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supermaghe
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sabato 7 novembre 2009
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epica e affascinante storia di un mondo lontano
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Il racconto di un'epica guerra che segnò il futuro dell'immensa e lontana Cina. Come è normale che sia per un racconto epico, la narrazione non si limita alla cronaca ma la arricchisce di sentimenti e, perchè no, di quegli eccessi che trasformano i condottieri in eroi e la storia in leggenda. John Woo ci mostra una realtà per molti sconosciuta: una Cina culturalmente e temporalmente lontana, ma governata da sentimenti e filosofie universali: amore, amicizia, potere, astuzia. Un film di guerra, quindi, ma non solo.
La recitazione è a livelli eccellenti, i personaggi sono ben costruiti: il cattivo Cao Cao che ricerca nel predominio in guerra l'antidoto alla mancanza di amore e sincera amicizia, la delicata ed eterea Sun Shangxiang che per amore del proprio popolo attuerà una sofferta e astuta scorrettezza, una squadra di eroi buoni e dediti alla musica quanto alla guerra.
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Il racconto di un'epica guerra che segnò il futuro dell'immensa e lontana Cina. Come è normale che sia per un racconto epico, la narrazione non si limita alla cronaca ma la arricchisce di sentimenti e, perchè no, di quegli eccessi che trasformano i condottieri in eroi e la storia in leggenda. John Woo ci mostra una realtà per molti sconosciuta: una Cina culturalmente e temporalmente lontana, ma governata da sentimenti e filosofie universali: amore, amicizia, potere, astuzia. Un film di guerra, quindi, ma non solo.
La recitazione è a livelli eccellenti, i personaggi sono ben costruiti: il cattivo Cao Cao che ricerca nel predominio in guerra l'antidoto alla mancanza di amore e sincera amicizia, la delicata ed eterea Sun Shangxiang che per amore del proprio popolo attuerà una sofferta e astuta scorrettezza, una squadra di eroi buoni e dediti alla musica quanto alla guerra.
L'ambientazione è sempre ricercata e realistica, contribuendo a farci calare in un epoca lontanissima nel tempo, nello spazio e nella cultura. Il sud della Cina appare come un paradiso perduto che a tratti toglie il fiato.
Se prima di entrare in sala si accetta l'assunto "assisteremo a un racconto epico, non a una cronaca storica", se ne esce molto soddisfatti.
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ivan nisi
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lunedì 2 novembre 2009
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tra leggenda e realta' storica
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Il regista John Woo ha voluto presentare quella che per i cinesi ancora oggi rappresenta una delle battaglie più famose e ricordate della storia: l'esempio dell'eroismo e fratellanza di pochi contro un avversario decisamente superiore. Non a caso alcuni dei personaggi protagonisti (realmente esistiti) sono entrati a far parte del pantheon di divinità e santi della tradizione cinese, considerati sia come guerrieri dalle abilità leggendarie sia come veri e propri dei della guerra.
Va detto che nel film non si accenna in modo completo alla situazione storica nella quale ci si trova. Allo spettatore occidentale, spesso inconsapevole della storia dell'estremo oriente, viene presentata una sintesi fortemente semplificata di un complesso di disgregazione e tentativi di riunione dell'impero più grande di tutti i tempi.
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Il regista John Woo ha voluto presentare quella che per i cinesi ancora oggi rappresenta una delle battaglie più famose e ricordate della storia: l'esempio dell'eroismo e fratellanza di pochi contro un avversario decisamente superiore. Non a caso alcuni dei personaggi protagonisti (realmente esistiti) sono entrati a far parte del pantheon di divinità e santi della tradizione cinese, considerati sia come guerrieri dalle abilità leggendarie sia come veri e propri dei della guerra.
Va detto che nel film non si accenna in modo completo alla situazione storica nella quale ci si trova. Allo spettatore occidentale, spesso inconsapevole della storia dell'estremo oriente, viene presentata una sintesi fortemente semplificata di un complesso di disgregazione e tentativi di riunione dell'impero più grande di tutti i tempi. Non importa quasi sapere chi appartiene al regno di Wei, Wu o Shu nè come si sono formati tali stati. Tutto è focalizzato sui protagonisti della battaglia.
Battaglia che rischia di far credere allo spettatore ignaro della realtà storica, che tutto si risolva con il lieto fine rappresentato.
