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Uscendo dalla sala dopo l'Odissea di Nolan viene da chiedersi se gli autori abbiano mai fatto il bagno un mattino d'estate a Stromboli, Corfù o Creta. E se sì – com’è probabile – cosa abbiano visto o sentito in quei momenti.
Odissea distopica ambientata sotto un cielo grigio e in acque metalliche. Ulisse naviga su un drakkar, i Lestrigoni abitano nelle foreste di conifere scozzesi, Calipso nel deserto del Sahara. Manca il Mediterraneo. La sua luce e le sue coste. L'azzurro e il verde, la sensualità della sua natura. Manca lo spazio storico e geografico, e ancora di più, il luogo dell’immaginario di cui l’Odissea omerica è il testo fondativo.
E manca pure Ulisse. Dal multiforme ingegno lo presenta Omero, anticipandone l'astuzia, l'opportunismo e la pluralità inquieta. Il re di Itaca è creatura darwiniana per eccellenza, pronta a cogliere ciò che offre il momento. Nolan lo trasforma in un reduce spento che non seduce né col corpo né con la mente. Per due terzi del film, Ulisse/Matt Damon, traumatizzato e sotto psicofarmaci, si racconta sul lettino di Charlize Theron. Quest'ultima più dottor Freud che la fatale dea Calipso. E non era facile.
Queste due assenze danno forma a un racconto cupo con punte horror (Circe). Gli dèi non concedono tutti i doni allo stesso uomo, e forse il sole non è tra quelli dati a Nolan. Il freddo e l'oscurità sono più nelle sue corde: non a caso, la scena della discesa nell'Ade è probabilmente la più riuscita.
Interpretazioni degli attori incolori. I toni arcaici della colonna sonora sarebbero un pregio del film, se solo non ne accentuassero le ossessioni.
Morale. In sette anni di convivenza Ulisse sembra non tocchi Calipso. Con Circe – malconcia fattucchiera – mancano le condizioni. L’Odissea del 2026 diventa così un sorprendente inno alla fedeltà coniugale, da far impallidire l’omonima serie prodotta dalla RAI bacchettona di Bernabei nel 1968, dove, pur con qualche sottinteso, l’eroe si prendeva le dovute licenze.
Tornato a Itaca insieme ad Atena – la dèa o ancora la psiche? – Ulisse guarisce all’istante dai traumi bellici. Salda i conti con i Proci e va subito in pensione, partendo con Penelope per una lunga crociera intorno al mondo. La ditta rimane a Telemaco, che corre a salutarli sul molo. A pensare male: Atena, Patria e Famiglia.
Mentre scorrono i titoli di coda, viene il sospetto che il film presti fede a ciò che Ulisse vorrebbe farci credere di sé stesso, quando in realtà Omero racconta di lui un'altra storia. Il re di Itaca è mentitore per eccellenza, il suo fascino – prima e dopo Troia – sta pure nell’orgoglio eccedente, nel procedere obliquo della sua intelligenza, nell'inclinazione a manipolare, mistificare e vendicarsi. Non proprio il testimonial ideale per un manifesto contro la guerra.
Nolan lo sequestra nel suo universo di ossessioni e sensi di colpa; ma un Ulisse addomesticato, padre e marito esemplare, non sembra più moderno dell’ambiguo e compromesso eroe della tradizione; anzi, a dirla tutta, ci spiega molto meno sull’Uomo e sulla morte, sul potere e sulla guerra stessa.
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