'opera passata e sul passato, bisognerebbe piuttosto soffermarsi a riflettere sull'impatto che un romanzo (il film è tratto dal best seller di Kathryn Stockett intitolato proprio "The Help") può riscontrare con il mondo intero. Le storie di Minny e di Aibileen (i nomi delle domestiche con i ruoli di spicco) varcheranno i confini e saranno lette in un primo momento da chi ha osato umiliarle, per poi arrivare davanti ai nostri stessi occhi.
Alla luce di quanto si è discusso, consiglio un film che non solo espone tematiche interessanti e non completamente superate, ma risulta interessante soprattutto perché, come io stesso sto facendo, scrivendo possiamo "aiutarci" a comprendere quanto un libro possa avere un'importanza rilevante oggi.
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gabriella
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mercoledì 4 aprile 2012
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grido di libertà
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Mai piangersi addosso, dice Abileen alla piccola Mae mentre cerca di confortarla
e non si piange addosso il regista Tate Taylor che sceglie la strada dell’ironia, così come aveva fatto prima di lui Mialehanu ne “Il concerto” per raccontare scorci di vita drammatici, umilianti,
storie di gente oppressa , paralizzata dal giogo del pregiudizio e dell’ipocrisia, una voce silenziosa sprofondata nel dolore della disuguaglianza. Siamo a Jakson nel Mississippi negli anni 60, cameriere e tate di colore si prendono cura delle belle e ricche case delle ladies bianche, cucinano, lavano, senza però avere il diritto di usare il bagno di casa, allevano con amore i loro figli senza permettersi il lusso di piangere la morte del proprio figlio , o di coltivare il sogno di mandare almeno uno dei loro figli al college.
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Mai piangersi addosso, dice Abileen alla piccola Mae mentre cerca di confortarla
e non si piange addosso il regista Tate Taylor che sceglie la strada dell’ironia, così come aveva fatto prima di lui Mialehanu ne “Il concerto” per raccontare scorci di vita drammatici, umilianti,
storie di gente oppressa , paralizzata dal giogo del pregiudizio e dell’ipocrisia, una voce silenziosa sprofondata nel dolore della disuguaglianza. Siamo a Jakson nel Mississippi negli anni 60, cameriere e tate di colore si prendono cura delle belle e ricche case delle ladies bianche, cucinano, lavano, senza però avere il diritto di usare il bagno di casa, allevano con amore i loro figli senza permettersi il lusso di piangere la morte del proprio figlio , o di coltivare il sogno di mandare almeno uno dei loro figli al college. Skeeter, giovane ragazza bianca tenta di realizzarsi con il lavoro, al contrario delle sue amiche sposate, impegnate in inutili partite a bridge, in circoli femminili di beneficienza, nei loro abiti vaporosi, i capelli stile beehive, i pantaloni dal taglio slim e un grande vuoto interiore. La ragazza è consapevole del turbine del cambiamento in atto, iniziano i movimenti studenteschi, la campagna di Martin Luther King per i diritti civili sta avanzando “ I have a dream” potrebbe veramente trovare radici nella speranza di un domani migliore, così decide di scrivere un libro raccontando le storie della gente nera, far emergere i loro pensieri, troppo a lungo tenuti chiusi a chiave in fondo a un’anima ferita; dapprima con riluttanza, poi con entusiasmo, cominciando da Abileen che farà da apripista si uniranno molte altre donne desiderose di essere sé stesse, di diventare “eredi”di quei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità, sanciti dalla costituzione americana.
Anche Celia, svampita e frizzante con i vistosi capelli ossigenati e le sue aderenti minigonne, ( una magnifica Jessica Chastain, già ammirata con gli occhi straziati della signora O Brien, diretta da Malik), ha abbattuto le barriere razziali, o forse per lei non ci sono mai state, infatti si siede con naturalezza a tavola con Minnie e le medica le ferite causate dalle botte del marito.
Forse come qualcuno ha detto è una storia semplice, più volte trattata dal cinema, però bisogna riconoscere che quando si parla di stupidità e intolleranza umana non si è detto mai abbastanza, infatti, cinquant’anni dopo la gente nera non ha ancora incassato il suo assegno a garantire libertà e giustizia.
Ottima la prova delle attrici, un coro di donne una più brava dell’altra, gradito il cameo di Maggie Smith, ce la ricordiamo ancora ne “Il colore viola”, nella parte della capricciosa miss Millie che prende lezioni di guida da Sophie.
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maria.f
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lunedì 5 marzo 2012
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evviva i buoni film!
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E’ un film che fa bene all’animo, è una storia ambientata negli anni ’50 del secolo appena trascorso, ma che è attualissima, purtroppo.
Certo, l’ambientazione non è più solo quella di famiglie americane ipocrite e perbeniste, ma oggi si estende anche alla popolazione del nostro vecchio continente che ufficialmente rifiuta persone straniere che poi per motivi squisitamente personali e quindi egoistici puntualmente sfrutta o schiavizza.
Mi riferisco ai profughi o ai clandestini –clandestini perché una legge insensata nella nostra nazione li rende fuorilegge – che rischiano la propria vita lasciando i rispettivi Paesi per potersi sfamare o per fuggire da guerre.
Per tutte queste persone provo un sentimento di pietas ma il mio cuore, e non so il perché, si ferma del tutto quando incontro quelli che definisco fratelli africani.
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E’ un film che fa bene all’animo, è una storia ambientata negli anni ’50 del secolo appena trascorso, ma che è attualissima, purtroppo.
Certo, l’ambientazione non è più solo quella di famiglie americane ipocrite e perbeniste, ma oggi si estende anche alla popolazione del nostro vecchio continente che ufficialmente rifiuta persone straniere che poi per motivi squisitamente personali e quindi egoistici puntualmente sfrutta o schiavizza.
Mi riferisco ai profughi o ai clandestini –clandestini perché una legge insensata nella nostra nazione li rende fuorilegge – che rischiano la propria vita lasciando i rispettivi Paesi per potersi sfamare o per fuggire da guerre.
Per tutte queste persone provo un sentimento di pietas ma il mio cuore, e non so il perché, si ferma del tutto quando incontro quelli che definisco fratelli africani. A loro da sempre riservo tutta la mia attenzione, e sono gli unici di cui in situazioni difficili mi fiderei totalmente. Di ciò non sono in grado di dare una spiegazione.
E’ significativo per me ricordare che la mia unica bambola - che, per consolarmi dopo l’estrazione di un dente all’età di sei anni i miei genitori si offrirono di comprarmi - fu una bambola africana che scelsi con molto slancio.
Tornando al film, al sentimento di riconoscenza che ho provato nei confronti di quella giovane donna/ giornalista la quale ha avuto il coraggio di affrontare l’intera società conformista nel difendere le colf afro americane, si è poi associato e fuso un senso personale di liberazione con la la pubblicazione delle loro storie vissute.
La cerchia di persone,comunque,che intende combattere quella parte di popolazione ridicolmente supponente, arrogante, tronfia, spocchiosa e altro ancora, nonché la meschinità di atteggiamenti e comportamenti tesi a ledere la dignità dei più deboli costretti a sopportare e a tacere per motivi di opportunità, si fa sempre più ampia.
Quando finalmente capiremo che questo pianeta è di tutti? Che non ci sono figli e figliastri? E che non possiamo e non dobbiamo arrogarci alcun merito se siamo nati dalla parte più fortunata e ricca della terra? Maria f.
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