Qui si potrebbero fare due appunti storici di notevole peso contrastivo. Il primo riguarda proprio il finale.
La battaglia non è altro che l'ennesimo tentativo di Wei di annettere Wu e Shu, senza riuscirci, e non l'epico scontro finale che segna la sconfitta del nord. Anzi, chi ha studiato la storia antica della Cina saprà sicuramente che i tanto acclamati ideali di alleanza ed amicizia tra Wu e Shu non erano altro che semplici legami opportunistici, tanto che sconfitto momentaneamente Wei i due regni di Wu e Shu hanno iniziato ben presto a combattere fra loro.
Liu Bei si autoproclamerà imperatore di Shu e 14 anni più tardi "l'eroe buono" attaccherà gli ex alleati del regno di Wu, perdendo e morendo l'anno dopo nel 223 d.C.
Grazie a questa nuova guerra logorante, il regno di Wei ha avuto il tempo di riarmarsi e di attaccare ed annettere dapprima Shu (dopo la morte dello stratega Zhuge Liang) e successivamente Wu, riunendo l'impero per mano del figlio di Cao Cao: Cao Pi.
Ma di tutto questo niente nel film lascia trasparire il minimo indizio. Pare soltanto che il "cattivo" di turo, Cao Cao, sia stato sconfitto per sempre.
Ed il secondo appunto, che gli storici cinesi e tutti coloro che hanno memoria del personaggio hanno dibattuto con la ragione dalla loro parte, è che la figura di Cao Cao non è certo ricordata come quella di uno scellerato sanguinario disposto a tutto per vincere la guerra. Era un condottiero che partecipava attivamente alle battaglie, ed era dotato anche lui di grandi qualità strategiche. Il motivo della sua guerra era certamente più elevato di quello proposto dalla pellicola di John Woo.
La riunificazione dell'impero e probabilmente l'ambizione di diventarne l'imperatore erano sicuramente i veri motivi del suo attacco verso i regni del sud.
Non certo l'amore o il desiderio di possessione di una donna, seppur storicamente riconosciuta di una bellezza notevole, hanno mosso le sue intenzioni.
Lo spettatore ignaro potrebbe fin troppo facilmente confondere la qui presente "battaglia di Chibi" con quella della guerra di Troia combattuta leggendariamente per Elena. Un proposito romantico, forse più spettacolare ed accattivante agli occhi del pubblico occidentale, ma inesatto e quasi offensivo verso l'autentico movente idealistico e patriotticamente elevato di un ritorno ad una Cina unita, sotto un'unica corona.
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dave gore
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venerdì 30 luglio 2010
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il vero kolossal è "made in china"
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John Woo (Face Off, Windtalkers) lascia momentaneamente il suo regno Hollywoodiano per tornare in madre patria Cina a dirigere il suo lavoro più studiato, voluto e probabilmente il migliore. Dopo anni in cui lo spettatore medio viene sommerso da pellicole epico-storiche a dir poco mediocri a livello stilistico e contenutistico (“Troy”, “Alexander”, “300”, “L’ultima legione” per citare le più, aimè, note), il regista di Hong Kong sforna un kolossal leggendario, con un impiego di mezzi e di attori mai visto in Cina (le spese di produzione ammontano a 80 milioni di dollari).
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John Woo (Face Off, Windtalkers) lascia momentaneamente il suo regno Hollywoodiano per tornare in madre patria Cina a dirigere il suo lavoro più studiato, voluto e probabilmente il migliore. Dopo anni in cui lo spettatore medio viene sommerso da pellicole epico-storiche a dir poco mediocri a livello stilistico e contenutistico (“Troy”, “Alexander”, “300”, “L’ultima legione” per citare le più, aimè, note), il regista di Hong Kong sforna un kolossal leggendario, con un impiego di mezzi e di attori mai visto in Cina (le spese di produzione ammontano a 80 milioni di dollari). “La battaglia dei tre regni” mette in scena un conflitto illustre dell’epos cinese, noto come la battaglia di Red Cliff, e lo fa con un risultato mirabile e memorabile. Nel 213 d.C. il primo ministro Cao Cao è pronto a usurpare il trono dell’imperatore, ma per farlo deve solo conquistare i due regni del sud della Cina. Sarà compito dell’astuto stratega Zhuge Liang proporre e ottenere un’alleanza tra i regni, in modo da resistere all’invasore e riportare la pace nell’impero. E allora guerra sia: battaglie campali, navali, sottili stratagemmi, inganni, epidemie e imboscate per un film che rispolvera il meglio del genere e lo rimette a lucido con un risultato incommensurabile. Si passa dagli scudi a specchio archimedei alle testuggini romane, senza dimenticare la consueta saggezza orientale, che assegna ancora una volta alla natura il ruolo di supremo giudice. L’esame “kolossal” per John Woo è superato a pieni voti; del resto il regista di Hong Kong ci mette la solita tecnica e meticolosità nel padroneggiare la macchina cinematografica. Il cast è all’altezza della prova, attori che, sconosciuti a noi, sono tra i più noti in Oriente. Durata di 150’ minuti, non si sentono ma si vivono. Che dire...Epico.
