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Race for Glory – Audi vs. Lancia è un film dove il rally si fa metafora di un cambiamento portato avanti dalle intuizioni e dalle ossessioni di un uomo capace di vincere accettando, però, la sconfitta. Se alcune sequenze finiscono per essere un po' troppo enfatizzate (così come i dialoghi), il mix finale funziona, riuscendo ad intrattenere grazie ad un cinema artigianale e popolare.
L’alternanza di immagini documentarie e particolari dal vero, con il focus incentrato sulla sfida tra meccanici e ingegneri più che tra piloti, arriva a proporre una modalità di corsa automobilistica credibile.
Eppure tutto il dramma, l’impegno, la fatica, la sconfitta che potrebbe sbucare da dietro l’angolo, sono percepiti dal protagonista e da lui soltanto.
Nessuno mette in dubbio la pressione a cui un dirigente sportivo debba sottoporsi, soprattutto se il proprio reparto è in pericolo, ma il film di Mordini non legittima nemmeno una volta lo stato emotivo del personaggio, che non va mai riflettendosi sul coinvolgimento dello spettatore. Sarà per i troppi aforismi o per il ritornello sempre uguale e mai realmente ispirato su cosa significa vincere e perché non si debba avere il timore di perdere. Mantra che rende evidente che il film abbia un altro protagonista, ben più quadrato del Fiorio di Race for Glory.
È il pilota Walter Röhrl dell’attore Volker Bruch, il cui conflitto interiore e l’equilibrio messo a repentaglio dalle gare lo rende più sfaccettato di quanto lo sia tutta la squadra che ha attorno. È il suo non voler correre a tutti i costi – non voler vincere a tutti i costi – che lo descrive come un personaggio stimolante, soprattutto in relazione al protagonista.
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