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davidestanzione
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domenica 5 settembre 2010
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l'epic action di woo, "sincretico" alla kurosawa
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Il maestro torna a casa. E lo fa in grande stile, realizzando il film (più sentito) della sua carriera, un autentico, sovrumano ritorno alle proprie origini epiche, alle radici della Cina imperiale storico-mitografica (con squarci d’ambiente accoratamente trasfigurati attraverso suggestive, calde dissolvenze), un paese dall’anima pragmaticamente riconoscibile eppur inafferabilmente evanescente per (noi) occidentali, una terra convulsa e maestosa, divisa (eh sì) tra odi atavici e sommi(?)strateghi limitrofi rabbiosamente inaciditi (e didascalicamente “introdotti”), pronti a sguinzagliarsi famelici contro il qualsivoglia regno propinquo più flebilmente deboluccio:è il caso del primo ministro Cao Cao, che muove guerra con pretestuose accuse ai regni del sud per annetterli all’Impero, facendo leva sulla malferma, inconsistente personalità del suo sovrano.
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Il maestro torna a casa. E lo fa in grande stile, realizzando il film (più sentito) della sua carriera, un autentico, sovrumano ritorno alle proprie origini epiche, alle radici della Cina imperiale storico-mitografica (con squarci d’ambiente accoratamente trasfigurati attraverso suggestive, calde dissolvenze), un paese dall’anima pragmaticamente riconoscibile eppur inafferabilmente evanescente per (noi) occidentali, una terra convulsa e maestosa, divisa (eh sì) tra odi atavici e sommi(?)strateghi limitrofi rabbiosamente inaciditi (e didascalicamente “introdotti”), pronti a sguinzagliarsi famelici contro il qualsivoglia regno propinquo più flebilmente deboluccio:è il caso del primo ministro Cao Cao, che muove guerra con pretestuose accuse ai regni del sud per annetterli all’Impero, facendo leva sulla malferma, inconsistente personalità del suo sovrano. Il primo film girato in Cina da John Woo dopo i mediamente fertili sedici anni hollywoodiani, si pone teoricamente all’interno della gloriosa tradizione asiatica del wu xia pian, ampiamente caldeggiata ed esplorata da Woo, che insieme ad Ang Lee, Zhang Yimou e Feng Xiaogang ne è forse l’interprete dal più piglio ispirato.“Rad Cliff” é però (in più) pervaso da respiro epico e da una pomposa magniloquenza bucaschermo, intrisa di un’imponenza tale da risultare pressoché inedita all’interno del genere, ma che sembra di fatto concepita “apposta” per (sublimare) lo stile a tratti ipercinetico a tratti pieghettevolmente raffinato e finemente tratteggiato dell’autore dei manualisticamente folgoranti (e mai eguagliati in Usa,“Face/Off” a parte) “The Killer” e “A better Tomorrow”. L’action touch dell’ex ragazzo prodigio del cinema di Hong Kong, che alla smanettosa, sovraesposta violenza del più puro dei distillati actionpulp (impressasi sulle sue cornee durante l’inferno di “small gangs” patito per le “strade violente” della sua infanzia e preadolescenza) ha saputo abilmente (contr)apporre (e cosa più importante, organicamente) il suo personalissimo gusto per il balletto voluttuosamente coreografato, si trova qui in solidale connubio con alcuni rimandi “occidentalizzanti” di scenografia (le testuggini, zoologiche e non, e gli schieramenti pseudoplitici che rimandano al conflitto tra ateniesi e persiani) e di sceneggiatura (l’allusione a una NeoElena di Troia, che scatena anche qui un conflitto campale). Accorgimenti questi ultimi interamente preposti a rimarcare la natura e le aspirazioni “sincretiche” che da sempre contraddistinguono l’arte di John Woo, il quale all’interno del panorama cinematografico mondiale sembra quasi l’Herman Hesse dell’ action fracassone ma patinato, fulmineo ma tirato a lucido: contraddizioni (solo) in termini, basti vedere il mellifluo, emblematico stile maneggiato da Woo nelle scene di sesso, esteticamente assai meno grottesche&macchiettistiche di quelle che (tanto per fare un nome) ci ha proposto/schiaffeggiato dinanzi agli occhi un altro grande maestro del cinema orientale, Johnnie To, nel suo ultimo “Vendicami”. Sarà dunque solo un caso se uno è Leone NERO a Courmayuer e l’altro Leone D’ORO a Venezia?. Sempre e comunque con un occhio pedissequamente rivolto in patria, e l’altro teso ad restituire il favore, manco a dirlo omaggiante, ai vari ammiratori occidentali, tra cui Tarantino (immancabile) e Scorsese (oltre a un pizzico del Raimi più sanguigno). In fin dei conti, nel (complesso del) cinema di Woo, il marchio ideologico kurosawiano non è (poi) così lontano.
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mercoledì 4 novembre 2009
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grande è la confusione sotto il cielo.
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Il film è tratto dal Romanzo dei Tre Regni, scritto nel XIV secolo, che racconta la guerra del III secolo fra il regno di Wei del nord e l’alleanza fra Wu e Shu, potenze del sud coalizzatesi per fronteggiare il progetto d’unificazione della Cina sotto un unico imperatore.
In una scena di Mezzogiorno e mezzo di Fuoco Mongo, dopo aver parcheggiato il suo bue in sosta vietata, stende con un pugno il cavallo di un tizio che gli contesta la manovra. Solo ne La Battaglia dei Tre Regni ho visto una cosa simile, quando un soldato grosso e brutto, durante il primo scontro fra l’esercito del Nord e quelli del Sud, esce di corsa dalle fila del suo schieramento e abbatte un altro cavallo con una spallata.
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Il film è tratto dal Romanzo dei Tre Regni, scritto nel XIV secolo, che racconta la guerra del III secolo fra il regno di Wei del nord e l’alleanza fra Wu e Shu, potenze del sud coalizzatesi per fronteggiare il progetto d’unificazione della Cina sotto un unico imperatore.
In una scena di Mezzogiorno e mezzo di Fuoco Mongo, dopo aver parcheggiato il suo bue in sosta vietata, stende con un pugno il cavallo di un tizio che gli contesta la manovra. Solo ne La Battaglia dei Tre Regni ho visto una cosa simile, quando un soldato grosso e brutto, durante il primo scontro fra l’esercito del Nord e quelli del Sud, esce di corsa dalle fila del suo schieramento e abbatte un altro cavallo con una spallata. L’ho trovato estremamente divertente. Tutta la scena in cui si vede una formazione bellica a testuggine che funziona come un meccanismo perfetto, una macelleria di lance, spade e rampini nascosta in un labirinto umano, è piuttosto divertente. In realtà il film non vuole mai esserlo, divertente, ma sicuramente è cosciente nel caricare fino all’assurdo le lunghe e complesse scene d’azione. A fare da contorno alle stesse, però, le più trite raffigurazioni di laconica saggezza cinese e una manciata di personaggi scontornati attraverso aneddoti più o meno edificanti, a seconda del ruolo. E arrivati all’ultima, grossa parte del film, interamente occupata dalla battaglia di Red Cliff, non è facile sentirsi ancora tanto divertiti, né particolarmente motivati.
Red Cliff riporta la magniloquenza melodrammatica di John Woo, stavolta particolarmente patinata, senza accostarsi, come pure avevo sperato, alla fisicità e alla polvere di Tsui Hark. Il paradosso è nella sensazione d’aver visto un kolossal che vuole cibarsi d’epica, che alla fine lascia il ricordo poco significante di un film piccolo.
slowfilm.splinder.com
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